– Il cantautore fiorentino, al secolo Andrea Mastropietro, pubblica un album con nove tracce che sono nove crepe aperte tra ciò che si desidera e ciò che si è costretti ad abitare
– «È un disco che si muove fra la sensazione di sentirsi a disagio in questa realtà, che non sento molto mia e, dall’altra parte, il desiderio forte e irrinunciabile di guardare in alto»
– L’autore riscopre lo spirito degli anni ‘60, mescolando la canzone italiana con influenze straniere: Lucio Battisti con i Velvet Underground, l’Equipe 84 con David Crosby
– Un lavoro controcorrente: «Credo che sia una sfida che deve affrontare qualsiasi artista degno di questo nome». «Gli algoritmi calpestano l’arte». Legami col cinema
C’è un punto, nell’ascolto di Cielo e sfacelo, in cui si ha la sensazione che la musica non stia semplicemente accompagnando un racconto, ma stia cercando di scardinarlo. È lì che L’Albero — al secolo Andrea Mastropietro — rivela la natura più profonda del suo lavoro: non un disco di canzoni, ma un campo di tensione. Nove brani come nove crepe aperte tra ciò che si desidera e ciò che si è costretti ad abitare. Il cielo, appunto — il sogno, l’immaginazione, la libertà — e lo sfacelo, che non è solo paesaggio ma condizione, avanzata lenta e inesorabile di una realtà che si impone senza chiedere permesso.
«È un disco che si muove in tensione fra questi due poli, fra la sensazione, che non è solo mia, di sentirsi a disagio in questa realtà, che non sento molto mia e nella quale ci sto stretto dentro, e, dall’altra parte, il desiderio forte e irrinunciabile di guardare al cielo, qualcosa di più grande di indefinito».
Quel cielo al quale guardano gli alberi che hanno ispirato il nome d’arte di Andrea Mastropietro, artista fiorentino che non è alla prime armi, ma con un passato glorioso al fianco di Federico Fiumani dei Diaframma e alla guida della band dei Vickers. «Sono sempre stato affascinato dagli alberi per il fatto che abbiano una parte ancorata al terreno, le radici che in molti casi sono enormi, grandi quanto la chioma, e l’altra parte protesa verso il cielo, verso l’alto. Quindi, una parte nascosta e una visibile. Un qualcosa di molto simile esiste anche in noi uomini. Abbiamo una parte esteriore, la parte della socialità, quella che decidiamo di mostrare al mondo esterno, la nostra faccia, i nostri occhi e i nostri capelli; come gli alberi abbiamo anche noi un lato più nascosto e misterioso, quello che mostriamo solo ad alcuni, o a nessuno. E poi ho scelto l’albero come nome d’arte anche per la bellezza che rappresenta».

- Un Albero con le radici ben piantate negli anni Sessanta e Settanta.
«Sono i due decenni da cui attingo di più, sono i dischi di quegli anni che mi hanno formato di più, aggiunti alcuni di fine anni 90 e inizi 2000».
- Nel DNA c’è Lucio Battisti, con tutti i suoi derivati.
«Ho inaugurato il mio progetto L’Albero in lingua italiana proprio con una cover di un suo brano, Nel cuore e nell’anima, che aveva scritto per l’Equipe 84. Battisti per me rappresenta la creatività e la capacità di saper scrivere delle melodie e la capacità di mettere insieme degli accordi, che è il grande mistero e il fascino della scrittura delle canzoni: cioè la creazione di temi musicali ben riconoscibili. Non ho mai trovato alcuno nella storia della canzone italiana che abbia una tale quantità e qualità in questo senso. È una cosa assimilabile soltanto ai Beatles. Non ci sono eguali in Italia. Questo è stato il primo motivo. E poi rappresenta per me la fusione della musica italiana con le influenze estere: lui ha fatto moltissimo nel modernizzare la musica nazionale, proprio un pezzo come Nel cuore e nell’anima lo mise in mano all’Equipe 84, un gruppo che aveva le orecchie ben tese a quello che succedeva in Inghilterra o negli Stati Uniti. E questo lo ritrovo nel mio modo di fare musica».
- In Cielo e sfacelo questi intrecci sono più accentuati rispetto ai precedenti lavori.
«In questo disco forse credo di essere arrivato a una sintesi, la migliore da quando ho iniziato, fra questa passione per la musica di Battisti e per altri italiani degli anni ‘60 e ‘70 con quei dischi di musica straniera che mi hanno formato probabilmente di più. Io ho cominciato a scrivere in inglese, avevo una band The Vickers con cui ho fatto tour europei. Non potrei pensare a un mio disco senza queste influenze straniere, mi piace mixare queste cose, non le trovo così distanti dai dischi di musica italiana anni ‘60 e ‘70, dove c’erano molti punti in contatto con quanto succedeva oltre oceano e oltre Manica. Mi sembra quindi naturale che i Velvet Underground finiscano dentro Battisti o che David Crosby s’incontri con l’Equipe 84 e viceversa».
Le coordinate musicali sono dichiarate ma mai didascaliche. Si avvertono gli echi del Lucio Battisti più laterale e visionario, quello di Anima latina e Il nostro caro angelo, dove la forma canzone si sfalda per lasciare spazio a paesaggi interiori. È una trama sonora che non cerca mai la citazione, ma piuttosto l’attraversamento: ogni riferimento viene assorbito e restituito come esperienza personale, come necessità espressiva.
Dentro questa matrice si infilano le ombre elettriche dei Velvet Underground, la luce obliqua ed i cori di David Crosby (Io mi voglio perdere e l’inizio di Canzone per lo spirito), i colori sospesi di Caetano Veloso (in Trovare un modo), fino al primo Pino Daniele di Chillo è nu buono guaglione o Il mare (nello svolgimento di Canzone per lo spirito). In Congedo, dall’incedere quasi marzole, ritroviamo i tamburi di All Tomorrow’s Parties dei Velvet Undergound e i cori dell’album Il mio canto libero di Battisti, o del brano Sigaretta e via dell’Equpe 84. In Oro i Verve di Richard Ashcroft s’intrecciano con Federico Fiumani, mentre lo strumentale Richiami rincorre la colonna sonora di Ennio Morricone per i Cannibali di Liliana Cavani. Ancora l’Equipe 84, ma stavolta in simbiosi con Phil Spector, nella traccia In una stanza, per chiudere in un’atmosfera alla Luigi Tenco nella percussiva Ma che follia!.
E il cinema fa spesso capolino in Cielo e sfacelo. Come nel brano che apre l’album, Fuga in re, che l’autore collega al film Dillinger è morto (1969) di Marco Ferreri. «Uno dei miei preferiti, perché il film è una presa d’atto di qualcosa che non c’è più, di qualcosa che finisce», spiega Mastropietro. «La battuta finale del film – “- Ma dove va questa barca? – A Tahiti. – “Mi sembra impossibile!” – prepara a una conclusione improbabile: se si conosce la pellicola di Ferreri, l’ultima cosa che ti aspetti è che Michel Piccoli, protagonista della storia, vada su una spiaggia, si spogli dei suoi vestiti da impiegato medioaltoborghese e trovi un vascello ottocentesco che va a Tahiti, sul quale lui s’imbarca per fare il cuoco dopo aver ucciso la sua cameriera e la sua ragazza. Questa fuga inattendibile è la presa d’atto di ciò che è finito, e si parte per un’altra realtà, qualcosa di nuovo, ancora indefinito».

- Nel brano tu canti: “Andare contro corrente sembra proprio follia”. Quest’album mi sembra che vada proprio contro corrente.
«Io credo che sia una sfida che deve affrontare qualsiasi artista degno di questo nome. In questo mi considero molto vecchio stile. Secondo me è brutto fare dischi che vanno con la corrente, non riesco a concepire che un artista scriva qualcosa che sia perfettamente calzante con tutto quello che ha attorno. Purtroppo, in tantissima musica italiana io vedo questo. Per me è una cosa naturale, ecco forse questo è il disco dove metto più a fuoco questo mio andare contro rispetto ai primi due. Sono così, un po’ per carattere, un po’ per i tempi che corrono».
- È un lavoro che gioca molto su contrapposizioni – tra lo stare in ambienti chiusi e in spazi infiniti, aperti – e ribaltamenti. Nel brano In una stanza capovolgi la visione del compianto Gino Paoli de Il cielo in una stanza. Nella tua composizione, il cielo è distante e la stanza è stretta, opprimente.
«Conosco tante persone strette in una stanza… Mi sembra che di cielo, di spazio per la libertà, ce ne sia sempre di meno. Non l’ho fatto apposta, ma il titolo della canzone di Paoli è Il cielo in una stanza, la mia solo In una stanza: scompare il cielo. Ci sono momenti del disco in cui ci si sente più stretti e chiusi, e sono le stanze, c’è poi una finestra come punto medio fra il dentro e il fuori, e ci sono altri momenti in cui si affaccia verso spazi indefiniti, ancora da pensare, da creare. Ma anche solamente avere la possibilità di farlo è una boccata di ossigeno, e in questo ci metto anche la natura, non nel senso ecologico, ma in quello che può richiamare la natura in una società e in un mondo come quello di oggi».
- In Congedo ti scagli contro gli algoritmi che “rubano a tutti / non c’è tempo di maturare i frutti / la mia passione è calpestata”.
«Per passione intendo la musica, l’arte, Credo che l’algoritmo rubi a tutti e accorci terribilmente i tempi per far maturare i frutti dell’arte, che ha bisogno di tempi naturali, molto umani. Oggi, invece, i tempi sono quelli delle macchine, della tecnica. E questo mette a dura prova chi rifiuta qualsiasi cosa che risulta artificiale, tecnica, e che non ha umanità. Con Congedo io saluto un certo tipo di visione della realtà che non mi interessa più nemmeno capire, anche se, bene o male, sono costretto come tutti a farci i conti ogni giorno».

- Richiami è uno strumentale a mo’ di interludio?
«Mi piace sempre mettere un pezzo o due strumentali all’interno del disco. E penso che musicalmente comunichi questo disagio che fa da filo rosso nel disco. A volte non c’è bisogno necessariamente di parole per costruire ragionamenti o discorsi. Nella musica italiana la strumentale è poco considerato. Eppure, spesso bastano la musica o dei cori per comunicare disagi e sensazioni».
- In Oro parli del “mio disgusto / di questo tempo e i suoi lacchè / per il denaro ed i suoi re”, a metà strada fra De André e Dario Fo.
«Io vedo tanto asservimento nei confronti delle nuove mode, dei nuovi re. Sono nato nel 1983, mi ricordo accendevo la tv e vedevo Enzo Biagi parlare, oggi si ascolta Flavio Briatore, Elon Musk… Mi dispiace questo asservimento al potere, che esiste da sempre, però, in questo momento storico, mi sembra più accentuato il trionfo del denaro, e questo accade nella cultura, nella scuola, nella sanità. L’ideologia del successo, del denaro, del potere mi inquieta un po’».
Alla fine, in Ma che follia!, Mastropietro-L’Albero apre una finestra, lasciando filtrare un raggio di luce, di speranza. Ma è solo un attimo. “E il bianco torrido / poi ci accecherà / e tutto chiaro diventerà / per un attimo / che è già morto e già fuggito via /ma che follia!”.
«La canzone parla dello stupore e della meraviglia che provo davanti alle cose che sono considerate comunemente banali in un mondo come il nostro», conclude. «I colori, i suoni, due caviglie viste da dietro che si muovono su un sentiero terroso. Le cose naturali e semplici, le più umane e terrene, appaiono oggi, in un mondo sempre più artefatto, come una vera e propria deviazione di percorso fuori dal calcolo e dal razionale, una follia per l’appunto».
- L’album “Cielo e sfacelo” esce venerdì 27 marzo per l’etichetta Santeria. Concerto di presentazione sabato 11 aprile al Glue di Firenze, ore 22,00
