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LINDA MAY HAN OH sulla scia delle regine del basso

– La musicista d’origini malesi, cresciuta in Australia, è considerata tra le contrabbassiste più influenti della scena jazz mondiale: sarà il 5 novembre al Metropolitan di Catania ed il 6 al Golden di Palermo
– «Ho sempre amato le frequenze dei bassi. Adoro la radice fondamentale di questi strumenti, il fagotto e il basso, allo stesso tempo possono essere così melodici e lirici». L’influenza di Joni Mitchell
– «Alcune delle canzoni che ho scritto sono una sorta di preghiera per la speranza perché le cose migliorino. Io sono fortunata per essere nata in un luogo in cui non ho dovuto affrontare la guerra»

Carol Kaye oggi ha 90 anni, ma sessant’anni fa è stata il cuore swing di brani di Sam Cooke, di Help me dei Beatles, Rhonda dei Beach Boys del 1965, fino all’ormai classica versione di Richie Valens del 1958 de La Bamba, per arrivare alla romantica interpretazione di Frank e Nancy Sinatra del 1967 di Somethin’ Stupid. Esistono tracce della Kaye disseminate un po’ ovunque nella storia del pop moderno, senza nemmeno considerare la miriade di colonne sonore e sigle televisive a cui ha contribuito, fornendo ai temi portanti di film come Batman e Mission Impossible la loro spina dorsale.

Le donne bassiste nella storia

Carol Kaye è la “mamma” di tutte le donne che hanno scelto di imbracciare un basso, strumento – come la batteria – spesso dominio degli uomini. Soltanto trent’anni dopo, si è registrato un leggero incremento di donne bassiste. Kim Deal, con la sua attitudine punk-rock, ha dato un tocco inconfondibile ai Pixies. Kim Gordon, icona rock degli anni ‘80, ha contribuito a costruire le basi della musica alternativa con i Sonic Youth. Tina Weymouth ha avuto un ruolo chiave nei Talking Heads e in particolare nel loro pezzo storico Psycho Killer: l’intro dei primi otto secondi è tutta a carico suo. E ancora Melissa Auf der Maur, grazie alle sue storiche collaborazioni prima con le Hole e poi con gli Smashing Pumpkins, chiamata dall’amico e cantante Billy Corgan dopo l’abbandono di un’altra grande bassista, D’Arcy Wretzky.

Carol Kaye, Tina Weymouth e Kim Gordon sono perfino riuscite a entrare nella classica dei 50 migliori bassisti di tutti i tempi, rispettivamente al quinto posto, ventinovesimo e trentanovesimo. Al 45esimo troviamo la quarta e ultima presenza femminile: la jazzista Esperanza Spalding che si è aggiudicata ben quattro Grammy Awards.

Linda May Han Oh di Grammy ancora ne ha vinto uno, ma la critica internazionale la considera tra le contrabbassiste più influenti della scena jazz mondiale. «La sua gamma innovativa e le sue improvvisazioni stellari hanno reso la signorina Oh una delle stelle nascenti più dinamiche del jazz di oggi», si legge sul Wall Street Journal. «Linda è una delle nuove musiciste più eccitanti che ho sentito da molto tempo sul suo strumento. Ha tutte le cose che desideri: grande tempo, un suono davvero grande ma dinamico, un fantastico senso armonico e una vera facilità sullo strumento», ha detto Pat Metheny.

Oh, 41 anni, è una donna piccola, le cui dimensioni vengono accentuate dall’enorme contrabbasso appoggiato a lei, e quel contrasto rende il suo modo di suonare molto più sorprendente e potente. «Sono nata in Malesia e sono cresciuta a Perth, nell’Australia occidentale. Ho iniziato a suonare il pianoforte classico quando avevo quattro anni insieme alle mie sorelle maggiori», si presenta lei. «Mia madre non ha mai avuto la possibilità di imparare il pianoforte, quindi l’ha sempre sognato per noi. Come i bambini asiatici ben educati, era una sorta di cosa giusta da fare. Ho cominciato a conoscere l’emozione e l’espressione nella musica. Crescendo, ho iniziato a suonare clarinetto e fagotto a scuola». 

La carriera di Linda May Han Oh

La svolta quando ha cominciato ad ascoltare i dischi di bassisti come Jaco Pastorius, James Jamerson, Flea dei Red Hot Chili Peppers. «Mi innamorai dello strumento e volevo imparare molto di più», racconta. «Quindi, dopo il liceo, sono andata alla Western Australia Academy of Performing Arts per studiare jazz. Ho iniziato ad ascoltare Ray Brown su Night Train, Charles Mingus e Dave Holland. Mi sono davvero innamorata del basso verticale e non mi sono guardata indietro da quando l’ho preso. Ho sempre amato le frequenze dei bassi. Adoro la radice fondamentale di questi strumenti, il fagotto e il basso, allo stesso tempo possono essere così melodici e lirici».

Trasferitasi a New York, dove ormai risiede e suona, la bassista e compositrice ha lavorato con artisti del calibro di Pat Metheny, Kenny Barron, Joe Lovano, Dave Douglas, Terri Lyne Carrington, Steve Wilson, Geri Allen e Vijay Iyer. Come bandleader è alla guida di diverse formazioni, che spaziano dal trio al quintetto, ed ha pubblicato cinque album, che hanno ricevuto il plauso della critica. Il suo nuovo lavoro s’intitola Strange Heavens e la vede in trio senza pianoforte né chitarra, nessun strumento di armonia, sulla scia di esperienze simili condotta da Gerry Mulligan e, più recentemente, da Joni Mitchell.

«In un certo senso, Strange Heavens è il seguito del mio album di debutto Entry, che era anch’esso un trio di trombe, con Ambrose e Obed Calvaire alla batteria. Quindi, l’avevo già fatto nel mio primo disco. Questo è in un certo senso un ritorno a quel periodo. Mi sono chiesta: “Come possiamo riempire lo spazio e come possiamo creare delle belle tessiture e armonie senza pianoforte o chitarra?”. Si può avere una sola melodia perché, come esseri umani che ascoltano musica, tendiamo a creare le nostre armonie. Acapella, uno dei brani di Strange Heavens, è ispirata da The Fiddle and the Drum di Joni Mitchell, in cui cantava da sola, con una sola linea vocale. Si possono sentire tutte le armonie e i cambi di tonalità che escono fuori da una sola melodia; quindi, non c’è bisogno di accordi completi per sentire l’armonia».

Nei concerti che terrà mercoledì 5 novembre al Teatro Metropolitan di Catania e giovedì 6 al Golden di Palermo, nell’ambito delle rassegne Catania Jazz, Linda May Han Oh si presenterà con un quartetto: al suo fianco avrà il marito Fabian Almazan al pianoforte, Sara Serpa al canto e Mark Whitfield alla batteria. E gran parte della scaletta sarà improntata sull’album The Glass Hours, pubblicato nel 2023 dopo la pandemia e la nascita del figlio Nilo, nel quale si inserisce il canto. 

«In questo disco ci sono alcune delle canzoni che ho scritto sono una sorta di preghiera per la speranza perché le cose migliorino», spiega. «È il caso della canzone come Jus Ad Bellum: ci sono persone in questo mondo che non hanno la mia stessa fortuna, solo per il fatto che ho una famiglia e sono nata in un luogo in cui non ho dovuto affrontare il reclutamento in guerra o vivere in una zona di guerra. Penso a molte di queste cose quando scrivo. Quindi, parte di questa musica riguarda la speranza ed è una specie di domanda, una proposta, per noi per goderci i momenti che abbiamo insieme. Circles – il tapis roulant edonico che apre il disco – riguarda la nostra ricerca della felicità, in particolare con i beni materiali. Pensiamo che saremo felici se otteniamo questa cosa, ma non sempre accade. E il periodo della pandemia ci ha fatto riflettere molto su come trascorriamo il nostro tempo e su come definiamo la felicità».

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