– Il “dio del tamburo”, insieme con Go Dugong e il figlio Mattia, era fra gli ospiti del più importante festival di world music, dove dal 6 al 9 marzo si esibiranno più di 700 artisti provenienti da oltre 30 Paesi. Il conflitto in Iran e la conseguente chiusura dello spazio aereo lo ha costretto ad annullare il tour
– I tamburi erano già in valigia, poi è arrivata la notizia della cancellazione del volo. «Non riusciamo a raggiungere l’Australia», è l’amarezza dei musicisti. «L’unica soluzione ci avrebbe fatto arrivare il giorno dello show. E dopo 40 ore di viaggio e 12 ore di jet lag non ce la siamo sentita di salire su un palco»
I tamburi della guerra hanno avuto la meglio su quelli della pace, dell’amore e del linguaggio universale della musica. Il “dio del tamburo” si è dovuto arrendere davanti ai “signori della guerra”. Così è saltata l’attesa esibizione di Alfio Antico al WOMADelaide. I leggendari tamburi a cornice erano già nella loro custodia, pronti a intraprendere un viaggio dall’altra parte del mondo, dove si sta con la testa in giù, quando il risuonare dei cannoni e ll lancio di missili ha costretto alla chiusura del nevralgico spazio aereo del Medio Oriente, nodo cruciale per molti viaggi intercontinentali. Con effetti disastrosi: 5mila voli cancellati, milioni di passeggeri costretti a terra, molti dei quali prigionieri negli hub mondiali di Dubai e Doha.
Fra i voli annullati anche quello che avrebbe dovuto portare Alfio Antico con i suoi tamburi ed i suoi compagni di avventura, il figlio Mattia ed il produttore, dj e ricercatore sonoro Go Dugong, al secolo Giulio Fonseca. Con loro si sarebbe dovuto esibire sabato 7 marzo, l’indomani di Jovanotti che il 6 marzo dovrebbe portare la sua Arca di Loré, per suonarla sotto un cielo diverso, ascoltato da un pubblico globale.

«Non riusciamo a raggiungere l’Australia», è l’amarezza di Giulio Fonseca. «L’unica soluzione ci avrebbe fatto arrivare il giorno dello show. E dopo 40 ore di viaggio e 12 ore di jet lag non ce la siamo sentita di salire su un palco».
Alfio e Go Dugong avrebbero dovuto presentare il progetto La macchia, pubblicato lo scorso anno e indicato da Segnalisonori fra i migliori album del 2025, «Giulio (Fonseca, ndr) me lo presentò mio figlio Mattia, che è la “parte elettronica” della famiglia, e nel settembre di quattro anni fa abbiamo registrato insieme», racconta il percussionista lentinese. «La macchia è un disco di elettronica, molto improvvisato. Registrammo a Milano in un solo giorno. In effetti, il disco sarebbe dovuto uscire tre anni fa, poi è insorto qualche contrattempo con l’etichetta discografica. Poi è intervenuta l’università Luiss».
L’incontro fra Alfio Antico e Giulio “Go Dugong” Fonseca risale al 2016. «Eravamo entrambi ospiti dell’Ortigia Sound System Festival», ricorda Go Dugong. «Io non conoscevo Alfio. Rimasi molto affascinato dalla sua performance. Era appena uscito il suo disco Antico, che poi ho praticamente consumato. Lì ancora non avevo intrapreso un certo tipo di ricerca sulle ritmiche tradizionali del Sud d’Italia. Questa ricerca è arrivata dopo, e, quando è accaduto, sono riuscito a mettermi in contatto con il figlio di Alfio, Mattia, per fare insieme un pezzo per un mio disco che è uscito nel 2022 e che si chiama Meridies. Alfio ha accettato, mi invitò a casa sua e andai a Ferrara per conoscerlo, pranzammo assieme e poi ci mettemmo a suonare nel suo salotto, registrando il pezzo che si intitola Esorcismo».

«Negli anni siamo rimasti in contatto, finché l’etichetta Baccano della Luiss University mi ha contattato tramite il suo curatore Tony Cutrone e mi ha proposto l’idea di realizzare un disco con Alfio Antico», prosegue Go Dugong. «Ci siamo sentiti, ci siamo organizzati, e abbiamo scelto come tecnico Tommaso Colliva, che è anche produttore dei Calibro 35, per tirare fuori il suono del tamburo più bello possibile, più vicino a quello che avevamo in testa. Siamo andati nel suo studio a registrare e abbiamo praticamente improvvisato tutto in una giornata. Poi ho portato a casa il materiale che avevamo registrato e ho cercato di dare una struttura e una forma-canzone a tutto ciò che avevamo improvvisato».
«È nato così La macchia. Ha questo titolo perché, per l’immenso rispetto che porto nei confronti di Alfio e del suo strumento, lo considero un maestro, la mia idea per il disco era che dovesse venire fuori il tamburo come elemento centrale. E tutto ciò che gira intorno a lui è una sporcatura, una macchia. Da lì è venuto fuori il titolo. È stato un po’ come macchiare la tradizione, anche se Alfio trascende la tradizione: Alfio è lui, ha una sua personalità che va oltre tutti gli stilemi della tradizione musicale del sud d’Italia».

- Il progetto Go Dugong si è mosso lungo una linea che unisce club culture, world music ed elettronica sperimentale.
«Il progetto nasce come musica elettronica, molto digitale, poi si è evoluto ricercando nella world music. Gli altri primi dischi che ho fatto sono influenzati dalla musica africana, mediorientale, sudamericana, dalla musica del mondo che ho rielaborato a modo mio sulla base del disco o della storia che volevo raccontare. C’è prima una ricerca e poi la costruzione di un paesaggio sonoro sulla base di quella ricerca».
- Come eravate arrivati a WOMADelaide?
«Siamo stati contattati da un’agenzia che ha ascoltato il disco se ne è innamorata ed ha cercato di portarci a tutti i costi a suonare. È stata lei stessa a proporci al festival, che ha accettato la nostra partecipazione e quindi ci ha fatto una proposta. Non abbiamo cercato nulla, siamo stati richiesti. Avevamo fatto le prove per l’esibizione in trio con Matteo, il figlio di Alfio, alla chitarra elettrica, ma è saltato tutto».

Da più di trent’anni, il festival fondato da Peter Gabriel approda nel cuore verde di Adelaide, trasformando il Botanic Park in un punto di incontro tra culture, storie, sonorità. Un luogo che non ha la frenesia dei raduni oceanici né il clamore della musica pop da classifica. Qui tutto sembra accadere a una distanza giusta, affettuosa: i palchi incastonati tra gli alberi secolari, le famiglie sedute sull’erba, i musicisti che camminano tra il pubblico con la naturalezza di chi condivide qualcosa, non di chi la esibisce.
Il valore del WOMAD, oggi, sta proprio in questo: restituire alla musica la sua funzione primaria, quella di essere un linguaggio universale prima che un mercato. È un festival che non cerca l’effetto esotico; al contrario, guarda alle tradizioni del mondo come a un prisma attraverso cui osservare la contemporaneità. Perché dentro le voci africane, le scale mediorientali, le percussioni oceaniche, non c’è soltanto un altrove geografico: c’è un modo diverso di raccontare la vita, di affrontare il tempo, di definire la comunità.
La line-up, come sempre, è un mosaico fluido: artisti che arrivano dalle periferie creative del pianeta, ma anche musicisti che hanno saputo trasformare le radici in linguaggio moderno. Non importa da dove vengano, importa ciò che portano: il suono come luogo d’incontro, come memoria viva, come possibilità. WOMADelaide ti chiede di ascoltare senza pregiudizi, di lasciarti sorprendere, di accettare che la bellezza a volte arriva da sentieri che non conosciamo.
Quest’anno, però, a sconvolgere il programma del festival che si svolge dal 6 al 9 marzo si è intromesso il conflitto iraniano che ha portato alla chiusura dei cieli con la conseguente cancellazione di duemila voli che impediranno a molti dei più di 700 artisti attesi da oltre 30 Paesi di non poter raggiungere l’Australia.
