– Quella nuova canzone di successo su Spotify? È stata creata dall’intelligenza artificiale. Aspiranti musicisti sfornano singoli utilizzando la nuova tecnologia. Alcuni raggiungono la cima delle classifiche
– Anche lo spot della Rai per Sanremo Giovani ha utilizzato questo trucco. Ma questo metodo, che fa tremare pure il cinema, sta avendo un impatto particolarmente rapido sulla scrittura di brani musicali
– Il brano country “Walk My Walk” ha conquistato le classifiche Usa, è firmato dal misterioso artista Breaking Rust, ma il cowboy cupo e dalla voce roca dietro la hit non esistono, tutto generato dall’IA
Nella primavera del 2023, una nuova canzone ha iniziato a circolare silenziosamente su TikTok, s’intitolava Called Heart On My Sleeve e sembrava interpretata da due cantanti estremamente popolari come Drake e The Weeknd. I due artisti, però, non avevano mai prestato le loro corde vocali alla sua realizzazione.
Il brano era stato interamente generato dall’intelligenza artificiale: testo, melodia, persino quella lieve compressione che dà alle produzioni pop la lucentezza di uno studio da un milione di dollari. Il creator aveva poi “clonato” le voci dei due cantanti utilizzando un software di simulazione opportunamente allenato. In pochi giorni, Called Heart On My Sleeve aveva raccolto 9 milioni di utilizzi su TikTok, mentre su Spotify era stata riprodotta 254mila volte, prima di sparire dalle piattaforme, travolta da reclami per violazione del copyright.
Fu uno scandalo, certo. Ma anche una rivelazione. Per la prima volta, l’intera macchina del pop — voce, ritmo, emozione — era stata simulata con sorprendente credibilità da qualcosa di non umano. E, cosa ancora più disarmante, “suonava bene”. Da allora, il fenomeno è esploso. Un intero ecosistema di “hitmakers artificiali” ha preso forma: adolescenti che sperimentano da una cameretta con modelli open-source, produttori affermati che usano software proprietari per “raffinare” una voce o suggerire una progressione di accordi. Oggi circola un flusso continuo di musica che vive in una zona grigia: non del tutto umana, non del tutto artificiale — ma qualcosa nel mezzo, un ibrido dai contorni ancora incerti.
Da Carneade a hitmaker

Il New Yorker racconta la storia di Nick Arter, trentacinquenne di Washington, D.C., che non è mai riuscito a diventare un musicista professionista. È cresciuto a Harrisburg, in Pennsylvania, in una famiglia amante della musica. Suo padre e il suo patrigno erano grandi appassionati di hip-hop anni Novanta – Jay-Z, Biggie, Nas – e i suoi zii lavoravano come dj e suonavano R&B anni Settanta. Durante l’adolescenza, lui e i suoi cugini registravano i propri brani hip-hop, prima su stereo portatili, poi su computer fissi, imitando Lil Romeo e Lil Bow Wow, i giovani rapper più popolari dell’epoca.
La musica è rimasta un hobby per Arter durante gli anni dell’università, all’Indiana University of Pennsylvania. Dopo la laurea, ha tentato brevemente di diventare professionista, vendendo mixtape a concerti locali, prima di trovare un lavoro come responsabile di un call center governativo a Harrisburg. Quel ruolo lo ha poi portato a un incarico presso Deloitte a Washington, D.C., e Arter ha continuato a rappare di notte e nei fine settimana senza pubblicare nulla. «Stavo diventando un po’ troppo vecchio per fare il rapper», ha ricordato di recente.
Alla fine dell’anno scorso, ha iniziato a usare l’intelligenza artificiale per creare canzoni e, nel giro di pochi mesi, ha ottenuto successi sulle piattaforme di streaming che hanno totalizzato centinaia di migliaia di ascolti. Forse aveva una carriera musicale, dopotutto.
Cantanti e band fantasma
A settembre, Xania Monet, una cantante A.I.R. & B. creata da un giovane poeta del Mississippi, ha ottenuto un contratto discografico multimilionario dopo diversi singoli entrati nelle classifiche di Billboard. E all’inizio dell’anno una misteriosa band psichedelica chiamata Velvet Sundown ha superato un milione di ascolti su Spotify prima che i suoi creatori ammettessero che il gruppo era “sintetico”.
Un brano country interamente creato con l’intelligenza artificiale ha conquistato le classifiche Usa. Si chiama Walk My Walk, è firmato dal misterioso artista Breaking Rust, e ha raggiunto il primo posto nella classifica digitale di Billboard. Ma il cowboy cupo e dalla voce roca dietro la hit non esistono, almeno, non nel senso tradizionale del termine. La voce maschile infatti non appartiene a nessun cantante reale, e le immagini e il video sono prodotti con l’intelligenza artificiale.
La piattaforma streaming musicale non contrassegna i contenuti generati dall’intelligenza artificiale come tali e l’azienda ha affermato di star migliorando i suoi filtri di intelligenza artificiale senza definire cosa si qualifichi come canzone creata dall’intelligenza artificiale. Nell’ultimo anno, la piattaforma ha rimosso più di settantacinque milioni di “tracce spam” dal suo servizio, ma innumerevoli tracce create dall’intelligenza artificiale non contrassegnate rimangono e molti ascoltatori non riescono a distinguerle. In uno studio recente, i partecipanti sono riusciti a distinguere con successo la musica generata dall’intelligenza artificiale da quella creata da esseri umani solo nel 53% dei casi.

La diffusione rapida nella musica
Queste storie sono emblematiche dell’accelerazione dell’intelligenza artificiale nell’industria musicale. Nessun ambito della cultura o dell’intrattenimento rimane immune dall’intelligenza artificiale: lo spot della Rai per Sanremo Giovani è stato realizzato con l’IA, il conduttore Gianluca Gazzoli e il direttore artistico del Festival, Carlo Conti, nei panni di re e cavaliere, sono repliche digitali, ricreate grazie all’intelligenza artificiale: volti e (forse anche) voci generati a partire da fotografie e campioni vocali degli originali. Anche il mondo del cinema teme l’introduzione dell’intelligenza artificiale.
Ma la tecnologia ha avuto un impatto particolarmente rapido sulla scrittura di canzoni. Un paio d’anni fa, un po’ di intelligenza artificiale è stata utilizzata per creare canzoni. Le tracce sono diventate virali grazie all’utilizzo di trucchi come la replica delle voci di pop star, tra cui Jay-Z e Drake. L’idea che la tecnologia possa plasmare la musica non è affatto nuova. Dal pianoforte meccanico al sintetizzatore, fino ai campionatori, ogni innovazione ha portato con sé un brivido di timore per l’autenticità perduta.
Eppure, l’intelligenza artificiale è diversa. Non si limita a suonare o manipolare il suono: “lo inventa”. Assorbe ogni canzone mai registrata e, come uno spettro colto all’eccesso, restituisce melodie nuove con l’eco di tutte le altre. Quando gli si chiede come questo cambi il mestiere del compositore, un produttore lo definisce «un nuovo tipo di coautore: uno che non dorme mai e conosce ogni B-side dei Beatles».
Il paradosso delle hit artificiali è proprio questo: «Sono insieme rivoluzionarie e banali». Molte suonano familiari, forse troppo. Le reti neurali che le creano sono addestrate su decenni di successi, e il risultato è una musica liscia, impeccabile, quasi sterile. Ogni ritornello è ottimizzato matematicamente per rimanerti in testa, ma raramente ti colpisce al cuore.
E tuttavia, l’attrazione è innegabile. L’intelligenza artificiale «abbassa radicalmente la soglia d’ingresso»: basta una connessione Internet e un pizzico di curiosità per creare un brano dal nulla. I tradizionali filtri del talento, della tecnica o dell’accesso vengono sostituiti da una nuova abilità: “saper chiedere”. «È come dirigere un sogno», racconta un ragazzo di 19 anni che usa Suno, uno dei generatori musicali più popolari. «Scrivi quello che vuoi, e succede».

Questa tecnologia ha «aperto un nuovo regno di possibilità creative», ha detto Arter. Non era mai stato un cantante provetto, ora può cimentarsi con il R&B vecchia scuola con cui era cresciuto. Improvvisamente, può creare personaggi senza tempo per rappresentare la sua musica, completi di retroscena fittizi, al posto del suo io da millennial ormai invecchiato. Arter ha prodotto circa centoquaranta canzoni solo nell’ultimo anno e non nasconde il fatto che la sua musica è realizzata con l’intelligenza artificiale, anche se l’ascoltatore ignaro potrebbe non notare il nome del suo account YouTube, “AI for the Culture”.
In questo senso, l’ascesa della musica con l’IA non è la fine della creatività, ma la sua democratizzazione estrema. E rivela una verità che il pop conosce da sempre: l’autenticità, spesso, è solo un’illusione ben confezionata. Dai laboratori del Brill Building ai ritornelli perfettamente ingegnerizzati del produttore Max Martin, la musica pop si è sempre costruita su formule, trucchi e collaboratori invisibili. L’algoritmo è semplicemente il nuovo fantasma nella macchina.
Rimane però un’inquietudine sottile. Se un’intelligenza artificiale può replicare non solo il suono ma anche la sensibilità, cosa ne sarà del patto emotivo tra artista e ascoltatore? Quando una voce — che sembra quella del tuo cantante preferito — ti sussurra “mi manchi”, importa davvero che quella voce non abbia mai provato nostalgia, né amore? E, d’altronde, c’è differenza se a cantare un brano generato dall’IA è poi un umano?
Forse la risposta sta nel modo in cui impariamo ad ascoltare. Potremmo finire per accogliere la musica artificiale non come un inganno, ma come un nuovo genere: uno specchio che riflette i nostri desideri più che le emozioni di chi canta. Come ha scritto di recente un critico, «abbiamo costruito una tecnologia capace di scrivere la canzone perfetta. Ora dobbiamo solo decidere se vogliamo davvero ascoltarla».
