Zoom

La crociata di SPRINGSTEEN contro Trump

Prima tappa ieri sera a Minneapolis del tour in difesa della democrazia, della libertà e del sogno americano. “War” dei Temptations e “Born in the U.S.A.” aprono il concerto. Una scaletta di canzoni di denuncia e di speranza con un finale travolgente
– L’invito al pubblico a celebrare il «giusto potere dell’arte e della musica» e di «scegliere la speranza rispetto alla paura». L’atto di accusa contro l’amministrazione «corrotta, incompetente, razzista, traditrice» dell’inquilino della Casa Bianca

Minneapolis è una di quelle parole che, in America, non sono più soltanto un punto sulla mappa. È una memoria collettiva. Un segnalibro infilato tra le pagine spiegazzate di questi anni: proteste, sirene, processi, slogan, e quel miscuglio di paura e speranza che qui chiamano “ordine pubblico” come se fosse una cosa neutra, un interruttore da accendere e spegnere.

Minneapolis è diventata un simbolo. E c’è un uomo che da mezzo secolo attraversa l’America raccontandone le ferite come fossero canzoni popolari: Bruce Springsteen. Le due storie si sovrappongono.

Due giorni fa, il rocker del New Jersey aveva preso parte alla manifestazione “No Kings, contro i re e le loro guerre”, portando sul palco la sua Streets of Minneapolis – il brano scritto in risposta agli omicidi di Renée Good e Alex Pretti compiuti dalla polizia anti immigrazione americana – ieri sera, al Target Center di questa città che porta ancora addosso le cicatrici delle sue fratture, Bruce Springsteen e la E‑Street Band hanno aperto il tour Land of Hopes and Dreams: un giro in venti tappe attraverso tutti gli States per portare «il rock nelle vostre città in celebrazione e a difesa dell’America e della democrazia americana, della libertà americana, della nostra Costituzione americana e del nostro sacro sogno americano, che sono sotto attacco dal nostro aspirante re e il suo governo canaglia a Washington».

Un tour “politico”

«Non ricordo un altro momento in cui il Paese è stato messo così duramente alla prova, in cui le nostre idee e i nostri valori fondamentali sono stati messi in discussione come quello attuale», ha detto Bruce in un’intervista al Minnesota Star Tribune. «Devo tornare indietro al 1968, quando avevo 18 anni, per trovare un altro momento storico in cui sembrava che il Paese fosse in una situazione tanto difficile e che la posta in gioco fosse tanto alta in termini di chi siamo, il Paese che vogliamo essere, le persone che vogliamo essere. È un momento critico, molto critico».

Un tour “politico” è stato definito, come se la politica fosse un accessorio da concerto: un cappellino, una bandiera, un discorso prima del bis. In realtà Springsteen fa la stessa cosa da mezzo secolo: prende l’America per il bavero e le chiede di guardarsi allo specchio. E lo specchio, spesso, non è gentile.

La sua America non è quella delle convention con i palloncini, ma quella degli sbadigli alle sei del mattino, dei badge infilati al collo, dei turni lunghi e delle buste paga corte. È l’America delle “promised land” che si trasformano in parcheggi, delle “streets of Philadelphia” che diventano tutte le strade dove qualcuno si sente fuori posto. E quando metti questa geografia sentimentale accanto alla geografia della paura — le retate, le liste, i trasferimenti, le famiglie spezzate — capisci perché un palco può diventare un banco dei testimoni.

«Stiamo vivendo dei tempi molto bui», ha proseguito. «I nostri valori americani che ci hanno sostenuto per 250 anni vengono sfidati come mai prima d’ora. Abbiamo messo a rischio la vita dei nostri giovani uomini e donne in una guerra incostituzionale e illegale. Questo sta accadendo ora.

Ci sono immigrati detenuti in centri di detenzione in tutto il paese e deportati senza un giusto processo legale in paesi stranieri e gulag stranieri. Questo sta accadendo ora. Il nostro Dipartimento di Giustizia ha completamente abdicato la sua indipendenza, e il nostro procuratore generale Pam Bondi prende i suoi ordini di marcia direttamente da una Casa Bianca corrotta. Lei persegue i nemici percepiti del nostro presidente, copre i suoi misfatti. E protegge i suoi potenti amici. Questo sta accadendo ora. Gli uomini più ricchi d’America hanno abbandonato i bambini più poveri del mondo attraverso la morte e la malattia, attraverso lo smantellamento degli aiuti statunitensi. Questo sta accadendo ora. Stiamo abbandonando la NATO e l’ordine mondiale che ci ha tenuti al sicuro e in pace globale per 80 anni. Questo sta accadendo ora. Minacciamo i nostri vicini e i nostri alleati i cui figli e figlie hanno combattuto al nostro fianco nelle guerre americane con l’annessione predatoria della loro terra. Questo sta accadendo ora. Ai nostri musei viene detto di imbiancare la storia americana di qualsiasi fatto spiacevole o scomodo come la storia completa della brutalità della schiavitù. Abbiamo un presidente che non può gestire la verità. Questo sta accadendo ora. Mentre i lavoratori americani lottano, il nostro presidente e la sua famiglia si arricchiscono con miliardi di dollari di formazione sull’ufficio del popolo in una corruzione senza pari nella storia americana. Questo sta accadendo ora. Questa Casa Bianca sta distruggendo l’ideale americano e la nostra reputazione in tutto il mondo. Per molti non siamo più considerati come un difensore spesso imperfetto ma forte della democrazia che difende il bene globale, non siamo più la terra dei liberi e la casa dei coraggiosi. Ora siamo per molte America la nazione canaglia spericolata, imprevedibile e predatoria. Questa è l’eredità di questa amministrazione e di questo presidente. Questo sta accadendo ora. Onestà, onore, umiltà, compassione, premura, moralità, vera forza e decenza. Non lasciare che nessuno ti dica che queste cose non contano più. Tanti dei nostri leader eletti ci hanno deluso. Questa tragedia americana può essere fermata solo dal popolo americano. Quindi unitevi a noi e combattiamo per l’America che amiamo. Siete con noi?”

Bruce Springsteen

Chi si aspetta solo Born to Run rischia di trovarsi davanti qualcosa di più scomodo: un rito laico dove il rock torna a essere quello che era all’inizio: non intrattenimento, ma dichiarazione. Non nostalgia, ma posizione. E quando si spengono le luci e partono le prime note — trasmesse perfino in streaming per chi resta fuori dal tempio — non è solo l’inizio di una tournée. È una specie di comizio con la chitarra, un discorso in forma di coro. Perché Springsteen, a differenza di molti suoi colleghi, non ha mai creduto davvero alla separazione tra palco e mondo. E Minneapolis, con le sue strade diventate canzone, è il posto dove questa illusione si infrange definitivamente.

Il concerto

Vestito di nero e con la sua singolare capacità di galvanizzare la folla, Springsteen, 76 anni, ha cominciato lo spettacolo chiedendo preghiere per «uomini e donne d’oltremare … preghiamo per il loro ritorno sicuro». Ha poi chiesto al pubblico del Target Center tutto esaurito di unirsi a lui nel celebrare il «giusto potere dell’arte e della musica» e di «scegliere la speranza rispetto alla paura». «Viviamo in tempi pericolosi», ha detto, prima di condannare l’amministrazione «corrotta, incompetente, razzista, traditrice» del presidente Donald Trump.

War, la canzone dei Temptations che eseguiva durante il tour The Rising del 2003 per protestare contro la guerra in Iraq, apre il concerto: “La guerra / a cosa serve / assolutamente a nulla”, urla il Boss con tutta la grinta che può, dopo aver arringato la folla sui motivi per i quali aveva deciso di “richiamare alle armi” la E-Street Band, rinforzata da Tom Morello alla chitarra, e imbarcarsi a 76 anni in una crociata musicale per difendere i valori, gli ideali e i sogni dell’America, che sono la libertà, la giustizia e la democrazia.

La E‑Street Band, in questo racconto, non è solo un’orchestra di virtuosi che sa quando spingere e quando trattenere. È un coro greco elettrico: commenta, incalza, accompagna. Ti fa ballare mentre ti mette in mano una domanda scomoda. La batteria è un martello, i fiati sono sirene che non arrivano mai, la chitarra è un filo scoperto. E in mezzo c’è lui, l’uomo che ha costruito la sua leggenda sulla voce ruvida di chi non ha microfoni.Certo, c’è chi storce il naso: “Non voglio sermoni, voglio canzoni”. Come se le canzoni non fossero mai state sermoni laici, preghiere senza chiesa, comizi senza palco. Come se Born in the U.S.A., seconda canzone in scaletta, non fosse stata scambiata per un inno da stadio proprio da quelli che non ascoltano le parole. È un brano che risveglia gli spettri del passato, gli incubi della guerra contro i Vietcong, come a sottolineare il drammatico ritorno a un’era che l’America vuole dimenticare. 

Con Death of my hometown“, Bruce cambia l’obiettivo e punta l’indice contro il mondo della finanza e delle banche: “Manda i capitalisti senza scrupoli dritti all’inferno”, canta. No Surrender è un inno alla resistenza. “Nessuna ritirata, amico, nessuna resa / Fratelli di sangue in una notte tempestosa con un giuramento da rispettare / Nessuna ritirata, caro, nessuna resa”. 

Springsteen non si limita a parlare. Costruisce un racconto, dà voce a una rabbia diffusa, trasforma il palco in un punto di raccolta emotivo. Ricorda le vittime, richiama la solidarietà del Minnesota, esalta la capacità di resistenza di una comunità che, nelle sue parole, «ha ispirato l’intero Paese». Il sogno americano si trasforma in incubo con Darkness on the Edge of Town. Ed ecco che arriva Streets of Minneapolis, diventata un inno della protesta. Seguita da The Promised Land, il sogno di una terra promessa.

Con Out in the Street e Hungry Heart si passa a un rock più giocoso, che trasmette un po’ di gioia e divertimento in un momento così buio per l’America e per tutto il mondo. È solo una breve parentesi. Presto torna il fantasma di Tom Joad a riportarci nella drammatica realtà operaia di Youngstown. Mentre il rock potente di Murder Incorporated metaforizza la violenza sistemica americana: il testo descrive una società cinica in cui la morte è un business e la paura è lo strumento di controllo principale, spesso associato alla corruzione. Uno degli atti di accusa di Springsteen nei confronti dell’amministrazione Trump.

Con American Skin (41 Shots) risuonano i 41 colpi con i quali la polizia di New York nel 1999 crivellò il corpo di Amadou Diallo, un immigrato della Guinea, scambiato per un sospettato. Un precedente di quanto accaduto a Minneapolis. Una canzone che esplora il razzismo, la brutalità poliziesca e la paura delle madri afroamericane per i propri figli. 

Long Walk Home è una preghiera per il proprio Paese, l’augurio di un ritorno alla normalità, alla moralità e alla casa dopo tempi difficili o cambiamenti radicali, una riflessione sulla necessità di ritrovare i propri valori fondamentali in un mondo incerto. House of a Thousand Guitars è un inno alla comunità rock, all’amicizia e alla condivisione artistica, rappresenta un luogo ideale – la casa costruita con la musica – dove i valori sinceri contano, la lealtà trionfa e la musica offre rifugio e luce. Denuncia, speranza e resilienza sono temi ricorrenti e vengono ripresi con My City of RuinsWrecking Ball Land of Hope and Dreams

The Rising è la canzone più spirituale del Boss: descrive lo shock del popolo americano di fronte a tanto dolore e distruzione, sottolineando la necessità di rialzarsi. Se quando la scrisse faceva riferimento all’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, adesso è rivolto al dolore e alla distruzione che Trump sta provocando.

Non possono mancare Because The NightBadlands. Nei bis, all’insegna del divertimento, arrivano Born to run, Bobby Jean, Dancing in the Dark, Tenth Avenue Freeze-out., una straordinaria versione di Purple Rain di Prince, con le chitarre scintillanti di Nils Lofgren e Tom Morello, e un’altrettanta intensa cover di Chimes of Freedom di Bob Dylan, inno poetico e visionario dedicato agli emarginati e agli oppressi, per salutare la folla e pregarla di «stringere forte i vostri cari quando tornerete a casa e domani trovate un modo per agire in modo deciso ma pacifico per difendere gli ideali del nostro Paese. E come disse il grande leader dei diritti civili John Lewis, uscite e create un po’ di sano scompiglio. Dite qualcosa. Fate qualcosa. Anzi, dite qualcosa. Se vi sentite impotenti, senza speranza, traditi, frustrati, arrabbiati – so che io mi sono sentito così. Ecco perché la E Street Band è qui stasera. Questo è il tour che non era previsto. Siamo qui stasera perché abbiamo bisogno di sentire la vostra speranza e la vostra forza. E vogliamo portarvi un po’ di speranza e di forza. Spero di esserci riusciti». Si esce sulle note di This Land is Your Land di Woody Guthrie: “Nessuno potrà mai fermarmi / mentre percorro quella grande strada della libertà / nessuno potrà mai farmi tornare indietro / questa terra è stata fatta per te e per me”.

Partire da Minneapolis significa accettare che l’America non è “unita” per decreto, e che la parola “patria” non basta più a tenere insieme le sue contraddizioni. Significa cantare in una città dove due morti durante un’operazione federale non sono un dettaglio, ma un promemoria: lo Stato, quando entra nella vita delle persone, non lo fa mai in punta di piedi.

Eppure, quando si spengono le luci e si accendono gli amplificatori, succede una cosa ostinatamente americana: sconosciuti che si danno del “noi” per tre ore. Non è la soluzione, non è la rivoluzione, non è nemmeno una tregua vera. È un esperimento. Un’assemblea popolare con le chitarre. E forse, in tempi in cui ci si spara addosso con le parole prima ancora che con le armi, anche questo — per una sera — conta.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *