– Il siracusano, che venerdì 26 dicembre ha fatto registrare il “sold out” al Teatro Metropolitan di Catania (con bis il 5 marzo a Palermo), mette in connessione i padri del caos organizzato, il teatro vittoriano, Checco Zalone e la generazione social
– Un genere senza genere che ha radici che affondano nel Ventennio fascista e che ha in Ettore Petrolini uno dei modelli. Gli Skiantos ed Elio e Le Storie Tese lo resero un fenomeno pop. E poi le diramazioni locali con Pitura Freska e Brigantony
In Italia, dove la canzone d’autore è quasi una religione e il pop segue rituali ben codificati, c’è sempre stato un sottobosco ribelle che ha preferito ridere anziché celebrare. È la musica demenziale: un genere senza genere, un antidoto all’eccesso di serietà, una lente deformante capace di raccontare il Paese proprio mentre finge di deriderlo. Un filone le cui radici affondano fino nel Ventennio fascista e che ha forse in Ettore Petrolini, fra i più influenti attori del teatro comico del Novecento, il suo archetipo. Senza dimenticare Rodolfo De Angelis, drammaturgo napoletano e futurista, autore di brani smaccatamente ironici come Sanzionami questo o Ma… cos’ è questa crisi?. Il loro repertorio viene reinterpretato con successo da Gigi Proietti anni dopo, mentre la musica demenziale continua a prendere forme sempre più definite con Enzo Jannacci e Cochi e Renato, sia sul lato nonsense che sulla velata critica sociale.
Gli Squallor: i padri del caos organizzato

Tutto però comincia con una banda di addetti ai lavori: quattro professionisti della discografia che negli anni Settanta decidono di prendersi una pausa dal mondo patinato della musica “seria”. Sono gli Squallor: Alfredo Cerruti, Giancarlo Bigazzi, Totò Savio e Daniele Pace. Autori e produttori di mezza Italia, ma soprattutto pionieri dell’assurdo.
Gli Squallor inventano un mondo sonoro fatto di spoken word, dialoghi surreali e una comicità spesso scorretta, sempre spiazzante. Più che canzoni, raccontano scenette allucinate: barzellette in forma di LP, incubi metropolitani, drammi quotidiani trasformati in parodia. E lo fanno senza apparire: niente concerti, nessuna promozione. Il loro mito cresce nel silenzio dei media e nel passaparola.
Troia, Palle, Vacca, Pompa, Cappelle sono i titoli di alcuni loro brani. Quando nei primi anni Ottanta arriva la videocassetta Arrapaho, il gruppo diventa un fenomeno generazionale. È la prova che la demenzialità può essere un linguaggio, non un inciampo.
Anni ’80 e ‘90: il demenziale diventa pop
Una manciata di anni dopo, a Bologna, si erge un nuovo pilastro: gli Skiantos. Dopo gli Squallor, la musica demenziale smette di essere un gioco da addetti ai lavori e si trasforma in un vero sottogenere. Gli Skiantos, guidati da Freak Antoni, portano sul palco la “rivoluzione del non senso”.
Due anni dopo, nelle scuole milanesi cominciano a circolare alcune cassette degli Elio e le Storie Tese, registrate di nascosto durante i loro spettacoli allo Zelig di Milano. Il loro primo album in studio arriva nel 1989, con un titolo scritto in singalese e più di 130mila copie vendute.
Il genere ottiene grandissima popolarità fra il pubblico, ma il culmine vero e proprio si raggiunge nel 1996, quando Elio e le Storie Tese fanno il loro ingresso al Festival di Sanremo portando la Terra dei cachi all’Ariston: il palco più famoso d’Italia, sotto i piedi pesanti di sei ottimi musicisti con la pelle tinta d’argento (un omaggio ai Rockets). Il brano conquista il premio della critica e si piazza secondo in classifica, con il forte sospetto di un broglio dei voti orchestrato per strappargli la vittoria.
Dall’anno dopo, la geografia del demenziale si allarga molto di più. Nel 1990, fra i banchi del liceo Mamiani di Roma, si formano i Prophilax: band di culto nel sottobosco musicale laziale, specializzata in testi particolarmente sboccati e blasfemi. Si sciolgono nel 2023, dopo decenni di live. Sono diventate più rare anche le apparizioni nei teatri di Latte & i Suoi Derivati, fondati nel 1992 dai comici Lillo e Greg. Ci sono alcune tracce in Veneto, con i Pitura Freska e i Niù Tennici.
In quegli anni il genere si mescola un po’ con la musica dialettale. A Napoli Tony Tammaro spopola nelle tv e radio locali, mentre a Bologna nel 1992 irrompono i Gem Boy, che fanno della parodia la loro cifra. Tanto da sbarcare in tv nelle primissime edizioni di Colorado e rimanerci fino al 2014. In Sicilia impazza Brigantony con l’arrangiamento geniale di The final Countdown degli Europe traslato in siciliano con Mi stuppai na Fanta. C’era chi storceva il naso. Oggi comprendiamo, invece, quanto genio e quanta sana leggerezza ci fosse in quel contesto audace e per certi versi irripetibile. Al secolo, Antonino Caponnetto, morto a 74 anni, arrivò ad esibirsi fino al Madison Square Garden di New York. A sucalora, Semu fuiuti frischi, U cannolu e le cover Iaffiu ‘u cuttu (I Feel Good di James Brown); Si futtenu a mé vespa (Hanno ucciso l’Uomo Ragno degli 883) i suoi successi più popolari.
Il filo comune è uno solo: ridere, sì, ma con cognizione di causa. Perché la musica demenziale italiana, sotto le battute, non ha mai smesso di raccontare ciò che l’Italia è: le sue contraddizioni, i suoi tic, le mode che nascono e muoiono più in fretta di un tormentone estivo.
Il nuovo millennio: YouTube, meme e linguaggi ibridi
Con l’arrivo del web, il demenziale trova terreno fertile. Non c’è più bisogno di etichette né di distribuzione: bastano una videocamera e un’idea buona o sbagliata al punto giusto. Nascono così fenomeni virali, tormentoni digitali, parodie che durano lo spazio di qualche settimana ma entrano a pieno titolo nella storia del genere.
La comicità si fa liquida, modulata su nuovi tempi e nuovi linguaggi. Le produzioni si fanno più veloci, spesso più basse di budget ma più alte di creatività.
Il rock demenziale sembra aver mutato ancora una volta la sua pelle. Anche qui, spunta un nome: Ruggero de I Timidi, personaggio creato da Andrea Sambucco. Dai primi del 2000 calca i palchi italiani come cabarettista, entra a far parte del cast di Colorado, Zelig e Quelli che il calcio. Finché nel 2013 non decide di mettersi una parrucca a caschetto e uscire su YouTube con Timidamente io, il singolo d’esordio. Il suo stile mielato e vintage cozza con dei testi sessualmente espliciti, tanto da conquistare il cuore di Giuseppe Cruciani, che lo fa diventare ospite musicale di punta de “La Zanzara”.
Tony Pitony: l’erede di una tradizione incompresa
Dentro questo panorama si inserisce anche la figura, volutamente grottesca, di Tony Pitony, personaggio che sembra uscito da un universo parallelo in cui gli Squallor incontrano Checco Zalone e la generazione dei social. I suoi brani recuperano l’assurdo come cifra stilistica, giocano con la caricatura del cantante di provincia, usano il nonsense come grimaldello.

Un ragazzo che ha studiato e lavorato in Gran Bretagna, tra prosa, doppiaggi e piccole produzioni teatrali, e che d’un tratto decide di diventare diverso dagli artisti che lo circondano. L’ispirazione arriva dalle follie vittoriane: spettacoli scorretti, grotteschi, in cui attori vestiti male prendevano in giro politici e aristocratici dentro i loro stessi castelli. È lì che nasce la scintilla, usare l’arte come sabotaggio. È lì che nasce Tony Pitony, una maschera di Elvis perennemente sul volto e una trasgressività spiazzante sia nei testi che nella musica.
«Indossare una maschera è oggi un paradossale gesto di libertà per sfidare un sistema che impone volti scoperti ma menti conformi», sostiene. «Il vero volto non è quasi mai quello che si vede, ma quello che si sceglie di rivelare. E io voglio rivelarvi che alla fine, facciamo tutti un po’ cagare».
Il progetto ricorda quello di Liberato: «Non esiste solo un Tony Pitony, ma un gruppo di persone attorno a questo progetto», ha detto a Fanpage. Nel 2020 si è presentato ai provini di X Factor: cantò una cover di Hallelujah di Leonard Cohen con gorgheggi bizzarri, riuscendo a convincere Mika ma non Emma Marrone e Manuel Agnelli, che lo rimandarono a casa. I suoi brani, come Culo, Striscia, Sessonline o Stimoli, presentano testi espliciti, irriverenti, uniti a sonorità e arrangiamenti molto curati. In altri – come Giovanni, Rio de Janeiro, Ossa Grosse, JIÀN ZÒU, Mi piacciono le nere – scherza senza peli sulla lingua su minoranze e temi delicati. Genio o provocatore? Performer, soprattutto. Il risultato? Su Spotify conta quasi 700mila ascoltatori mensili e 17 milioni di streams complessivi e ai suoi concerti è tutto sold out, come ai live di venerdì 26 dicembre al Teatro Metropolitan di Catania e del 5 marzo 2026 al Golden di Palermo, con i biglietti esauriti in meno di 48 ore. Adesso si aggiungono le date del 30 luglio alla Villa Bellini di Catania e dell’1 agosto al Piccolo Parco Urbano di Bagheria.
Tony Pitony non reinventa la musica demenziale, ma la traghetta in un presente che vive di ironia rapida, di citazioni pop, di auto-parodia permanente. È l’ennesima dimostrazione che la demenzialità italiana non è un vezzo passeggero, ma una tradizione culturale che rinasce a ogni epoca, adattandosi alle tecnologie e alle estetiche del momento.
La musica che abbassa la pressione
La musica demenziale funziona perché abbassa la pressione. È una valvola di sfogo collettiva, un luogo in cui le regole della canzone si piegano fino quasi a spezzarsi. Ci dice che la musica può essere anche gioco, irrisione, liberazione. E, paradossalmente, proprio ridendo ci restituisce uno specchio preciso del Paese.
Dal caos creativo degli Squallor alle provocazioni da social di Tony Pitony, il percorso è lungo ma coerente: ogni era ha i suoi folletti sonori, i suoi sabotatori del buon gusto. E, per quanto imprevisti, continuano a ricordarci che senza una buona dose di assurdità il panorama musicale sarebbe terribilmente noioso.
