– Custodite per oltre quindici anni, incisioni mai pubblicate e nuove versioni di canzoni senza tempo vedono la luce in una raccolta celebrativa. Un ritratto autentico dell’artista e della sua forza interpretativa
– Fra gli inediti, “Amore vista pioggia”, splendido dono di Enrico Ruggeri e Luca Ghielmetti (che hanno scritto il testo) e di Paolo Frola e due interpretazioni completamente sconosciute di brani scritti da Giorgio Faletti
Milva non è stata soltanto una cantante. È stata una figura, un simbolo, un segno grafico tracciato sulla scena italiana con quella chioma rossa che sembrava anticipare la sua stessa presenza. In un Paese che spesso preferisce il melodico al drammatico, Milva scelse immediatamente la via più impervia: quella dell’intensità. Non cantava per compiacere; cantava per dire. E in questo suo “dire” c’era una verità che molti non erano pronti a sopportare, e che infatti solo col tempo abbiamo imparato ad ascoltare davvero.
La sua voce — scura, ferma, piena di un’energia tagliente — non si collocava nelle tradizioni rassicuranti del canto italiano. Era un timbro di confine: mediterraneo, sì, ma con un rigore quasi tedesco, un’impronta drammatica che la rendeva unica. Perché Milva, scomparsa quattro anni fa, era anche questo: una donna capace di trasformarsi in personaggio, di accogliere in sé l’eco del teatro epico, di portare nelle canzoni l’ombra lunga di Brecht senza mai perdere un grammo della propria identità.

Chi l’ha conosciuta ricorda una determinazione senza compromessi. «Quando ho lavorato con Milva, con Alice e Giuni Russo, io mi sono limitato a fare il sarto: prendevo le misure», scherzava Battiato parlando delle donne con le quali aveva collaborato. «Milva era il teatro, già nei capelli, come li muoveva… era un piacere lavorarci».
Milva era “La Rossa”, titolo di una famosa canzone scritta per lei da Enzo Jannacci, e non solo per il colore dei suoi capelli, ma anche per quella fede politica che più volte aveva rivendicato. Nata come cantante di balera, Milva, pseudonimo di Maria Ilva Biolcati, negli anni Sessanta contese lo scettro di regina della canzone italiana a Mina e Ornella Vanoni. Lei era la “pantera di Goro”, Mina la “tigre di Cremona”. Nessuna delle due però aveva le caratteristiche di un felino. Mina fuggì dalla bagarre rintanandosi nel suo esilio dorato in Svizzera, Milva seminò paparazzi e curiosi intraprendendo un percorso più “colto” e serioso in teatro e nella ricerca d’avanguardia, prestando la sua voce, le sue doti interpretative, il suo temperamento straordinario a registi e autori, dai citati Strehler e Berio ad Astor Piazzolla, Theodorakis, Vangelis. Senza dimenticare la musica leggera. A lei affidarono canzoni Battiato, Biagio Antonacci e Ron, rispettivamente Alexander Platz, Uomini addosso e Sono felice.
A queste oggi si aggiungono nuove tracce, incisioni rimaste custodite per oltre quindici anni che ora vedono finalmente la luce. E proprio Milva: nuove tracce s’intitola il nuovo prezioso album in uscita il 28 novembre. Fra le “nuove tracce”, l’inedito Amore vista pioggia, splendido dono di Enrico Ruggeri e Luca Ghielmetti (che hanno scritto il testo) e di Paolo Frola (che ha composto la musica), e due interpretazioni mai pubblicate prima e completamente sconosciute di brani scritti da Giorgio Faletti, Niente di personale e Angelina, appartenute alla loro collaborazione per l’album In territorio nemico e che testimoniano la profonda intesa artistica tra i due artisti. Completano la raccolta altre sei canzoni senza tempo, brani che hanno segnato la carriera di Milva e canzoni celebri che amava molto: da La rossa di Jannacci ad Alexander Platz di Battiato e Giusto Pio, da Milord di Moustaki e Marguerite Monnot a La filanda di Pallavicini e Janes, da Caruso di Dalla a Il nostro concerto di Bindi, quest’ultima da lei incisa per la prima volta in assoluto.

La produzione artistica del progetto è stata affidata a Lucio Fabbri, che aveva già curato arrangiamenti, registrazioni e direzione musicale delle sessioni originali. Fabbri ha ricostruito, rielaborato e arricchito gli arrangiamenti, intervenendo con sensibilità e rispetto per preservare e valorizzare l’autenticità dell’interpretazione di Milva.
«Mia madre usava la sua voce come uno strumento, e immergersi nella tessitura armonica era per lei ogni volta un incontro d’amore. Per questo motivo, ritornare in studio sui grandi successi del suo passato era come ritrovare vecchi amici, che aveva continuato a frequentare nei concerti dal vivo», racconta la figlia, Martina Corgnati. E, a proposito dell’inedito Amore vista pioggia, aggiunge: «In un paesaggio domestico che ricorda vagamente i tetri tinelli marron del grande Paolo Conte, mia madre offre una versione ironica e pungente di se stessa, forse meno nota al pubblico ma che conferma la sua immensa versatilità interpretativa e la sua profonda intelligenza musicale».
E forse il lascito più grande di Milva è proprio questo: averci insegnato che si può essere popolari senza smettere di essere esigenti, che si può essere amati senza diventare facili.
