Disco

La corsa di MATTEO MANCUSO sulla “Route 96”

– Per il prodigio palermitano della chitarra, star negli USA, un nuovo album e un tour italiano che partirà il 9 aprile da Catania per proseguire a Palermo e in altre città. «Penso che questo disco rappresenti molto meglio chi sono musicalmente»

Dopo aver conquistato la scena internazionale con The Journey, diventato rapidamente uno dei dischi strumentali di chitarra più acclamati dalla critica degli ultimi anni, con Route 96, album appena pubblicato, il prodigio palermitano della chitarra, Matteo Mancuso, compie un ulteriore salto di maturità. «Le idee qui sono più originali, melodicamente più forti», spiega. «C’è maggiore esplorazione dal punto di vista armonico. Penso che questo disco rappresenti molto meglio chi sono musicalmente».

Il nuovo lavoro si distingue per una scrittura ancora più consapevole, arrangiamenti più strutturati e un suono ancora più ricco e stratificato. La sua combinazione di tecnica fingerstyle, composizioni raffinate e straordinaria capacità di improvvisazione gli è valsa il riconoscimento di autentiche icone dello strumento.

Matteo Mancuso è stato un enfant prodige. Ha cominciato a suonare a 10 anni e qualche anno dopo calcava già palchi importanti nella band di papà Vincenzo, anche lui musicista con un ottimo curriculum. «Prima di dedicarsi alla famiglia, era un chitarrista molto richiesto», spiega il figlio. «Ha studiato jazz in America con Chuck Wein, negli anni Ottanta ha suonato in alcuni album di Francesco De Gregori, per due volte è stato nell’orchestra del Festival di Sanremo e nel 2006 era in tour con Renato Zero». 

Ascoltando suonare papà Vincenzo, è nata la curiosità per lo strumento che ha spinto il piccolo Matteo ad avvicinarsi alla musica. «Ho cominciato per hobby. A 14 anni ho capito che quello poteva diventare un lavoro. Ho cominciato a studiare chitarra classica e flauto traverso». Fino a vincere a Umbria Jazz una borsa di studio per il prestigioso Berklee College di Boston. 

Ma i migliori e più importanti attestati di stima li conquista sul palco. Da Dweezil Zappa, Joe Bonamassa e Stef Burns. «L’evoluzione della chitarra è al sicuro nelle mani di musicisti come lui che rappresentano un nuovo livello per il tono, per la precisione nel tocco e la scelta delle note», dice di Matteo il chitarrista Steve Vai. «Un talento assoluto: ci vorrebbero due o tre vite per imparare anche per uno come me a improvvisare così bene alla chitarra come lui», commenta Al Di Meola dopo aver duettato alla chitarra classica con Matteo Mancuso durante la serata conclusiva dell’Eddie Lang Jazz Festival.

Il ventinovenne chitarrista di Casteldaccia frequenta i festival jazz europei e americani, pur non essendo un purista del genere. «Il jazz che suono non è quello tradizionale, nel quale non mi rispecchio. Ci sono passato, attraverso lo swing, il be-bop, l’hard-bop, John Coltrane, Charlie Parker. Io preferisco la fusion, l’incontro fra più generi musicali, la contaminazione fra elementi diversi».

Matteo Mancuso

La sua è un’anima rock. «Ho cominciato con Deep Purple, Led Zeppelin e AC/DC ed anche i miei compagni di avventura hanno lo stesso imprinting. Ma il trio elettrico c’è anche nel jazz, penso a Mike Stern e John Scofield».  Un genere, la fusion, che tuttavia sembrava ormai sulla via del tramonto. «Colpa di quella che negli USA chiamano smooth jazz, una forma più commerciale e accessibile. Oggi si sta tornando alla tradizione, specialmente a New York, ma in California è preferita la fusion».

Il titolo Route 96 richiama l’anno di nascita dell’artista e la frequenza di campionamento audio a 96kHz consigliata da Steve Vai per la registrazione. «Grazie a questo album credo di conoscermi meglio musicalmente», rimarca. «Ho eliminato molte cose e questo mi ha aiutato a capire cosa amo davvero della musica che compongo e ascolto. Il primo disco nasceva mentre studiavo moltissimo. Ora studio meno, ma ascolto di più ciò che mi attrae davvero. Route 96 è un disco più onesto».

Il disco giunge in un momento importante per Mancuso, nel mezzo di un tour mondiale partito dal Namm di Los Angeles e già approdato in numerose città nordamericane, attraversando la West Coast, il Midwest e la East Coast fino alla tappa conclusiva di Chicago a fine febbraio. «Sì, arriva nel momento giusto. Nel 2026 sarò molto impegnato in tour, ma non voglio portare sul palco i brani del primo disco. Avevo bisogno di qualcosa di nuovo e più fresco».

Dopo la tranche statunitense, il tour proseguirà in Europa tra aprile e maggio e arriverà in Italia partendo il 9 aprile dal Centro Zo di Catania, per essere poi il 12 al Politeama Garibaldi di Palermo e proseguire sino al 21 aprile con una serie di date a Rende, Bari, Firenze, Torino, Milano, Padova, Bologna e Roma, per presentare dal vivo il nuovo repertorio e confermare la forza di un progetto che trova nel palco la sua dimensione naturale. «In Italia, purtroppo, c’è poca attenzione per la musica strumentale», si lamenta. «Dipende da un fattore culturale. Rispetto all’America manca una educazione musicale nelle scuole, lì c’è più partecipazione, si formano le big band. E mentre qui siamo legati alla tradizione classica, gli USA sono stati la culla della musica jazz, rock, blues. La mia è musica strumentale di stampo americano ed è più difficile trovare spazio in Italia. Qui è più facile lavorare per un cantante, agli italiani piace cantare».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *