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La fantascienza e il 2026

 – Tre opere immaginavano lo stato del mondo nell’anno che si è aperto da poco: da “Metropolis” a “Cronache marziane” e “Red Mars”. Nessuna delle profezie si è avverata

L’anno 2026 è servito da cornice a un certo numero di finzioni speculative che, in varie epoche, hanno tentato di immaginare il futuro dell’umanità. Gli autori di fantascienza hanno mostrato lungimiranza, si sono sbagliati? Ecco tre opere che permettono di confrontare le loro proiezioni con la realtà delle nostre società attuali.

“Metropolis” di Théa Von Harbou

Apparso nel 1926, il romanzo di Théa Von Harbou Metropolis servì come base per la sceneggiatura del film omonimo – il primo ad essere stato iscritto nel Registro internazionale Memoria del Mondo – diretto da Fritz Lang l’anno successivo. Metropolis è il nome di una città-machina futuristica in cui la casta degli operai esiste solo per garantire il buon funzionamento dei suoi ingranaggi. Oppressi dalla volontà del potentato che li dirige dall’alto di una nuova torre di Babele, i condannati si ribelleranno presto. 

Se il luogo e l’epoca non sono mai esplicitamente menzionati nel romanzo, una versione rielaborata del film prodotta nel 1984 da Giorgio Moroder – e dotata di una colonna sonora a dir poco sorprendente – e un’edizione inglese del libro risalente al 1963 collocano l’azione nel 2026. Città-Stato totalitario capitalista e patriarcale, Metropolis ospita una società tecno-dipendente in cui i lavoratori sono assegnati a compiti ripetitivi e disumanizzanti, schiavi a macchine che figurano come nuovi dei empi. Il suo racconto moltiplica i riferimenti religiosi e si muove a poco a poco in una parabola di portata biblica, dove l’opposizione tra il personaggio redentore di Maria e il suo doppio malvagio incarnato dall’iconico robot ginoide Futura figura l’opposizione manichea del bene e del male.

Metropolis mette in discussione la nostra fede nella tecnologia e pone l’interrogativo: mette in pericolo la nostra umanità? L’opera di Théa Von Harbou ricorda inoltre a tutti coloro che oggi sono forse tentati dai “valori” del totalitarismo che “il mediatore tra il cervello e le mani deve essere il cuore” e che non si può governare un popolo senza mostrare benevolenza nei suoi confronti.

“Cronache marziane” di Ray Bradbury

Cronache marziane di Ray Bradbury, insieme di racconti che ricostruiscono una colonizzazione di Marte iniziata originariamente nel 1999 e terminata nel 2026 (anche se l’edizione rivista del 1997 ha modificato queste date, spostandole di 31 anni nel futuro), quando la popolazione ha abbandonato l’astro rosso e la Terra è stata devastata dai vent’anni della Grande Guerra.

La fantascienza americana degli anni ‘40 (i diversi testi furono pubblicati inizialmente tra il 1945 e il 1950), aveva fede nella conquista spaziale. L’umanità del 2026 secondo Bradbury ha visitato Giove, Saturno e Plutone, ha costruito città su Marte. Ma ha anche distrutto con la sua follia guerriera tutta la sua civiltà. 

Se la colonizzazione del pianeta rosso rimane oggi in una fase speculativa – anche se di attualità -, le questioni affrontate dagli ultimi tre testi del libro, che si svolgono nel 2026, sono tuttavia senza tempo. I lunghi anni evocano così la solitudine che spinge l’essere umano a confezionarsi dei compagni androidi e mette in discussione i diritti fondamentali di questi ultimi. Le piogge dolci metton in luce l’assurdità dei conflitti armati chiedendosi con molta poesia cosa rimarrà di noi, dell’arte e della tecnologia, dopo che la guerra avrà distrutto tuttoThe Million-Year Picnic, pur venato di disillusione – “Cerco la logica della Terra, la ragione, […] la pace e il senso di responsabilità. […] Non li ho trovati”, scrive Bradbury – è soprattutto un messaggio di speranza, che suggerisce che il futuro non muore mai e che è sempre benefico, per noi e per i nostri figli, mantenere la fede in ciò che ci aspetta.

“Il Pianeta Rosso” di Kim Stanley Robinson

Il Pianeta Rosso è innegabilmente una pietra miliare nella storia evolutiva dei futuri speculativi della fantascienza, come dimostra la trilogia di Marte (1992-1996) di Kim Stanley Robinson. Nel primo volume, Red Mars (1992), la missione Ares lascia la Terra il 21 dicembre 2026 per un viaggio verso Marte. Ma è possibile colonizzare il Pianeta Rosso rispettandone l’ecologia? Emergono due visioni opposte: una che considera l’ecosistema morto di Marte come una natura da preservare, e l’altra che ritiene che dobbiamo invece riportare la natura e la vita su di esso per creare una nuova Terra.

Non colonizzeremo Marte nel 2026, ma non abbiamo rinunciato all’idea, come dimostra Elon Musk e il suo (altamente) controverso progetto di “terraformazione” (creazione di un ambiente abitabile simile alla Terra) con testate nucleari, con lo slogan esplicito: “Nuke Mars!” Il libro di Robinson, da parte sua, è tanto un romanzo epico quanto un’opera di divulgazione scientifica – a volte superata – basata sul principio della terraformazione. Descrive anche la dualità ideologica di un’ecologia al tempo stesso sensibile e pragmatica, riecheggiando il recente riconoscimento delle nostre emozioni come elemento chiave nell’azione per il clima. Mentre lo stesso Thomas Pesquet non sembra più entusiasta dell’idea di una missione su Marte, che percepisce come un “spaventoso vuoto di nulla”, la fantascienza forse ci permette ancora, come i primi cento coloni di Marte Rosso, di continuare a sognare un futuro migliore, sulla Terra o nello spazio.

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