– Il cantautore sabato 11 a Palermo e domenica 12 a Catania per raccontare l’isola delle Pelagie, dalla colonizzazione a oggi, «quando non è più possibile nascere»
– E poi le storie di migranti, dall’Orlando Furioso di Ariosto al piccolo tunisino Amhed, “cuntate” con il ricorso a pupi realizzati con legni di barche e vestiti di naufraghi
La vera Lampedusa, non quella patinata di Claudio Baglioni o quella turistica della spiaggia dei conigli, ma quella della mancanza di un punto di nascite, di una difficoltà nei trasporti, del vivere da confinati, delle odissee dei migranti, è quella che Giacomo Sferlazzo racconta o, forse meglio, “cunta” nelle sue canzoni.
“Sugnu nu scogghiu ndi l’azzurru dilatatu / Li putenti d’ogni tempu mannu marturiatu”. Sono i versi della LamPoesia con cui Sferlazzo introduce Lampemusa, lo spettacolo fra musica e teatro che porterà domenica 12 ottobre (ore 18) a Catania, al Centro teatrale FabbricaTeatro (Sala Di Martino via Caronda 82-84), per poi presentarlo il 25 e il 26 ottobre nella sua isola.
Lampemusa
Come suggerisce il titolo, l’isola delle Pelagie è una Musa per il cantautore, attore, poeta e agitatore politico-culturale che vive, opera e lotta nell’ultimo lembo di Europa nel Mediterraneo. L’ha cantata e raccontata in gran parte dei suoi album, uno dei quali uscito nel 2011 proprio con il titolo di Lampemusa. «Quel disco fu l’inizio di una ricerca sull’isola che nel 2013 portò alla messinscena dell’omonimo spettacolo», spiega Sferlazzo. «Da allora ha avuto una grande evoluzione, perché la ricerca continua, si aggiungono nuovi momenti, canzoni, racconti: è diventato uno spettacolo modulare dove ci sono tante storie. Non è mai uguale, ecco».
Storie di ieri e di oggi, dalla colonizzazione, avvenuta il 22 settembre del 1843, e dal santuario della Madonna di Porto Salvo di Lampedusa, che si pensa sia sorto intorno al VI secolo, luogo dove per secoli cristiani e musulmani pregarono insieme, alimentando la lampada ad olio posta sotto l’effige della Madonna. Dai confinati politici alla fuga di Enrico Malatesta da Lampedusa, sino ai tempi moderni, alla crescente militarizzazione dell’isola ed il presunto lancio di due missili da parte di Mu’ammar Gheddafi. «Parleremo di sanità, della scomparsa delle levatrici», racconta il poliedrico artista. «Una volta si poteva nascere in Sicilia grazie alle levatrici, oggi non è più possibile da quando negli anni Settanta è stato tolto il punto nascite». Lo stesso Giacomo Sferlazzo ha visto la luce per la prima volta ad Anzio, provincia di Roma, nel 1980.
E poi si parla della pesca, della leggendaria alaccia, il pesce azzurro simbolo di Lampedusa, sul quale per tanto tempo si è basata l’economia dell’isola. «Fino agli anni Ottanta erano almeno una ventina i ciancioli, gli ultimi due sono stati dismessi un paio di mesi fa per essere riconvertiti in barche turistiche per il giro dell’isola. È finito un mondo», ricorda con nostalgia il “barbudos” di Lampedusa.
Amhed di Redeyef
Naturalmente, si parlerà del tema delle migrazioni che hanno interessato e interessano Lampedusa e il Mediterraneo, dai tempi “epici” di Ludovico Ariosto che, a Lampedusa, ambientò lo scontro dei tre cavalieri cristiani contro i tre saraceni nell’Orlando Furioso, sino ai giorni nostri. Sulle tragedie dell’esodo delle popolazioni africane, il cantautore di Lampedusa ha preparato un altro spettacolo che proporrà sabato 11 ottobre a Palermo (ore 18), al Teatro dell’Opera dei Pupi Carlo Magno (Via Colleggio Santa Maria 17). È Amhed di Redeyef.
«Amhed è un bambino tunisino che vive nella regione delle miniere di fosfato di Gafsa dove la sua famiglia lavora da generazioni», racconta Sferlazzo. «I lavoratori delle miniere hanno condizioni di lavoro e di vita inaccettabili, sia prima, sotto il tacco coloniale francese, che dopo, con la nazionalizzazione della Compagnia dei fosfati e delle ferrovie di Gafsa da parte di Burghiba. La famiglia di Amhed contribuisce a creare un movimento popolare per richiedere dignità e diritti per i lavoratori. Nel 2008 nuove proteste portano a una violenta repressione e molti arresti da parte del governo tunisino. Tra questi arresti ci sono anche il padre e il fratello di Amhed, il quale decide di lasciare la Tunisia per arrivare in Europa. Dopo essere sopravvissuto a un naufragio viene trattenuto all’interno dell’hotspot di Lampedusa e poi finisce in Sicilia senza documenti, a lavorare sfruttato nelle campagne. Amhed decide di ritornare in Tunisia per stare vicino alla madre e partecipare al movimento dei lavoratori».
Lo spettacolo allestito è multimediale e fa uso di diverse forme di narrazione popolare: i pupi realizzati con legni di barche e vestiti di migranti recuperati dal collettivo Askavusa a Lampedusa, il cartellone da cantastorie, l’antica arte di narrazione orale siciliana del “cuntu”.
Lo spettacolo sarà portato il prossimo 18 ottobre in Spagna, a Barcellona, al Teatro Llelialtat Sanstsenca.
