– Lo speciale elegante e carico di emozioni dedicato a Ornella Vanoni sul Nove è una dimostrazione di come si deve fare la televisione. La Signora della canzone non è stata “celebrata”: è stata ascoltata
– In tre settimane il conduttore ha messo insieme un cast da “piccolo Sanremo”, quando la tv di Stato ancora non ha fatto nulla del genere nemmeno per i compianti Pippo Baudo e Raffaella Carrà
– La serata ha interessato 1 milione e 702mila spettatori, pari al 10,5% di share, la terza più seguita domenica sera dopo “Chi vuol essere milionario” (Canale 5 con 16,6% share) 3 “Prima di noi” (Rai1, 11,2%)
C’è stato un tempo in cui la televisione di servizio pubblico non aveva bisogno di giustificarsi. Faceva le cose — bene o male, con genio o con routine — ma le faceva con l’aria di chi sa di avere un mandato: raccontare il Paese a se stesso. Poi, come spesso accade, il mandato si è perso tra i corridoi, sostituito da alibi, target, share e da quella parola terribile che è “posizionamento”.
Ecco perché lo speciale di Fabio Fazio su Ornella Vanoni, andato in onda a Che Tempo che Fa sul Nove, somiglia più a una lezione che a un programma. Una lezione non cattedratica, non pedagogica, ma esistenziale. Di quelle che non alzano il dito ma alzano il livello.

Fabio Fazio — che da anni è oggetto di un curioso dibattito nazionale, come se fosse una corrente ideologica più che un conduttore — ha fatto una cosa semplicissima: ha messo al centro una persona. Non un personaggio. Una persona che coincide quasi per intero con un pezzo di storia culturale italiana. Ornella Vanoni non è stata “celebrata”: è stata ascoltata. Che è molto più raro.
In poco tempo ha organizzato una sorta di piccolo Festival di Sanremo (magari Carlo Conti avesse un cast a questa altezza) per ricordare la cantante attraverso la musica prima ancora che con la retorica. Sul palco si sono alternati tantissimi ospiti, da Annalisa a Gianni Morandi, Mahmood, Noemi, Loredana Bertè, Fiorella Mannoia, Diodato, Toquinho fino a Mengoni, Gabbani, Elisa, Paolo Fresu e poi gli attori del Piccolo di Milano: Cochi Ponzoni, Paolo Rossi, Ale e Franz e tanti altri.
Dalle sonorità rock di Loredana Bertè sulle note di Domani è un altro giorno alla voce potente e rotta dall’emozione di Marco Mengoni mentre cantava Che cosa c’è, passando per una versione essenziale di C’è una ragione di più di Annalisa, l’eleganza innata di Arisa con La musica è finita e l’intensità di Emma nell’esecuzione di Bisogna imparare ad amarsi, per non parlare del duetto virtuale del commosso Mahmood e Ornella Vanoni su Sant’allegria, il debutto di Camilla Ardenzi, nipote di Ornella, in coppia con Diodato o il duetto fra Francesco Gabbani e Noemi, i cantanti chiamati da Fabio Fazio hanno dato una lezione di stile che vorremmo vedere al prossimo Festival di Sanremo.




Un tributo elegante, carico di emozioni, che non si è mai visto sulla tv di Stato che oltre che a Ornella (a cui probabilmente verrà dedicato un blocco a Sanremo 2026) non ha ancora organizzato nulla del genere nemmeno ai compianti Pippo Baudo o Raffaella Carrà.
«La Rai non riesce a organizzare una serata evento per Raffaella Carrà, quella per Baudo è ancora in dubbio. In tre settimane Fazio omaggia, nel modo migliore e con un cast di primo livello, Ornella Vanoni. Ma lui su Rai3 era lo scandalo per TeleMeloni…», ha scritto sui social il giornalista Giuseppe Candela, seguito da tanti altri: «Fabio Fabio sul Nove sta dando lezioni a Rai e Mediaset di come si fa tv, oltre a ricordare Ornella Vanoni nel modo più giusto. Bravo!»; «Diciamoci la verità: la serata omaggio alla Vanoni è una mancanza e un’occasione persa per la Rai».




Il servizio pubblico, quando funziona, non spiega, non semplifica, non infantilizza. Si fida dell’intelligenza di chi guarda. Fazio si è fidato del silenzio, del tempo lungo, della parola non addomesticata. Ha lasciato che Vanoni fosse Vanoni: fragile, ironica, spietata con se stessa, lontana anni luce da quella retorica della “grande artista” che la televisione ama perché non disturba nessuno.
In questo senso lo speciale è stato profondamente “Rai”, nel senso migliore e ormai quasi archeologico del termine. Non la Rai dei palinsesti ansiosi, ma quella che una volta produceva memoria condivisa. Non nostalgia: memoria. Che è una cosa diversa, perché non consola, ma interroga.
C’è poi un dettaglio che merita attenzione. Lo speciale non aveva l’ossessione della performance. Non doveva dimostrare nulla. Non doveva “funzionare”. Doveva esserci. Ed esserci bene. È una differenza sottile, ma decisiva. Il servizio pubblico non è una gara di atletica: è un racconto collettivo. Se corre troppo, perde i personaggi per strada.
Ornella Vanoni, con quella sua voce che sembra sempre sul punto di rompersi — e proprio per questo non si rompe mai — ha ricordato a tutti che la cultura popolare non è quella che strizza l’occhio, ma quella che guarda dritto. E Fazio, con la sua discrezione quasi anacronistica, ha fatto da cornice, non da protagonista. Anche questa è una lezione: la televisione non è sempre uno specchio. A volte è una finestra.
Qualcuno dirà che questo non fa numeri. Non è detto: lo speciale Ornella Senza Fine di Che Tempo Che fa sul Nove ha interessato 1 milione e 702mila spettatori, pari al 10,5% di share, la terza trasmissione più seguita dopo Chi vuol essere milionario (Canale 5 con 16,6% share) e Prima di noi (Rai1, 11,2%). Ad ogni modo, il servizio pubblico, se fa solo numeri, smette di fare servizio. E quando, ogni tanto, qualcuno se ne ricorda, vale la pena prenderne atto. Senza enfasi. Con gratitudine. E magari — perché no — con un po’ di sana invidia per una televisione che, almeno per una sera, è sembrata di nuovo adulta.

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