– Il rocker scozzese torna nella sua città d’adozione alla guida dei Simple Minds per due concerti sabato 26 e domenica 27 luglio belli carichi di storici successi
– Il musicista ripercorre la sua carriera, dalla presunta competizione con gli U2 («una formula giornalistica») alla crisi sul finire degli anni Novanta, fino alla ripresa
– «Oggi posso dire di essere nato in Scozia, ma di essere rinato in Sicilia. È Europa ma anche Africa, un posto unico, di frontiera. E a me piacciono i posti di frontiera»
– Dal Live Aid a “Belfast” e “Mandela”, un rock d’impegno. «La musica può cambiare il mondo? L’arte non può cambiare tutto, ma può stimolare le energie per la libertà»
Nel novembre 1977 il gruppo punk rock Johnny And The Self Abuser cambia nome in Simple Minds e diventa il gruppo scozzese di maggior successo commerciale degli anni Ottanta. Cinque album al numero uno nel Regno Unito e oltre trenta milioni di dischi venduti in tutto il mondo. Contesero agli U2 la leadership nel rock più impegnato, coscienzioso, caldo e furente. La storia dice che oggi gli U2 sono ancora la più grande rock band del pianeta, i Simple Minds restano la colonna sonora di un preciso momento nella vicenda di una generazione. Quella che visse i suoi vent’anni tra 1977 e 1989, che perse l’innocenza con il delitto Moro, che irruppe nell’età adulta al suono del punk, che rispose alla politica “da bere” annodando la cravatta da yuppie o frequentando le posse e i centri sociali. La generazione che la “Pantera” divise in comunisti e ciellini. Quella che digerì la politica dell’uomo forte, da Craxi a Reagan, ma credette al sorriso di Gorbaciov. Quella del Live Aid e della lunga e vittoriosa lotta all’apartheid. La generazione che chiuse i suoi “anni dorati” vivendo ad occhi aperti l’ultimo grande sogno collettivo, il crollo del Muro di Berlino.
Nella primavera del 1985 Jim Kerr (voce), Charlie Burchill (chitarra), Derek Forbes (basso), Mick Mc Neill (tastiere) e Mel Gaynor (batteria) avevano conquistato persino le discoteche con un singolo, Don’t You (Forget About Me), dalla colonna sonora del film The Breakfast Club. Era l’ultimo contributo del fondamentale basso di Forbes al suono della band. Seguì nell’ottobre dello stesso anno Once Upon A Time, album bestseller ma anche inizio della fine dei Simple Minds per come li avevamo conosciuti fino ad allora.

La band che con grande leggerezza aveva saputo tradurre nella new wave il glam, la dance, l’elettronica e l’ambient, con quel disco sceglieva di inseguire gli U2 sul loro terreno: canzoni rock, ritmica pesante, toni epici e un impegno militante che qualche anno dopo avrebbe portato Kerr a organizzare allo stadio di Wembley il Mandela Day per festeggiare la liberazione del leader nero sudafricano. Fuoco indimenticabile per gli U2, il rock impegnato sarebbe diventato la prigione estetica degli scozzesi Simple Minds, incapaci, come gli irlandesi, di tirarsi fuori in tempi brevi dall’inevitabile crisi creativa vissuta negli anni Novanta.
«Questa rivalità è stata una facile formula giornalistica, com’era accaduto per Beatles e Rolling Stones o, più tardi, per Oasis e Blur», osserva Jim Kerr. «Capisco l’idea del dualismo, ma la rigetto, anche perché nessuno può competere con gli U2, che sono un fenomeno. Siamo stati sempre fratelli, mai antagonisti: condividiamo la stessa passione, i panorami, la pioggia e lo stesso idealismo. Nessuno può competere con loro, sono uno dei più grandi gruppi del pianeta. L’impegno politico è stata la nostra rovina? Ho sempre avuto il desiderio di scrivere del mondo mentre gira. Allora sembrava più semplice di oggi, più bipolare: Est, Ovest. Comunismo, capitalismo. Apartheid, anti-apartheid. Dovevamo scegliere da che parte stare. Oggi la politica interferisce con tutto: quale caffè bevi, dove vivi, quale plastica riciclabile usi. Abbiamo scritto Belfast child, Mandela, oggi non lo faremmo più … Tuttavia, i temi sono simili: non c’è più guerra a Belfast, ma in Ucraina e Medio Oriente sì, e la guerra rimane la guerra. L’apartheid è scomparso, non il razzismo. Vivo una parte dell’anno in Sicilia e ho osservato gli occhi dei migranti quando arrivano su queste barche: passano attraverso un inferno».
A cavallo tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, la band scozzese pubblica un album irrilevante dopo l’altro. Mentre gli U2 riempivano gli stadi in tutto il mondo, i Simple Minds suonavano in piccoli locali di paesini di provincia.
«Non è un segreto che i Simple Minds abbiano avuto un periodo davvero difficile alla fine degli anni Novanta», confessa Jim Kerr, fondatore e frontman della band scozzese. «Difficile perché eravamo fuori moda; difficile perché i grandi giorni erano finiti. Ma ancora più difficile perché nessuno di noi aveva la motivazione per andare avanti. Dopo aver suonato negli stadi, dove eravamo soliti fare il “sold out”, facevamo rotta verso club che non erano esauriti. L’entusiasmo era sparito, non avevamo più musica in noi. Siamo sopravvissuti soltanto perché ci esibivamo ovunque. Giusto per il gusto di suonare, in modo da non perdere il contatto».
Jim Kerr cominciò ad andare in giro per il mondo. «Decisi di trasferirmi per un po’ in Italia per scoprire con calma cosa volessi. Conoscevo Taormina da un viaggio precedente, nel frattempo avevo imparato l’italiano e ricordavo questo posto come un’oasi di tranquillità. Quando è balenata una opportunità, è nata improvvisamente l’idea di un piccolo bed & breakfast. In alternativa alla musica, che all’epoca era irrimediabilmente in un vicolo cieco. Oggi posso dire di essere nato in Scozia, ma di essere rinato in Sicilia. Non solo perché è bella, per il clima o perché si mangia bene: mi piace per la cultura, la storia che si respira, il fatto che sia un mix. È Europa ma anche Africa, un posto unico, di frontiera. E a me piacciono i posti di frontiera. Due brani sono stati ispirati dalla Sicilia: Different World e New Sunshine Morning, raccontano la gioia che provavo mentre cominciavo a conoscere e comprendere la vostra Isola»
Da Taormina è ricominciata la risalita dei Simple Minds che nel 2018 sono tornati nella hit parade inglese, raggiungendo il quarto posto con l’album Walk Between Worlds. E a Taormina è stato scritto, durante il lockdown, l’album Direction of the heart, pubblicato nel 2022. E il Teatro antico è una tappa fissa dei loro tour, tre anni fa, quando Jim Kerr ha spento le candeline per 45 di carriera e 63 di età, e adesso con l’Alive & Kicking Tour 2025, atteso i prossimi sabato 26 e domenica 27 luglio: due show a conferma dell’amore fra il pubblico siciliano e la band scozzese.
Strada facendo, la band ha perso qualche pezzo, come il talentuoso tastierista Mick MacNeil e il muscoloso batterista Mel Gaynor: Rimangono solo Kerr ed il chitarrista Charlie Burchill dei cinque pezzi che registrarono il loro singolo di debutto Life in a Daynel 1978, ma Kerr sente che la loro grande avventura adolescenziale non si è mai fermata. Né lo preoccupa l’avanzare dell’età: 66 anni lo scorso 9 luglio. «Quando abbiamo fondato la band, i nostri genitori non avevano nemmeno 40 anni. Per noi era del tutto inimmaginabile che a 40 anni fossimo ancora in una rock band», ride.
Adesso, accanto al nucleo storico, ci sono la percussionista Cherisse Osei, la corista Catherine AD, Ged Grimes al basso, il polistrumentista Gordy Goudie e Sarah Brown ai cori. Musicisti che potrebbero essere loro figli.
«Ai miei tempi, non ci piaceva ascoltare la musica di nostro fratello maggiore. Abbiamo odiato quella di nostro padre. Volevamo avere la nostra musica. Mio figlio di 28 anni quando è andato a Glastonbury (uno dei più grandi festival nel Regno Unito, nda) mi ha detto che i gruppi che voleva vedere erano quelli vecchi (ride)! Perché sono autentici, mi ha detto. Come i jeans autentici, un’automobile autentica. I Rolling Stones sono “autentici”. Ai miei tempi, mio padre voleva portarmi a vedere Johnny Cash, ma non volevo ascoltare il country, volevo ascoltare il rock o il punk. In concerto, scherzo su questo: “Ci sono dei giovani qui? Sono stati i tuoi genitori a portarti qui? Stai tranquillo, poteva andarti peggio: avrebbero potuto portarti a vedere Duran Duran o gli Spandau Ballet”. Alcuni anni fa ho visto il concerto di Robert Plant a Taormina. Una volta era un dio del rock. Ora non colpisce più le note alte. A chi importa? Lui è ancora autentico».
Ed i Simple Minds che si presenteranno a Taormina sabato 26 e domenica 27 luglio sono quelli “doc”. Con una scaletta zeppa di hit, da Waterfront a Once Upon a Time, da Glittering Prize a Let There Be Love, da Someone Somewhere in Summertime a Ghost Dancing, da Belfast Child a Don’t You (Forget About Me), per finire con Book of Brilliant Things e Alive and Kicking. Una ventina di canzoni, ma è probabile qualche sorpresa per il pubblico siciliano.
- I Simple Minds presero parte al Live Aid del 1985, del quale quest’anno è stato ricordato, il quarantennale. Pensa che la musica abbia il potere di cambiare il mondo?
«Al momento in cui scrissi Mandela, c’era solo la mia piccola voce … Quanto importante? Quando Mandela venne a Londra, mi disse qualcosa che mi scaldò il cuore: “Sai, quando non è permessa alcuna voce, dobbiamo ascoltare gli artisti, gli scrittori, i poeti, musicisti, giornalisti: loro ci danno ossigeno”. L’arte non può cambiare tutto, ma può stimolare le energie per la libertà».
