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LAURIE ANDERSON, una “hard rain” di parole

– Nella performance X² presentata lunedì a Roma, replica a Donald Trump che ha fatto rimuovere centinaia di termini dai documenti federali e canta la canzone di Bob Dylan. «Sto provando a mettere insieme quante più parole vietate, anche se non hanno senso»
– L’artista newyorkese esplora l’utopia tecnologica: come il mondo cambia di fronte alla digitalizzazione frenetica, all’intelligenza artificiale, ai cambiamenti climatici, alla politica. «Difficile tenere fuori l’attualità, ma ora la musica è più che altro intrattenimento»

Laurie Anderson è una figura centrale nella scena dell’avanguardia newyorchese, un’artista poliedrica che ha saputo fondere diverse discipline in un linguaggio unico e riconoscibile. Compositrice, musicista, regista e narratrice, ha trasformato l’arte, portando nuove forme espressive alla ribalta e influenzando generazioni di artisti. La sua carriera, iniziata negli anni Settanta, è segnata da una costante ricerca e sperimentazione, elementi che continuano a caratterizzare la sua produzione artistica.

Lunedì sera all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, ospite del Romaeuropa Festival, l’artista newyorkese ha presentato , una performance in cui si fondono narrazione musicale, multimedialità e avanguardia. Ad accompagnare Laurie Anderson in questa unica tappa italiana del tour internazionale, la band newyorkese Sexmob, fondata attorno alla mitica Knitting Factory. Con Steven Bernstein alla guida, il gruppo è rinomato per la sua capacità di mescolare generi e stili musicali, dal jazz all’avanguardia, fino al rock sperimentale. Gli altri membri della band includono musicisti di grande talento come Briggan Krauss al sax e chitarra, Tony Scherr al basso, Kenny Wollesen alle percussioni e Doug Wieselman alla chitarra e strumenti a fiato.

 è la nuova versione dello spettacolo Let X = X che Laurie Anderson porta in giro da un paio di anni e che prende il titolo da una sua canzone contenuta nell’album Big Science, che fa subito capolino nel secondo brano in scaletta. «Mi piacciono le formule. E mi piace quella canzone», commenta lei. «Volevo suonare alcune vecchie canzoni perché sto scrivendo un sacco di cose nuove. Ho pensato, come si fa a scrivere una canzone? Non riuscivo a ricordare così bene. Ho pensato che forse se avessi suonato le mie vecchie canzoni, me lo sarei ricordato», tiene a sottolineare. «Faremo pochissime date. Sto rivedendo il mio lavoro e mi chiedo quali brani potrebbero essere gioiosi. Si parlerà d’amore, ce ne sono tanti tipi».

Non a caso, What is Love? è il brano di apertura della performance, sperimentale e sempre un passo avanti. Laurie esplora l’utopia tecnologica: come il mondo cambia di fronte alla digitalizzazione frenetica, all’intelligenza artificiale, ai cambiamenti climatici, alla politica. «Un altro tema del mio lavoro», ha dichiarato al New York Times, «è come vivere con la tecnologia e accettarla. Come umanizzarla». Con  amplifica questo spirito: la narrazione si fa fisica, visiva, sonora, tra musica inquietante e parole luminose. Le storie si fondono con proiezioni video, suoni digitali ed esplosioni jazzistiche. Niente orpelli scenici, ma un uso sapiente della luce, dei video e dello spazio. La dimensione visiva, ridotta all’essenziale, dialoga con la parola e il suono in un equilibrio perfetto.

  • Come ci si sente a suonare queste canzoni decenni dopo averle scritte? 

«Alcune di loro sembrano scritte ieri. Non sembrano roba anni Ottanta. Sono ancora strane oggi come lo erano quando le ho scritte». 

  • Alcuni testi sono aggiornati, adattati ai tempi che stiamo attraversando?

«Quello che stiamo vivendo negli Stati Uniti mi influenza più di quanto io pensi. La maggior parte dei musicisti direbbe che è difficile tenere il mondo fuori dalle loro canzoni. Ma ora la musica è più che altro intrattenimento. E lo stesso vale per i libri, la gente preferisce guardare serie tv e in streaming».

  • Qual è il suo rapporto con le parole?

«Sono sempre stata affascinata dal complesso rapporto tra parole e musica, sia nei testi delle canzoni, che nelle sopratitolazioni che nelle voci fuori campo. Donald Trump ha fornito una lista di centinaia di termini da rimuovere dai documenti federali: femminile, nero, equità… Se non riesci a dire qualcosa, a definirla, quella sensazione si perderà. Sto provando a mettere insieme quante più parole vietate, anche se non hanno senso».

Accade in Language Is a Virus: il linguaggio ci infetta, ci replica, ci modifica. Mostra sullo schermo la lista delle parole recentemente proibite nei documenti ufficiali americani: parole come “feto”, “transgender”, “evidence-based”. «Se non puoi più usare una parola, finirai col dimenticarla. E poi sparirà», avvisa, mentre sullo schermo si vede una pioggia di lettere singole, poi a coppie, poi a terzetti: lettere genetiche, codici che cadono dal cielo e sembrano riformare il mondo. Una pioggia che richiama Bob Dylan, A Hard Rain’s A-Gonna Fall. E Laurie canta: “Ho sentito cento suonatori di tamburo con le mani in fiamme, / ho sentito diecimila sussurrare e nessuno ascoltare, / ho sentito un uomo morire di fame, ho sentito molte persone ridere, / ho sentito la canzone di un poeta morente in un canale di scolo, / ho sentito il suono di un clown che piangeva nel cortile, /e una dura, e una dura, e una dura, e una dura /e una dura pioggia cadrà”.

Language Is a Virus è una citazione da William S. Burroughs, uno dei “padri spirituali” di Laurie Anderson insieme a John Cage, Gertrude Stein, Allen Ginsberg. Tutti evocati nel corso della performance. Così come non poteva mancare Lou Reed, suo compagno di vita, scomparso nel 2013. Il volto immenso dell’ex Velvet Underground appare in video. “When my father died, we put him in the ground. When my father died, it was like a whole library had burned down” (Quando mio padre è morto, lo abbiamo seppellito. Quando mio padre è morto è stato come se un’intera libreria fosse bruciata). Laurie suona il violino, nonostante una spalla lussata. È un momento carico di umanità. E, prima di salutare, conduce una lezione di Tai Chi coinvolgendo il pubblico. Un altro omaggio a Lou Reed, che ne era maestro.

  • Spesso le viene chiesto del suo rapporto con il marito. Le dà fastidio?

«Beh, voglio dire, lo amo, quindi è sempre bello parlare di lui. Recentemente, sono stata in grado di lavorare su versioni dell’intelligenza artificiale della scrittura di Lou. Non ho l’impressione di contattare mio marito morto su una tavola Ouija (piccolo strumento usato per le comunicazioni medianiche, ndr) o qualcosa del genere».

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