– “Hoasca” è il nuovo album del musicista ragusano: musica evocativa, spettrale, distopica, che trasmette inquietudine: «Nasce dal constatare che sono tempi di macerie fisiche e morali, di guerre, ingiustizie che si perpetuano ogni giorno»
– Ai confini fra blues e ambient, deserto e spazio, Stati Uniti e Sicilia, il chitarrista si allontana da un mondo malato per un percorso di guarigione che trova nella musica la cura. Alfio Antico, Cesare Basile e Songs for Ulan fra gli ospiti
Ci sono musicisti che seguono la tradizione e altri che la smontano pezzo per pezzo per ricostruirla a modo loro. Stefano Meli è uno di questi: un chitarrista solitario, visionario, capace di prendere il blues rurale, i suoni ancestrali della Sicilia, la musica ambient e perfino la sperimentazione contemporanea e trasformarli in qualcosa di completamente nuovo.
La sua chitarra, «una vecchissima Fender Telecaster 1999», racconta storie senza parole. Le dita scorrono sulle corde con una tecnica che deve molto al fingerpicking del blues, «lo uso in accordatura aperta, sono tutti arpeggi», ma la struttura dei suoi brani è diversa: più ampia, quasi narrativa. In certi momenti sembra di ascoltare una ballata tradizionale, in altri la musica si apre come un paesaggio sonoro.
La sua musica amara, costruita con pochi strumenti, richiama il grande bluesman Blind Willie Johnson, ma anche la musica colta del Novecento e le suggestioni minimaliste. O, ancora, John Fahey. Come quest’ultimo anche Stefano Meli non ha paura di mescolare mondi lontani: il sacro e il profano, il folk e l’avanguardia.

Stefano Meli è una figura di culto nella musica alternativa siciliana. Libraio, da sette anni fra gli animatori del circolo Arci The Globe di Ragusa, artista storicamente legato alla ViceVersa records. Un antidivo, un loner, un solitario, uno di quei personaggi perdenti che sembra uscire da una canzone o da un film americano. E la sua musica ha qualcosa di profondamente americano. Dentro ci sono le strade polverose del Sud, il deserto, i fantasmi e i demoni del blues, ma anche una dimensione più astratta, quasi meditativa. È una musica evocativa, fatta di arpeggi, riverberi, echi. Spettrale, distopica.
Quando ascolti Stefano Meli ti accorgi che non appartiene davvero a un’epoca. È come un narratore solitario che attraversa il tempo con la sua chitarra. E continua a raccontare storie. L’ultima s’intitola Hoasca, «una bevanda psichedelica, nota come “liana degli spiriti”, la chiamano in Amazzonia ed è allucinogena, la utilizzano gli sciamani per allontanarsi un po’», spiega il musicista ragusano.
Un distacco che non equivale a una fuga dalla realtà, ma un modo di vederla da un altro punto di vista. «Il titolo nasce da questa bevanda perché è un album che ho cercato di fare per allontanarmi, sia io sia l’eventuale ascoltatore, da un mondo che non mi piace per niente, nel quale mi trovo molto male. È una sorta di viaggio», commenta. «Allontanamento come un percorso di guarigione, da un mondo malato. E la musica è la cura, perché è il veicolo privilegiato per filtrare tutto ciò che ci circonda. Hoasca è un disco ponte, una preghiera elettrica, un approdo dove sentirsi sani e salvi, come recita il titolo del brano che chiude il disco, Safe and Sound, felice espressione inglese dove salvo equivale a suono».

- Tu ti definisci un “chitarrista di frontiera”? È una frontiera materiale o dell’anima?
«Ambedue. Vivendo a Ragusa, operando in questa piccola realtà, sento un po’ di vivere al confine dell’Impero: noi siamo al Sud, più vicini all’Africa che non alla Germania, all’Europa. Il discorso del confine lo vivo sia fisicamente, geograficamente, sia come pensiero e come atteggiamento».
- La musica è certamente al confine fra blues e ambient, deserto e spazio. È una musica che trasmette inquietudine.
«È una inquietudine che mi porto dentro da sempre, ma penso non soltanto io. È l’inquietudine per i tempi che viviamo, che nasce dal constatare che sono tempi di macerie fisiche e morali, di guerre, ingiustizie che si perpetuano ogni giorno. L’inquietudine è una costante».
- Il tuo è un suono americano, quanto c’è di Sicilia?
«Ce n’è parecchia, ce n’è tanta. Mi sono concentrato molto sul suono. Io filtro suoni che sono molto legati alla Sicilia, ma la mia Sicilia è diversa da quella che si racconta con i tamburelli, è un’Isola che soffre, inquieta, martoriata dalla politica. È la Sicilia di Niscemi, del Muos, di Sigonella, una terra militarizzata».
- Tu racconti storie senza parole. La canzone Efesto, ad esempio, è accompagnata da un video girato all’ex base Nato a Comiso.
«È stata una operazione complicata per ottenere tutte le autorizzazioni, raccontare una grandissima città fantasma dove ci abitavano più di 10mila persone, una città nata attorno alle testate atomiche, una città americana a tutti gli effetti, col bowling, il campo da basket, la lavanderia a gettoni. Con il regista Vincenzo Cascone, abbiamo voluto raccontare come il tempo vanifica tutto quello che si fa per colonizzare anche militarmente i luoghi. Tutto, alla fine, diventa macerie. Ed è un monito. Abbiamo coinvolto Alfio Antico e Cesare Basile, che si è autocostruito un lapsteel: i suoni ancestrali dei tamburi siciliani, che evocano demoni e spiriti, accoppiati con gli strumenti artigianali di Cesare. Un po’ distopico».
- A proposito di collaborazioni. In Efesto c’è Alfio Antico, la tradizione, nella title-track ci sono la voce di Pietro De Cristofaro e il contrabbasso elettrico di Fulvio Di Nocera, entrambi dei Songs for Ulan che stanno agli antipodi del percussionista lentinese.
«Rappresentano il mio background musicale a 360 gradi: sono cresciuto a rock’n’roll, blues, punk e birra. Dai suoni ancestrali di una Sicilia antica passo alle atmosfere sciamaniche del canto dolente di Pietro De Cristofaro, Nel disco c’è anche l’amico Carlo Natoli che cura la parte elettronica».
- Nel precedente album, pubblicato nel 2022, ti sei definito un apache, un nomade, sempre in fuga, alla ricerca di un posto nel mondo che forse non c’è, non è abbastanza, di qualcosa per cui valga la pena vivere e restare. Con questo album lo hai trovato?
«Forse mi ci sono avvicinato un po’ di più, ma ancora non penso di averlo trovato. Mi sto avvicinando».
