– Ogni domenica, segnalisonori dà uno sguardo approfondito a un album significativo del passato. Oggi rivisitiamo un disco di culto, una sorgente a cui hanno bevuto in molti, da Carole King a Joni Mitchell, fino a una certa canzone d’autore che ha imparato che l’intimità può essere anche rivoluzionaria
Laura Nyro non voleva essere una star. In genere, gli artisti di successo accettano la fama che ne deriva. Ma c’è una minoranza che gestisce questa situazione molto male e si ribella alle intrusioni nella propria privacy.
Nel XXI secolo, l’enfasi nella copertura mediatica della musica pop si è spostata dalla celebrazione del talento alla glorificazione del successo come valore assoluto. Non è un caso che il fenomeno dei talent sia cominciato agli inizi degli anni Duemila, spacciando quello che in realtà era un mercato di schiavi per una competizione per artisti emergenti, generando una realtà parallela. Questa situazione mi ha ricordato la carriera di un’artista all’estremo opposto. Laura Nyro, appunto.

La cantautrice americana nata Laura Nigro a New York nel 1947 e scomparsa nel 1997, ha anticipato il modello di cantautrice confessionale sulla scia di Carole King, Joni Mitchell e Ricki Lee Jones. Fu pioniera del concetto di album di cover con Gonna Take a Miracle, anni prima che David Bowie ed Elton John scoprissero le virtù del Philadelphia Sound. Laura aveva tutto, compresi mentori potenti come David Geffen, che convinse la CBS di Clive Davis ad acquistare il suo contratto con la Verve Records.
Laura si era fatta conoscere come cantautrice, scrivendo successi per Blood, Sweat & Tears, Three Dog Night, Barbra Streisand e, soprattutto, per il gruppo vocale afroamericano Fifth Dimension. Ma fu lanciata sul palco come artista solista in un’epoca in cui l’autenticità dell’hip-hop regnava sovrana. E non afferrò i codici del momento. Si esibì al Monterey Pop Festival con musicisti eccezionali, ma senza prove sufficienti e vestita come se si stesse esibendo in un nightclub. Secondo la leggenda, fu fischiata da un pubblico alternativo, anche se le riprese di quella notte del 1967 dicono il contrario. Queste discrepanze non oscurarono il suo fascino. Possedeva una voce intensa e drammatica, con la giusta dose di sensualità. Era una maestra del lavoro in studio, dove dovette anche confrontarsi con jazzisti incalliti e veterani come Arif Mardin e Jimmie Haskell. Non era il fiore innocente di narrazioni semplicistiche: sapeva come gestire un personaggio difficile come Miles Davis, con il quale condivise il palco in alcuni concerti, e il trombettista si risentì del fatto che il pubblico rock fosse più interessato a quella “ragazza del Bronx”.

I suoi settant’anni furono intensi, pieni di album e tour. Allo stesso tempo, si ritirò in un rifugio rurale nel Connecticut. Lì esplorò nuovi stili di vita e la transizione dall’eterosessualità a relazioni più aperte. Entrò in quel ciclo che porta all’invisibilità: distanziamento fisico, diminuzione della produttività, introspezione spirituale. Quando volle pubblicare un doppio album dal vivo, una pratica che spesso rilanciava le carriere, trovò le major discografiche disinteressate. Ciononostante, nel 1993 tornò alla CBS per registrare le sue nuove canzoni, forte della garanzia di Gary Katz (Steely Dan) come produttore. Ma era troppo tardi: forse il suo femminismo militante spaventava, e in ogni caso, aveva perso il sostegno dei media a causa della sua avversione per le interviste.
Chi le era vicino negli ultimi anni parla di un’artista tenace che si rifiutava di partecipare a film con contenuti violenti. Ma sembrava felice, riconciliata con l’idea della maledizione familiare del cancro alle ovaie. Morì nella sua casa di campagna nel 1997 all’età di 49 anni.
Per chi la volesse conoscere, consiglio di ascoltare l’album Eli and the Thirteenth Confession. C’è un momento, ascoltando questo disco, in cui si ha la sensazione che la forma-canzone, così come la si conosceva nel 1968, venga dolcemente ma irrevocabilmente scardinata. Laura Nyro aveva poco più di vent’anni, eppure scriveva come se avesse già attraversato tutto: l’amore e la sua rovina, la città come promessa e come inganno, l’anima nera del gospel e l’irrequietezza bianca del pop. Questo disco non è solo un album: è una confessione, un manifesto emotivo, una mappa sentimentale di New York tracciata con il pianoforte e con il cuore.

Nyro arriva qui dopo l’esordio acerbo ma promettente di More Than a New Discovery e decide di non fare prigionieri. Eli and the Thirteenth Confession è un’opera densa, sovraccarica, a tratti persino scomoda. Non cerca la grazia immediata, non ammicca alla radio. È musica che chiede attenzione, abbandono, tempo. Le canzoni si piegano, cambiano pelle, accelerano e rallentano come pensieri colti in presa diretta. Il pop diventa jazz, il soul incontra Broadway, il folk si sporca di strada.
C’è la vertigine urbana di Luckie, che sembra correre lungo le avenue senza mai fermarsi. C’è l’urlo trattenuto di Stoned Soul Picnic, che sotto l’apparente leggerezza nasconde una malinconia adulta, quasi feroce. E poi Sweet Blindness, un inno alla perdita di controllo, all’ebbrezza come forma di conoscenza, cantato con una gioia che sa già di nostalgia. Nyro canta come se ogni brano fosse l’ultimo, come se la voce fosse un’estensione del corpo e non uno strumento da addomesticare.
Il titolo è già un piccolo romanzo: Eli, figura reale o immaginaria, amante, amico, alter ego; e quella tredicesima confessione che richiama il sacro, il tradimento, l’inevitabile rottura dell’equilibrio. Tutto il disco vive in questa tensione: tra innocenza e disincanto, tra l’urgenza di dire e la paura di essersi già detta troppo. È un album femminile nel senso più profondo e meno decorativo del termine: non perché rivendichi, ma perché espone. Si mette a nudo senza chiedere permesso.
All’epoca non tutti capirono. Era forse troppo complesso, troppo emotivo, troppo poco allineato. Ma il tempo, come spesso accade, ha rimesso le cose a posto. Eli and the Thirteenth Confession è diventato un disco di culto, una sorgente a cui hanno bevuto in molti, da Carole King a Joni Mitchell, fino a una certa canzone d’autore che ha imparato che l’intimità può essere anche rivoluzionaria.
Riascoltato oggi, il disco conserva intatta la sua forza. Non suona datato, suona semmai fuori dal tempo. Come tutte le opere che non cercano di piacere, ma di dire la verità. E Laura Nyro, con questo album, dice la sua una volta per tutte: fragile, eccessiva, meravigliosamente necessaria.
