– Senza preavviso ha pubblicato “Bully” che ha totalizzato circa un quarto di milione di visualizzazioni nelle prime ventiquattro ore. Ma è un disco suo o è stato creato con l’intelligenza artificiale?
– «La gente dice: “State alla larga dall’IA”. È una reazione più negativa rispetto all’Auto-Tune», commenta l’artista che ora si fa chiamare Ye, senza svelare il mistero. Una vita piena di contraddizioni

C’è stato un tempo in cui Kanye West faceva musica. Poi c’è stato un tempo in cui faceva notizia. Adesso, nel suo formato più aggiornato — Ye, come si è ribattezzato con la sobrietà di chi cambia identità come altri cambiano playlist — sembra fare entrambe le cose, ma con un obiettivo preciso: essere sempre il titolo, mai il contenuto.
Il nuovo album si chiama Bully. Che, tradotto senza troppe sottigliezze, significa bullo. Non una metafora, non un’allusione: proprio bullo. Una scelta che, in un artista che ha trasformato l’ego in forma d’arte, suona meno come una provocazione e più come una dichiarazione d’intenti. O forse una confessione, anche se non è chiaro di cosa.
Nel febbraio del 2025, Kanye West rilasciò un’intervista nella quale spiegava che il titolo del suo prossimo album era stato ispirato da uno dei suoi figli. «Mio figlio stava giocando con un bambino e poi lo ha preso a calci», raccontò Ye all’intervistatore. «Gli ho chiesto: “Perché l’hai fatto?” Lui ha risposto: “Perché è debole”. E io ho pensato: “Questo ragazzo è davvero un bullo”». Ye annunciò che il nuovo album si sarebbe intitolato Bully e comunicò ai fan di aspettarselo a giugno.
Nel frattempo, il contesto — che con Ye è sempre parte integrante dell’opera — continua a fare rumore. Dichiarazioni, polemiche, uscite pubbliche che oscillano tra l’incomprensibile e l’inopportuno, in una performance permanente che rende difficile distinguere dove finisca l’artista e inizi il personaggio. O se, ormai, esista ancora una differenza.
Ye è probabilmente la figura più controversa di tutta la musica pope: un rivoluzionario dell’hip-hop che ha cambiato il suono del genere più volte, reinventando se stesso innumerevoli volte. Lo scorso marzo, circa un mese dopo la pubblicazione dell’intervista, sembrava annunciare un altro cambiamento, scrivendo su X: «Il mio nuovo sound si chiama antisemita». Poco dopo pubblicò un brano brutto e ipnotico intitolato Heil Hitler, che ha messo in ombra Bully, l’album promesso, e che potrebbe oscurare tutto il resto della discografia di Ye. Che, tuttavia, ha continuato a lavorare sul nuovo lavoro, anticipando e pubblicando diverse versioni dei brani. Poi, nelle prime ore del mattino dello scorso 28 marzo, una raccolta di diciotto tracce intitolata Bully è finalmente apparsa su Spotify e Apple Music, segnando l’uscita ufficiale, dopo tanto tempo, del dodicesimo album in studio da solista di Ye e totalizzando circa un quarto di milione di visualizzazioni nelle prime ventiquattro ore.
Nonostante il titolo, Bully è per certi versi un’opera conciliante. Per anni, Ye era stato ossessionato dall’idea che gli ebrei fossero malvagi, identificandosi al contempo con Adolf Hitler e i nazisti. Nel 2022 disse ad Alex Jones su Infowars: «Mi piace Hitler», aggiungendo: «L’Olocausto non è quello che è successo. Analizziamo i fatti, e Hitler ha molte qualità positive». Ma lo scorso gennaio ha pubblicato un’intera pagina pubblicitaria sul Wall Street Journal in cui si scusava per tutto, scrivendo che un incidente d’auto del 2002 (che ispirò il suo singolo di successo Through the Wire) gli aveva causato danni cerebrali che avevano contribuito al suo disturbo bipolare, il quale a sua volta lo aveva portato a «scarso giudizio e comportamento sconsiderato». Ha affermato di essere in via di guarigione «grazie a un efficace regime di farmaci, terapia, esercizio fisico e uno stile di vita sano». E ha chiesto perdono. «Non sono un nazista né un antisemita», ha scritto. «Amo il popolo ebraico». In King, la prima traccia di Bully, si possono percepire sia il pentimento che la sfida, con una linea di basso distorta e ronzante e un testo che suggerisce che, a volte, l’orgoglio non solo precede la distruzione, ma la segue.

Spesso, negli ultimi venticinque anni, ascoltando Ye sembra di stare davanti a qualcuno che cercava di capire se stesso. Nel suo album di debutto del 2004, The College Dropout, sembrava un giovane eccitato la cui considerevole (e giustificata) sicurezza superava di poco la sua insicurezza: “Aspetta, tieni duro, faremo più soldi / Ora di’ a mia madre che appartengo a quella classe di studenti lenti”. Quando pubblicò My Beautiful Dark Twisted Fantasy nel 2010, era entrato nella sua fase imperiale e le sue rime riflettevano la vita lussuosa ma a volte solitaria di una star dell’hip-hop che aveva padroneggiato la sua arte e ora stava cercando di padroneggiare se stesso: “Avevo solo bisogno di tempo da solo con i miei pensieri / Ho tesori nella mia mente, ma non riuscivo ad aprire la mia cassaforte”.
Nell’ultimo decennio, la sua discografia più frammentaria sembra aver rispecchiato in modo simile il suo stato d’animo tormentato. L’album Donda 2 uscito a inizio 2022 si apriva con un brano che sembrava riferirsi ai figli avuti con l’ex moglie, Kim Kardashian: “Quando li prendo in braccio, mi sembra che me li abbiano prestati / Quando devo restituirli, li scansiono come un codice a barre”. È quasi impossibile seguire la musica di Ye senza seguire anche la sua vita, e senza pensare alla membrana permeabile che li separa.
Quindi, chi è Ye adesso? Ascoltando Bully, il mistero resta. Alcuni dei brani sembrano pensati per ricordare agli ascoltatori le sue incarnazioni più vecchie e meno incendiarie. Punch Drunk, che dura meno di due minuti, è costruito su un campione accelerato delle Clark Sisters: sembra un ritorno ai primi anni di Ye, quando si guadagnava da vivere trasformando vecchi dischi in nuove basi da vendere ad altri rapper. E All the Love evoca la grandiosità dell’era di Twisted Fantasy, grazie in parte al contributo di André Troutman, che suona il talk box, uno strumento robotico per la modifica della voce, utilizzato con grande efficacia anche da suo cugino Roger, della band funk degli anni Ottanta Zapp. Il talk box è stato un precursore dell’Auto-Tune, che Ye ha usato per creare il suono lamentoso e malinconico del suo capolavoro del 2008, 808s & Heartbreak: da allora i rapper si sono affidati pesantemente al canto potenziato dal software.
La nuova versione di Ye che emerge in Bully sembra molto meno divertente della vecchia, oltre ad essere meno aspra di quella recente. “Ho portato una regina bianca all’altare / Non sarebbe potuto succedere senza Martin Lutero”, dichiara in un distico che non contiene né rima né una vera e propria battuta finale. Molti dei brani sembrano frammenti o bozze, con parti di canto e rap insolitamente incerte, come se Ye non fosse del tutto sicuro di come, o quanto, dare ai suoi ascoltatori ciò che desiderano.
Nel corso degli anni, Ye ha accumulato forse la base di fan più ossessiva di tutto l’hip-hop, e alcuni di loro hanno tracciato con cura l’evoluzione dei brani di Bully. Durante l’intervista citata, Ye si è entusiasmato per una nuova tecnologia che gli stava permettendo di fare musica in un modo diverso: l’intelligenza artificiale. Ye si è spesso avvalso di autori per comporre la sua musica; ora, usando l’IA, ha mostrato come poteva prendere la registrazione di qualcun altro che rappava e riprodurla con la sua voce. Un anno fa, Ye pubblicò un video di mezz’ora accompagnato da diverse tracce di Bully, e molti fan pensarono di aver colto la prova del suo ritrovato interesse per l’intelligenza artificiale. Stava davvero cantando in spagnolo, in una traccia intitolata Last Breath, o aveva semplicemente riprogrammato un cantante spagnolo per farlo sembrare lui?
In un post su X la settimana scorsa, sembrava aver annunciato che la nuova versione di Bully non avrebbe contenuto questo tipo di manipolazione. «BULLY IN ARRIVO SENZA IA», promise a grandi lettere.

Sembra esserci una percezione diffusa che i musicisti che usano l’intelligenza artificiale stiano barando. È una preoccupazione familiare, perché evoca precedenti argomentazioni contro il campionamento e anche contro l’Auto-Tune, entrambi comunemente descritti come un modo per i musicisti pigri di fare musica senza impegno. «La gente dice: “State alla larga dall’IA”. È una reazione più negativa rispetto all’Auto-Tune», ha detto Ye. Va detto, però, che la reazione negativa all’Auto-Tune fu molto forte; nel 2009, Jay-Z pubblicò un brano intitolato D.O.A. (Death of Auto-Tune), che suggeriva, in modo memorabile ma non accurato, che l’era delle voci elaborate fosse quasi finita.
Le controversie sull’uso dell’intelligenza artificiale da parte di Ye sembrano legate a un desiderio di connessione: i fan vogliono essere certi che la voce che sentono sia davvero la sua, anche se le nuove tecnologie rendono sempre più difficile distinguere con certezza tra registrazioni pure e impure. Questa è una questione particolarmente spinosa nel caso di Ye, che cambia così spesso idea e immagine, e la cui discografia è piena di fughe di notizie, revisioni e contraddizioni che lasciano gli ascoltatori a brancolare nel buio cercando di capire quali siano le versioni “autentiche” e, di conseguenza, quale sia il vero Ye. La versione di Bully del 28 marzo è quella definitiva? Ye ha davvero scritto, o almeno autorizzato, quella dichiarazione di contrizione sul Wall Street Journal? Possiamo essere sicuri che fosse lui quello nello show di Alex Jones, con la testa completamente nascosta sotto un cappuccio nero? Il musicista inglese James Blake è stato accreditato come produttore di This One Here, ma, dopo l’uscita dell’album sulle piattaforme di streaming, Blake ha annunciato di aver chiesto di essere rimosso dai crediti, affermando che la versione finale non rifletteva lo «spirito» del brano sul quale aveva lavorato. In effetti, molti ascoltatori potrebbero trovare che la versione piuttosto scarna e traballante della canzone, apparsa l’anno scorso, sia più toccante della versione più elaborata presente nel nuovo album, così come potrebbero sentire la mancanza della particolare interpretazione in spagnolo di Ye nella seconda strofa di Last Breath.
Nel corso della sua carriera, Ye ha spesso comunicato con una voce tremante che sembra sopraffatta dalle emozioni, ma in Bully è insolitamente sommesso, ed è difficile non pensare a una diversa trasformazione tecnologica: il programma di “medicinali” di cui ha parlato nel Journal. Bully è forse il primo grande album dell’era dell’intelligenza artificiale, il primo, cioè, a essere valutato principalmente in base a quanto utilizza o meno l’IA. Non a caso, è un album che costringe i fan a ripensare a come potrebbe risuonare la musica “artificiale”. Non è, in alcun modo, un grande album. Ma potrebbe comunque essere una pietra miliare.
