Storia

La regina senza corona di Hollywood

– Diane Warren ha prolungato la sua serie negativa agli Oscar, non riuscendo a trasformare in vittoria la sua nomination numero 17 nella categoria “Miglior canzone” 
– La cantautrice è diventata una specie di record vivente: la donna che ha perso più statuette di chiunque altro. Una storia molto simile a quella di Ennio Morricone 

Ci sono carriere che sembrano romanzi di formazione e altre che assomigliano a tragedie greche. Quella di Diane Warren, probabilmente la più instancabile fabbrica di canzoni della musica americana contemporanea, sta a metà strada: una storia di talento ostinato, di trionfi planetari e di una lunga, quasi leggendaria, serie di porte socchiuse davanti alla statuetta più ambita del cinema.

Per quarant’anni Warren ha fatto ciò che pochi riescono a fare: scrivere melodie che il mondo intero riconosce dopo tre note. Ha costruito un impero invisibile di emozioni cantate da voci gigantesche — da Whitney Houston a Celine Dion, dagli Aerosmith a Lady Gaga — infilando i suoi ritornelli nel cuore della cultura pop globale. Eppure, quando la notte delle stelle si accende sul palco degli Academy Awards, il suo nome diventa quasi un rituale scaramantico: nominata, applaudita, celebrata… e poi superata.

Diciassette candidature come miglior canzone originale. Diciassette. Una statistica che, nel linguaggio dello sport americano, sarebbe da Hall of Fame. A Hollywood invece è diventata una specie di running joke elegante, una di quelle ironie che fanno sorridere con un filo di imbarazzo: la più grande autrice di canzoni per il cinema che l’Oscar competitivo non riesce a vincerlo mai.

Quest’anno, Diane Warren era in lizza con la canzone Dear Me, interpretata da Kesha, presente nel documentario Diane Warren: Relentless. L’Oscar è andato a Ejae, 24 anni, Ido e Teddy Park con la loro canzone Golden dal film K-Pop Demon Hunters. Sono i primi sudcoreani a vincere in questa categoria.

E dire che Warren ha firmato pezzi che hanno definito epoche cinematografiche. Quando I Don’t Want to Miss a Thing esplose nel film Armageddon, diventò l’inno universale degli addii impossibili. Prima ancora, con Because You Loved Me in Up Close & Personal, aveva trasformato una ballata in un manifesto sentimentale degli anni Novanta. E poi How Do I LiveThere You’ll Be di Faith Hill da Pearl HarbourTil It Happens to You di Lady Gaga, dal film The Hunting Ground: canzoni che hanno attraversato radio, matrimoni, funerali e karaoke con la stessa naturalezza con cui un classico entra nel repertorio. Il paradosso è tutto qui: il pubblico le ha dato quello che l’Academy ha continuato a rimandare.

Alla fine, nel 2023, l’industria ha deciso di risolvere l’equazione con la soluzione più hollywoodiana possibile: assegnarle l’Academy Honorary Award. Non per una singola canzone, non per una notte perfetta, ma per l’intera traiettoria. Una specie di abbraccio collettivo dopo decenni di “quasi”. È stato, inevitabilmente, un premio doppio: onorifico e consolatorio. Un po’ come accadde per Ennio Morricone che nel 2007 ricevette il premio Oscar onorario alla carriera, dopo essere stato candidato per cinque volte tra il 1979 e il 2001 senza aver mai ricevuto il premio. L’ottenne quindici anni dopo per le partiture del film di Quentin Tarantino The Hateful Eight.

Come Morricone anche Warren continua a fare la stessa cosa che fa da sempre. Scrive canzoni in una stanza senza finestre, seduta al pianoforte, spesso con il cane accanto, come se il resto del mondo — streaming, algoritmi, TikTok — fosse un rumore lontano. Entrambi appartengono a un’epoca in cui una canzone doveva semplicemente funzionare: raccontare una storia, colpire allo stomaco, restare. E forse proprio questo spiega la singolare maledizione oscariana. Hollywood cambia gusti, mode, politiche culturali. Le canzoni di Warren invece restano ostinatamente… canzoni.

Ballate enormi, sentimentali senza vergogna, costruite come cattedrali melodiche. Quelle che il pubblico canta a squarciagola ma che i votanti dell’Academy, sempre attenti al vento del momento, talvolta guardano con un certo sospetto: troppo sincere, troppo grandi, troppo popolari. Così Diane Warren è diventata una specie di record vivente: la donna che ha perso più Oscar di chiunque altro… restando una delle poche persone al mondo capaci di scrivere una canzone che tutti ricordano.

In fondo, se Hollywood fosse davvero giusta — e Hollywood non lo è quasi mai — avrebbe dovuto darle una statuetta molto tempo fa. Ma c’è anche un’altra possibilità. Che, senza volerlo, l’Academy abbia creato qualcosa di più raro di un Oscar: una leggenda.

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