– Ogni domenica, segnalisonori dà uno sguardo approfondito a un album significativo del passato. Oggi rivisitiamo il capolavoro-testamento di un artista che ha suonato con Elvis Presley, i Beatles e gli U2, ha definito il country, fondato il rock’n’roll, visto nascere il folk-rock ed è stato omaggiato da quattro generazioni di musicisti
La visione dell’Uomo in Nero dell’Ovest americano è quella di una terra aspra e triste, dove i fuorilegge portano le bibbie sui loro cuori, e dove a volte, il buon libro ferma persino un proiettile. The Man Comes Around è l’ultimo capitolo della fiaba oscura di Johnny Cash, il quarto di una serie di album in cui offre una versione personalissima, originale e talvolta superiore dell’originale, di materiale di alcuni artisti più popolari.
L’anziano e già malato Johnny Cash dimostra una impressionante capacità di infondere a questi rocker moderni un’emozione travolgente. Le sue interpretazioni di canzoni come The Mercy Seat di Nick Cave e Bird on a Wire si erano rivelate molto più potenti, poiché lo spirito di quelle canzoni era così vicino al suo. Sono album in cui si scopre quell’Uomo in nero che nel 1965 era stato in carcere e due anni dopo rischiò di morire, quando alla fine di uno spettacolo collassò per overdose, aveva un talento tale che poteva elevare qualsiasi canzone.

The Man in Black era nato nell’Arkansas in una famiglia di contadini con sangue indiano. «Raccontava storie di uomini in fuga dalla legge, dalla miseria in cui sono nati, dalla galera, dalla pazzia, dalla gente che li tormenta», ha scritto di lui Quentin Tarantino, uno dei tanti artisti delle nuove generazioni che hanno amato Johnny Cash.
La storia personale e musicale di Cash è legata in modo indissolubile a quella musicale e culturale degli Stati Uniti nella seconda metà del Novecento, dai suoi inizi mitici nell’etichetta Sun di Memphis al suo sorprendente “come back” degli anni Novanta, per cortesia di Rick Rubin e la sua American Recordings. È uno dei pochi artisti che hanno suonato con Elvis Presley, i Beatles e gli U2. Ha definito il country, fondato il rock’n’roll, visto nascere il folk-rock ed è stato omaggiato da quattro generazioni di musicisti.
L’uomo che ritroviamo in questo capolavoro sa che sta per terminare i suoi giorni. L’iniziale The Man Comes Around è un racconto epico di apocalisse, che interpreta le Rivelazioni. Cash vaga lungo la strada per Armageddon, la rassegnazione e la speranza di pace pervadono l’immaginario profetico. La furia sommessa e la bellezza di questa traccia lasciano sbalorditi. E ci si chiede: se quest’uomo può ancora scrivere ed eseguire opere di questo calibro, perché ricorre alle parole e alla musica degli altri?

Ma le forze stanno venendo meno. American IV: The Man Comes Around è l’album di un vecchio che sta andando incontro alla morte. Durante la registrazione, Cash ha lottato con polmonite e neuropatia autonomica derivanti dal suo diabete. «A volte venivo in studio e non riuscivo a cantare», ha ricordato poco prima della sua morte. «Sono entrato senza voce quando avrei potuto rimanere a casa e mettere il broncio nella mia stanza e piangere nella mia birra o nel mio latte, ma non ho lasciato che accadesse».
L’album esce nel novembre del 2002, Johnny Cash morirà dieci mesi dopo all’età di 71 anni. “Porto questa corona di spine / Sul mio trono di bugiardo / Pieno di pensieri spezzati / Non posso rimediare / Sotto le macchie del tempo”, canta in Hurt, la canzone che viene spesso definita il “testamento di Johnny Cash”. Non è sua. Eppure, lo è più di tante altre scritte da lui. Per una serie di tragiche coincidenze e affinità. Se quell’inchiostro così amaro e personale della quale è intrisa, uscito dalla penna di Trent Reznor dei Nine Inch Nails, sembra buttato giù da Johnny Cash è per l’associazione tra Hurt e la scomparsa dell’Uomo in nero.
Tutto è avvenuto nel biennio 2002-2003. L’ultimo album, la deriva della malattia, la morte dell’adorata moglie June… E nei nostri occhi la sintesi in un video che è una lama emotiva: il video di un uomo dignitosissimo che compie il rito finale tra ricordi e rimproveri amari quanto inutili. Un vecchio troppo consapevole che guarda in camera fra feticci ormai svuotati di significato. Alla fine, reclina il capo e chiude il pianoforte. Nel silenzio. È una sorta di My Way al contrario, un canto di dolore e di sconfitta.
I Hung My Head è una canzone di Sting, ma sembra più di Johnny Cash: è il pellerossa che canta alla luna, affidandosi ai suoi dei. Per poi sposare la Personal Jesus dei Depeche Mode, offrendone una versione carica di blues e groove. In My Life, la canzone dei Beatles scritta da John Lennon e Paul McCartney, e originariamente pubblicata su Rubber Soul, è una canzone sull’amore per il passato, e Cash ha una lunga storia da ricordare. In Sam Hallassapora il suo ruolo di assassino, sputando con odio mentre cerca di restare afferrato alla vita. Splendidi e minimali arrangiamenti evidenziano il suo timbro da baritono e distillano in ogni traccia i suoi migliori elementi. Non vacilla mai, sostenendo la sfida di un duetto con Fiona Apple in Bridge Over Troubled Water. E in compagnia di Nick Cave rende giustizia al collega Hank Williams di I’m So Lonesome I Could Cry. In queste tracce, Cash trova qualcosa di più che un’eccellente composizione e un sincero rimpianto: attinge all’essenza di ogni canzone e la fa davvero sua.
