– Il 19 gennaio 1926 nasceva l’uomo che mise il Messico in un bicchiere. Era “il figlio del popolo”, il Modugno d’oltre oceano: cantava l’uomo che soffre bevendo, un machismo fragile, che non sapeva cambiare ma sapeva confessarsi
– Quando Chavela Vargas interpretò le sue canzoni, senza cambiare una virgola, si è capito che “el Rey” aveva scritto verità portatili, capaci di sopravvivere al genere, all’epoca, perfino all’autore. E oggi lo si ascolta ovunque
Se volete capire il Messico, non prendete un volo per Città del Messico, non studiate la Costituzione del 1917 e nemmeno chiedete indicazioni a Octavio Paz. Entrate in una cantina, aspettate che sia notte fonda, ordinate una tequila che non avete bisogno di bere davvero, e ascoltate. Prima o poi qualcuno canterà José Alfredo Jiménez. A quel punto avrete capito tutto.
Con baffetti e brillantina, sombrero decorato, giacchetta, fazzoletto al collo, pantaloni adornati con filamenti d’oro, cinturone con fibbia, sarape (il tradizionale manto rettangolare colorato con frange da indossare su una spalla) e l’immancabile bicchiere di tequila, José Alfredo, del quale ricorre il centenario dalla nascita (19 gennaio 1926), fu attore e cantautore, creatore di alcuni dei brani più rappresentativi della musica ranchera e mariachi. Ma non solo. È stato un servizio pubblico. Un ministero del dolore amoroso. Un welfare sentimentale per milioni di uomini e donne che non sapevano come dire “mi hai distrutto” senza sembrare ridicoli. Lui glielo ha insegnato, con parole semplici come chiodi e melodie dritte come strade polverose.

Non sapeva leggere la musica, José Alfredo. Non conosceva il solfeggio, non frequentava conservatori. Scriveva come viveva: a orecchio, di pancia, con l’urgenza di chi non ha tempo da perdere. Faceva il cameriere, portava piatti, ascoltava storie. Poi, a un certo punto, ha cominciato a restituirle sotto forma di canzoni. E il Messico ha riconosciuto se stesso, come davanti a uno specchio che non fa sconti.
Le sue rancheras non sono canzoni allegre, anche quando sembrano tali. Sono bollettini di guerra sentimentale. Parlano di donne amate troppo tardi, di orgoglio che sopravvive a tutto, persino alla dignità, di uomini che giurano di stare bene mentre stanno affondando. “El Rey” non è un inno di potere: è la dichiarazione disperata di chi ha perso tutto tranne la voce per dirlo. “Pero sigo siendo el rey” non è arroganza: è autodifesa.
José Alfredo ha dato forma a un personaggio che il Messico conosce fin troppo bene: l’uomo che soffre bevendo, che beve soffrendo, che canta per non chiedere aiuto. Un machismo fragile, incrinato, che non sapeva cambiare ma sapeva confessarsi. Ed è proprio lì che sta la sua grandezza. Non ha mai fatto prediche. Ha messo sul tavolo i fatti: amore, abbandono, bottiglia, alba. Traete voi le conclusioni.

Le sue canzoni sono state interpretate da voci monumentali, da Pedro Infante a Jorge Negrete, come se fossero corridoi obbligati della cultura nazionale. Ma quando Chavela Vargas le ha prese e le ha cantate da donna, senza cambiare una virgola, si è capito che Jiménez aveva scritto qualcosa di più grande del suo tempo: aveva scritto verità portatili, capaci di sopravvivere al genere, all’epoca, perfino all’autore.
È morto come vivono molti suoi personaggi: presto, consumato, lasciando dietro di sé più bottiglie vuote che conti in banca. Ma la morte, per lui, è stata un dettaglio. José Alfredo Jiménez è uno di quegli autori che non muoiono perché non appartengono più a se stessi. Appartengono ai tavoli, alle notti, alle sconfitte private di un intero Paese.
La sua voce risuona ancora nelle case, nelle radio, nei distributori di benzina e nei bar di tutto il Messico, come quella di un’eterna rockstar, un po’ santo, un po’ peccatore, a metà tra un Modugno d’oltre oceano e un “charro”, il caratteristico cowboy messicano. Jiménez, chiamato affettuosamente dai suoi compatrioti “el hijo del Pueblo” (il figlio del Popolo), o più semplicemente “el Rey” (il Re).
Finché in Messico qualcuno canterà per non crollare, per darsi coraggio prima di tornare a casa, per dire a se stesso che sì, va tutto male ma potrebbe andare peggio, José Alfredo Jiménez continuerà a fare il suo lavoro. Senza ufficio, senza orari, senza pensione. Come ha sempre fatto.
E forse è questa la definizione più onesta di immortalità.
