– Dopo l’ambiziosa e fallimentare esperienza classica, il pluripremiato musicista pubblica “Big Money” rituffandosi nel suono di New Orleans. È una sorta di omaggio a Prince, Sly Stone, Sam Cooke e agli Spinners. Fra i compagni di questo nuovo viaggio ci sono il magnifico Randy Newman, le Womack Sister e Andra Day
– L’artista vede il nuovo album come parte di una recente ondata di rivendicazione culturale nera, un «processo di rimpatrio». «Perché il rock & roll, inventato da un gruppo di mezzadri e contadini neri del Sud e poi guidato da Little Richard, Fats Domino e Chuck Berry, è finito per essere visto come il risultato dell’invasione britannica»
Diciassette anni fa, Jon Batiste girava il mondo con la band di Cassandra Wilson. Era poco più che una promessa del jazz, un pianista di 21 anni che brillava di immenso talento ogni volta che avvicinava le dita alla tastiera. Oggi Batiste (Louisiana, 38 anni) è molto più di un brillante musicista. È diventato un’icona, uno dei grandi riferimenti della cultura nera negli Stati Uniti e qualcosa che nessun jazzista, per quanto talentuoso possa essere, sogna di essere: una superstar.
Nell’ultimo decennio, Batiste è passato dal guadagnarsi da vivere e pubblicare da solo i suoi dischi a una spirale di pietre miliari che lo hanno portato a quello che è oggi: dall’apparire in alcuni episodi della serie Treme alla firma con il suo gruppo Stay Human come resident band in televisione al The Late Show con Stephen Colbert, firmando con l’etichetta Verve e crescendo album dopo album fino ad esplodere con la partecipazione al film Pixar Soul e l’album We Are, un colossale catalogo di influenze nere, dal jazz al soul fino all’hip hop. Oltre a vincere l’Oscar e il Golden Globe con la colonna sonora del film Soul, ha accumulato un totale di undici nomination ai Grammy e vinto cinque premi, tra cui uno estremamente rilevante e rappresentativo: “album dell’anno” con We Are, battendo giganti del pop come Billie Eilish, Taylor Swift o Justin Bieber.

Nel 2023 fece il giro del mondo musicale con l’album World Music Radio, adesso saltella fra i mondi musicali che frequentava da bambino, quando di giorno partecipava a concorsi locali di pianoforte classico e di notte si esibiva nei locali nel cuore di New Orleans. «Sono nato in una famiglia di musicisti a New Orleans, ma, quando ho iniziato a studiare il pianoforte classico, le mie prime influenze sono state la musica dei videogiochi e Bach. Inoltre, in seguito ho studiato anche con quattro veterani del jazz contemporaneo e dell’avanguardia di New Orleans: Ellis Marsalis, Alvin Batiste, Kidd Jordan e Clyde Kerr Jr».
Così l’anno scorso ha pubblicato il suo primo lavoro per pianoforte solista, ambiziosamente intitolato Beethoven Blues (Batiste Piano Series, Vol. 1): undici tracce nelle quali Batiste gioca con Beethoven, reimmaginando le opere immediatamente riconoscibili del pianista tedesco in qualcosa di fluido, che si estende attraverso le storie musicali. Forse perché le sue velleità di pianista classico sono state stroncate dalla critica e dal pubblico, oggi Batiste si rituffa nel suono di New Orleans con l’album Big Money.
Batiste vede il nuovo album come parte di una recente ondata di rivendicazione culturale nera, un «processo di rimpatrio» che include anche Cowboy Carter di Beyoncé (in cui ha suonato come ospite). «La storia americana ha spesso seguito questo schema: qualcosa nasce e poi viene trasferito a chiunque altro che non sia la gente di colore», afferma Batiste in una intervista alla rivista americana Rollingstone. «Ho avuto l’onore di suonare con i Rolling Stones e conosco Paul McCartney. Adoro i Beatles, ma come ha fatto questa cosa chiamata rock & roll, inventata da un gruppo di mezzadri e contadini neri del Sud e poi guidata da Little Richard, Fats Domino e Chuck Berry, a finire per essere vista come il risultato dell’invasione britannica? Il rock & roll è la nostra musica nazionale ed è il volto della nostra cultura, ma ha un volto bianco, quando invece erano afroamericani a suonarlo e cantarlo».
Nell’album di poco più di 32 minuti e nove canzoni, Batiste opta per un suono sorprendentemente intimo. Gli arrangiamenti spogliati, per lo più acustici, creano un’atmosfera rilassata. La semplicità in qualche modo intensifica lo swing e l’oscillazione delle canzoni. Batiste abbina testi sulla devozione, i valori, gli angeli e l’ecologia con musica che mescola folk e funk, gospel e blues. La gamma è tale che l’artista di New Orleans suona anche un po’ di violino e mandolino, ma brilla soprattutto nelle due canzoni in cui mette le sue dita sui tasti bianchi e neri del suo pianoforte.
S’inizia con un meraviglioso duetto con Randy Newman, un altro pianista con radici a New Orleans, che negli ultimi anni è stato bloccato da problemi di salute e ha mantenuto un basso profilo. Rileggono Lonely Avenue di Doc Pomus, e la voce gracchiante di Newman fornisce un contrasto comico con quella di Batiste. “Potrei morire, potrei morire, potrei morire”, canta Newman. “Sembra che stia morendo”.
È stellare anche Maybe, una ballata piena di accordi spessi e domande. “O forse dovremmo tutti fare una pausa collettiva”, canta Batiste, prima di lanciarsi in un’esplorazione della tastiera degna di Jelly Roll Morton. L’allegra Lean on My Love trae spunto da Prince, Sly Stone e dagli Spinners, mentre Batiste canta all’unisono con Andra Day. Il brano che dà il titolo all’album, altrettanto vivace, gioca con la rima fra “money” e “dummy” in un sing-along ritmato che include i cori delle Womack Sisters, nonne del cantante soul Sam Cooke. Pinnacle è una scorribanda rockabilly.
Le influenze gospel di Batiste sono più evidenti nel brano reggae di chiusura Angels e nella ballata Do It All Again, una canzone d’amore che potrebbe essere interpretata come laica o spirituale. When I’m happy, it’s your shine, canta Batiste. Come sempre, fa sembrare la gioia genuina.
