Storia

L’american dream, due rocker siciliani e un “non film”

– La regista e produttrice Valentina Signorelli racconta in “Mamma, That’s All Right” le storie parallele del palermitano Luca Chiappara e del catanese Mario Monterosso che vivono da anni, rispettivamente, a Nashville e Memphis inseguendo sogni di rock’n’roll
– Esiste ancora, soprattutto nell’era di Trump, un sogno americano? «È una domanda che rimane aperta», risponde la filmaker. Luca: «Per alcune classi sociali è diventato più difficile, se non impossibile». Mario: «Credo che prescinda dalle varie ondate politiche»

Per sogno americano (American Dream) ci si riferisce alla speranza, condivisa sia dagli estimatori degli Stati Uniti d’America sia da parte degli stessi abitanti, che attraverso il duro lavoro, il coraggio, la determinazione sia possibile raggiungere un migliore tenore di vita e la prosperità economica. Questi valori erano condivisi da molti dei primi coloni europei approdati in America, e sono stati poi trasmessi alle generazioni successive. Cosa sia diventato il sogno americano è una questione continuamente discussa; alcuni ritengono che abbia portato ad enfatizzare esclusivamente il benessere materiale come misura del successo e/o della felicità

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Luca Chiappara e Mario Monterosso sono due ex ragazzi siciliani che sono andati all’inseguimento del “sogno americano”. Non sono partiti con le valigie di cartone su un vecchio bastimento, ma a bordo di un aereo e con un trolley. Il primo con un contrabbasso nella stiva, il secondo con una chitarra. Non hanno lasciato casa e familiari per andare in cerca di fortuna o ricchezza. E nemmeno di successo. Ma, semplicemente, di felicità. Infatti, non hanno comprato un biglietto aereo per New York o Los Angeles, capitali del business dello spettacolo, della musica e del cinema, ma per trasferirsi negli unici posti in cui i vecchi valori del rock’n’roll, la musica del cuore, fioriscono ancora: Nashville e Memphis. 

Mario e Luca

Basettoni e un accenno di ciuffo alla Elvis, Mario Monterosso, cinquantatreenne chitarrista catanese dall’anima blues, sulle rive del Delta ritrova i suoi miti, i suoi ritmi ed i suoi sogni. Entra a far parte della band di Tav Falco, del quale diventa anche produttore, viene chiamato da altri artisti, che ne apprezzano le doti di chitarrista. «Suono di tutto: funk, rockabilly, blues, r&b e rock» dice con orgoglio. Si adatta perfino alla musica country.

Luca Chiappara, bassista trentatreenne, volto da ragazzino, a Nashville arriva da Palermo dopo una strigliata di quattro ore da parte di James Intveld, rockabilly di Los Angeles, con il quale si era trovato in tour in Europa. «Dopo il primo concerto, mi chiamò in camerino e mi diede una lezione su come suonare il contrabbasso nel country tradizionale. Compresi che avevo bisogno di trasferirmi in un mondo musicalmente più competitivo. Così, alla fine del tour, chiesi a James che consigli avesse per la mia crescita. “Trasferisciti a Nashville”, mi rispose. Tre anni dopo sono ancora qui».

Il “non film”, la regista

Luca e Mario sono i protagonisti del cortometraggio Mamma, That’s All Right della regista Valentina Signorelli. «Un progetto nato per raccontare le loro storie, sia perché interessanti, sia perché ambientate negli Stati del Sud, che non sono di solito associati alle rotte migratorie degli italiani in America, nonostante in Tennessee l’8% della popolazione sia di origini italiane».

Valentina Signorelli arriva a Luca e Mario dopo aver raccontato in Made in Dreams la storia di Amadeo Peter Giannini, un banchiere di origini italiane, vissuto a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento, che ha partecipato alla costruzione dell’America, fondando la Bank of America. Due visioni diverse dell’“american dream”.

Valentina Signorelli

«In realtà, c’è una continuità», sottolinea la regista e produttrice. «Perché, come in Made in Dreams abbiano alla fine raccontato non solo la storia di Giannini ma quella di milioni di migranti italiani in America, raccontare la storia di Luca e Mario è l’interpretazione in chiave moderna di cosa sia oggi il sogno americano, 150 anni dopo le prime ondate migratorie dall’Italia verso gli Stati Uniti. È stato molto più divertente da girare Mamma, That’s All Right».

  • Lei è nata a Bergamo, poi, dopo un periodo romano, da dodici anni vive a Londra. Come ha incontrato e conosciuto un palermitano e un catanese?

«Il mio contatto principale è stato Luca, che ho conosciuto dieci anni fa a Palermo. C’è stato un periodo della mia vita, quando facevo il dottorato a Londra, in cui passavo l’estate sui Nebrodi. Aiutavo a organizzare un festival musicale a San Fratello, si chiamava “Pas de Trai” e si è fatto per un po’ di anni: portavano artisti di base a Londra e io, parlando inglese, davo una mano. Tra una cosa e l’altra ho conosciuto molti artisti. Sono rimasta molto legata alla Sicilia, sia a Palermo sia all’area dei Nebrodi e lì ho conosciuto Luca Chiappara mentre era in pausa da un tour e siamo diventati amici. Poi, quando ero in promozione per Made in Dreams, ho fatto scalo a Nashville, una città che non conoscevo. Luca era lì e, per superare il jet leg, sono rimasta qualche giorno, prima di iniziare il tour promozionale. Mi sono così resa conto che Nashville è una città molto interessante, estremamente conservatrice, però molto vivace, c’è musica ovunque, le persone ballano a qualunque ora. Tramite Luca ho conosciuto Mario. Ho visto che funzionavano molto bene insieme sullo schermo senza bisogno che parlassero fra di loro. Mi son detta: “Va bene, abbiamo la storia”. Ed è finita così».

  • Lei definisce Mamma, That’s All Right un “non film”. Perché?

«Non mi piace la parola documentario per il tipo di cinema che faccio io. Il documentario è quello che parte da una tesi già rivelata, mentre a me piace l’idea di utilizzare lo sguardo cinematografico per parlare della vita delle persone. È il mio punto di vista, ma è la vita di Luca e di Mario, ed è un momento specifico della loro vita che non accadrà più. Lo definisco un “non film” anche per le modalità di produzione. Il progetto nasce perché è stato selezionato dal Niaf De Laurentis film prizes. Abbiamo avuto completa libertà. Non c’è stato un piano di lavorazione, una scaletta, uno script. Era importante che il progetto emergesse dal girato. Infatti, alla fine avevano qualcosa come 8 ore di girato che abbiamo ridotto a 32 minuti perché nel formato del corto all’americana».

  • Il film è molto divertente. Le storie sono costruite in parallelo. Scene di vita quotidiana, fra colazione, shopping, studio, locali, pasta e pizza. Vite parallele che vanno a incrociarsi nel giorno della festa dell’Indipendenza, il 4 luglio, nel leggendario Sun Studio, dove viene registrata la canzone che fa da colonna sonora, We’ll figure it out.

«È il bello del cinema del reale. Io non spiegavo niente di quello che avrei girato quella mattina. Io davo la convocazione, eravamo una troupe molto piccola, solo in tre, e poi si decideva di guardare in una direzione rispetto a un’altra. Ho cercato di creare delle corrispondenze fra le loro vite che sembrano antitetiche, ma hanno elementi di simmetrie. Noi avevamo la vita di Luca e quella di Mario, però non sapevo cosa sarei andata a girare. Volevo tuttavia dare una cornice, come la peste del Decameron. E la cornice del grande evento mi faceva gioco perché comunque Nashville è una città che vive di enormi celebrazioni in occasione del 4 luglio. Non avevo mai visto una festa dell’indipendenza negli Stati Uniti e mi son detta: “Ok giochiamoci la festa del 4 luglio perché, mal che vada, almeno abbiamo la cornice che regge l’imbastitura del progetto”. A livello simbolico, metaforico, faceva gioco contestualizzare Luca e Mario nella festa americana per eccellenza insieme al Giorno del ringraziamento. Era quello che serviva per dare un espediente narrativo e anche visivo».

  • Dopo aver girato due film sul “sogno americano”, è riuscita a capire bene in cosa effettivamente consista? Inoltre, si può ancora parlare di “american dream” nell’era della presidenza Trump?

«In fase di postproduzione c’è stato il cambio di leadership al governo americano e mi sono resa conto che forse questo piccolo progetto aveva una grande forza politica, perché Luca e Mario per quanto siano due musicisti talentuosi, lavorano tantissimo, non sono famosi come può essere Damiano dei Måneskin, e che quindi ha un appeal nel raccontare il sogno americano di un ragazzo che vince Sanremo e che poi finisce a fare un tour mondiale negli Stati Uniti. Luca e Mario rappresentano la vera classe media del mondo dell’arte e della musica. Sono le persone più a rischio delle politiche di questa amministrazione. E, quindi, l’idea di capire cos’è il sogno americano è diventata molto più importante dopo che abbiamo chiuso il film, perché è una domanda aperta. Non c’è una risposta. C’è la risposta di Luca e di Mario, c’è la risposta degli americani nella sequenza finale del film (fra cui Priscilla Presley, ndr), ma in realtà è una domanda che non ha una risposta, soprattutto per noi che non viviamo in America e che quindi facciamo fatica a capire cosa vuol dire il sogno americano quando viene venduto come “basta che uno lavori tanto, si impegni e si diventa ricchi”. Ma non funziona così. Non ho una risposta definitiva su questa domanda. Forse non l’ho capito neanche io cosa sia il sogno americano».

I due protagonisti

E qual è la risposta dei due protagonisti di Mamma, That’s All Right? 

«È possibile che un solo presidente sia capace di cambiare un’ideale che connota una terra?», si chiede Luca Chiappara. «Sicuramente per alcune classi sociali è diventato più difficile, se non impossibile. Parlo dei più poveri ed emarginati, ovvero gli immigrati che vengono qua partendo da condizione di povertà o disagio sociale. Su una scala più personale, sembra che nella quotidianità il sogno americano stia rimanendo intatto. Affaticato, ma intatto. Penso questo sia un sentimento profondamente radicato e culturale. Per quanto le politiche della nuova amministrazione siano invasive, credo – e spero – che quel sentimento non sia cambiato. Soprattutto per chi ha lasciato il suo Paese per cercare fortuna qua». 

Luca Chiappara, 33 anni, di Palermo

«Credo che l’“american dream” prescinda dalle varie ondate politiche. L’America resta tutt’oggi la terra delle opportunità, seppur con tante complicazioni», riflette Mario Monterosso. «Resta ancora oggi il luogo in cui puoi realizzare te stesso, rimanendo te stesso, scoprendo te stesso, migliorando te stesso, senza tantissimi compromessi».

  • Forse è più avvertita la crisi che sta attraversando il rock’n’roll, in Europa ormai ghettizzato in ristrette nicchie. L’America è ancora un terreno fertile per la musica di Elvis e Chuck Berry?

Mario Monterosso: «Quel tipo di rock’n’roll sì, decisamente. Resta per pochi amanti della cultura del secolo scorso che ormai sta scomparendo. Ci stanno dei giovani che lo riscoprono, ma sicuramente alla luce di nuove sonorità. Direi che di quel tipo di r’n’r resta l’attitudine, per il resto sembra essere stato inghiottito da quel grande contenitore chiamato “Americana”».

Mario Monterosso, 53 anni, di Catania

Luca Chiappara: «⁠Il rock’n’roll tradizionale, quello inteso come revival di un movimento negli anni Cinquanta è molto debole negli USA. La realtà europea è più conservatrice, non accetta influenze di altri generi, si impone un rigido codice estetico e culturale. Mentre l’America va avanti, l’Europa cerca di stare appresso, definendo cosa sia rock’n’roll e cosa non lo sia. Agli americani frega ben poco. Il rock’n’roll, in senso più lato, qua è vivo e vegeto e appartiene a tutte le età. Le sale concerto sono strapiene di ragazzini che comprano merchandise. Il 2024 è stato un anno di grande boom per le vendite di merchandise. Anzi, le sale sono in crisi perché i giovani non bevono, ma spendono i loro soldi in dischi o magliette, anche per questo è sempre più diffusa la pratica terribile del locale che trattiene la percentuale del merch dalla band. Ma la buona notizia è che la generazione TikTok è responsabile e genuinamente interessata alla musica. Che sia di band più datate o band emergenti. Avresti dovuto vedere la coda per il concerto di Stevie Nicks alla Bridgestone Arena a Nashville… giovanissimi! Ma in fondo è anche così in Italia, ne è prova il successo di Lucio Corsi o dei Måneskin».

Luca e Mario sono amici di vecchia data. «Ci siamo conosciuti a Messina nel 2016, poco prima che io partissi alla volta degli USA», ricorda Monterosso. «Poi Luca ha fatto parte del Don Diego Trio con cui girammo il docufilm Greetings from Austin e poi registrammo pure il disco del Million Euro Quartet a Memphis nel 2018 del quale hai scritto». 

Riuniti nuovamente per questo “non film”, avranno adesso più occasioni di vedersi, avendo il catanese deciso di trasferirsi a Nashville, città più vivace dal punto di vista musicale. 

Mamma, That’s All Right, presentato in anteprima mondiale sabato 18 ottobre a Washington durante i festeggiamenti per il cinquantenario della Niaf – National italian american Foundation, dal prossimo anno dovrebbe cominciare a girare nel circuito dei festival cinematografici. Nel frattempo, la regista Valentina Signorelli torna nei luoghi di vacanza sui Nebrodi, per seguire a Tusa le riprese di una fiction da lei prodotta.

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