– Inchiesta sulla crisi dei piccoli e medi spazi live. «Una crisi che non è soltanto economica, ma legata alla poca programmazione da parte di agenzie e tour», spiega Fabio Schillaci dei Candelai e del direttivo di Keepon Live
– «Ormai chi fa successo passa in un batter d’occhio dal nulla alla Villa Bellini e costa un accidente di soldi. Costi insostenibili per un locale», fa eco Diego Vespa dei MercatiGenerali. «La Regione Sicilia non sostiene il rock»
– Il “Provincia popolare tour 2026” della band I Ministri giovedì 5 a Palermo, l’indomani a Catania e sabato a Messina come crociata per difendere i luoghi che ogni giorno continuano a custodire e promuovere la musica live
In tutta Europa la scena della musica dal vivo sta vivendo una fase critica: eventi fuori scala, cachet spropositati, “finti sold out”, tour annullati e artisti sull’orlo di una crisi di nervi. Ad arrancare, in particolare, i piccoli club, quei luoghi dove le band iniziano e le comunità si formano. Queste realtà non sono solo locali: sono spazi culturali, incubatrici di talenti e punti di riferimento per intere generazioni di appassionati.
Parliamo dei piccoli e medi club, dei festival indipendenti, delle realtà che ancora oggi rappresentano la linfa vitale del sistema musicale. Sono loro a offrire spazi di crescita autentica agli artisti, a tenere in vita la musica come esperienza reale e condivisa. Eppure sono sempre più asfissiati e fagocitati dal mercato mainstream. Invece andrebbero sostenuti in modo deciso dalle istituzioni culturali, perché hanno un valore enorme, anche sul piano sociale e territoriale. Gli esempi virtuosi non mancano: tra i club cito l’Arci Bellezza e il Magnolia di Milano, Largo e Monk a Roma, l’Hiroshima Mon Amour, il Locomotiv, il Covo e l’Estragon a Bologna, il Bronson a Ravenna, il Cage a Rimini, Spazioporto a Taranto, I Candelai a Palermo, i MercatiGenerali ed il Monk a Catania, il Retronouveau di Messina. E tra i festival: Ypsigrock, FestiValle, Cinzella, MI AMI, C2C, Nameless, Locus e tanti altri. Sono presidi culturali preziosi. E oggi più che mai vanno protetti.

Con questo fine la band I Ministri ha intrapreso il Provincia popolare tour 2026: un viaggio che attraverserà l’Italia da nord a sud, riportando il gruppo nei club e negli spazi che ogni giorno continuano a custodire e promuovere con resilienza la musica live. «Si parla da tempo della crisi dei piccoli e medi club, e dei problemi della provincia a raggiungere un certo tipo di offerta culturale. Invece di limitarci a discuterne, abbiamo deciso di provare a fare qualcosa di concreto», spiega il chitarrista Federico Dragogna della band che questa settimana sbarca in Sicilia per tre concerti: giovedì 5 marzo ai Candelai di Palermo, il giorno successivo, venerdì 6, ai Mercati Generali di Catania, per chiudere sabato 7 Marzo al Retronouveau di Messina.
Una crisi non solo economica
Che la situazione sia grave lo indicano i numeri. Nel Regno Unito quasi ogni settimana chiude un locale, con perdite di centinaia di gig e migliaia di opportunità per artisti emergenti. Anche i pochi locali rimasti operano con margini strettissimi — spesso meno del 1% di profitto — mentre i costi di cachet, affitto, energia e personale continuano a crescere.
Questi numeri, se guardati in Italia, si riflettono nei dati di associazioni di settore secondo cui oltre il 30-50% dei club ha ridotto o sospeso attività negli ultimi anni, erodendo l’infrastruttura su cui si regge la musica live nel nostro Paese.
«Non è necessario che si parli di crisi economica», tiene a evidenziare Fabio Schillaci, fra i fondatori dei Candelai a Palermo e componente del direttivo di Keepon Live (associazione di categoria dei Live Club e Festival italiani). «La crisi economica c’è, ma questa è dovuta anche ai lunghi effetti del Covid, non tutti si sono ripresi da quella situazione. Ma sicuramente è una crisi legata alla poca programmazione da parte di agenzie e tour. I “live” che si può permettere un live club medio-grande da 300 a 700 persone creano sempre meno attenzione nelle nuove generazioni».

- Questo perché i giovani spendono meno per i piccoli “live” in modo da risparmiare e acquistare i “salati” biglietti per i grandi eventi?
«È il gatto che si morde la coda. Intanto, usciamo dal periodo del post-Covid che ha fatto registrare un boom, drogando il mercato. Nei due anni successivi si è lavorato soprattutto con i grandi concerti, si è fatto man bassa con prezzi molto alti, e l’estate passata ci sono stati i primi segnali di crisi con diversi tour annullati, perché è scemata l’euforia che portava la gente a spendere 60/70 euro anche per vedere concerti di artisti non di grande livello. E poi c’è il fatto che appena un artista ha un pezzo interessante, arriva un colosso come Sony e lo porta immediatamente a girare con produzioni e pretese che spesso un live club non si può permettere. Viene a mancare tutta la fascia educativa sia per il pubblico, che conosce un gruppo che magari dopo due anni diventa famoso, sia per il gruppo che comincia a fare esperienza sui palchi e quando arriverà in un palazzetto saprà anche suonare».
Dai trenta concerti l’anno, i Candelai sono così scesi a 15/18 con la conseguenza di «un calo di attenzione da parte del pubblico, ed è un circolo non virtuoso che si viene a innescare».
«Ormai chi fa successo passa in un batter d’occhio dal nulla alla Villa Bellini e costa un accidente di soldi», fa eco da Catania Diego Vespa dei Mercati Generali. «La produzione di uno spettacolo ha costi impossibili, ci dovrebbero essere dei prezzi proibitivi alla biglietteria. È difficile fare delle band che abbiano un pubblico, appena hanno successo le spese di produzione crescono. Faccio l’esempio di Brunori, ai MercatiGenerali l’abbiamo ospitato 8 volte prima che arrivasse dove è ora: soltanto nell’ultimo abbiamo fatto un po’ di utile. Dopo è diventato inavvicinabile. Le prime volte, quando era poco famoso, si arrivava al pareggio grazie al consumato del bar. Oggi i ragazzi bevono meno birre: sono calati i consumi di bevande. Io non so chi guadagna con i concerti dal vivo».
Il ruolo di internet

Internet ha anche un ruolo nello sconvolgere la filiera musicale di una volta che vedeva nei club il punto di partenza per band e cantautori. Molti si affidano a YouTube o ai social per far breccia. È il recente caso di Eddie Brock che da fenomeno TikTok si è ritrovato “Big” sul palco del Teatro Ariston a Sanremo (arrivando ultimo).
«Non lo so. Ci si abbandona a questa falsissima narrazione cui Internet ci ha abituati, e cioè che è lo spazio dove tutti hanno la loro possibilità», commenta Cristiano Godano dei Marlene Kuntz. «Per me sono tutte balle. Se ci si affida a quella roba lì non si va da nessuna parte. È ormai evidente a tutti che gli algoritmi ti fanno andare dove decidono loro, non dove decidi tu. Gli algoritmi non propongono cose nuove. Io da persona addetta ai lavori, non ho idea dei gruppi ventenni che suonano rock, però so che ci sono. Quindi forse anche i giornalisti dovrebbero probabilmente fare qualcosa di più per far arrivare questa informazione».
«Negli ultimi anni ci siamo resi conto che il sistema live stava diventando sempre più elitario. Noi volevamo fare l’opposto: tornare dove tutto è più diretto», aggiungono I Ministri. «La musica deve essere popolare, accessibile, viva. Nei club ti guardi negli occhi, senti il sudore, percepisci le reazioni in tempo reale. È un’altra dimensione. Nel club non puoi nasconderti. Non ci sono effetti speciali che tengano: ci sono le canzoni. È un ritorno all’essenza del suonare».
Le soluzioni

In risposta alla crisi, alcune iniziative stanno emergendo, ma spesso sono laboriose e prive di effetti. In UK diversi artisti — come il cantautore Sam Fender — hanno donato parte dei loro guadagni alla Music Venue Trust per sostenerne le attività. In Italia, alcuni cercano alternative, spostando l’attenzione dalla musica alla stand-up comedy o al food. Soluzioni che, tuttavia, non risolvono un problema che è strutturale.
«Stiamo tentando di fare rete per provare a dialogare con le agenzie», spiega Schillaci. «L’ostacolo, però, non sono le agenzie piccole e indipendenti, perché con quelle in qualche modo dialoghi. Il problema è che i grossi stanno comprando tutto e stanno tentando di ammazzare il settore, stanno cercando pure di comprarsi le location in modo che fanno quello che dicono loro. E si sa che quando si parla di grossi gruppi, sostenuti da fondi di investimento piuttosto che dalla passione per la musica, la musica o il detersivo o il piatto di plastica cambia poco, loro devono fare solo numeri per fatturare il più possibile».
I piccoli e medi club sono più di luoghi di intrattenimento: sono laboratori culturali in cui talenti emergenti crescono, comunità si formano e generazioni di appassionati scoprono nuovi suoni. La loro scomparsa impoverirebbe non solo l’offerta musicale, ma l’intero tessuto sociale e culturale locale.
In un momento storico in cui la musica live continua ad avere domanda ma scarse opportunità reali di espressione, la sopravvivenza di questi spazi resta una delle sfide più urgenti per artisti, gestori e pubblico: un problema che richiede azioni politiche e culturali concrete, e non solo parole. Ad esempio, basterebbe che la Regione siciliana recepisse l’apertura dei Ministero della cultura nei confronti della musica rock: nell’Isola le musiche sovvenzionate sono classica, jazz, popolare etnica. Il rock, con tutte le sue derivazioni (indie, elettronica), è uno sconosciuto.
