Storia

JEREMY ALLEN WHITE: io, Bruce e “Nebraska”

– A Roma la conferenza stampa per la presentazione del film in odor di OscarSpringsteen – Liberami dal nulla”, dal 23 ottobre nelle sale, nel quale l’attore di “The Bear” indossa i panni del Boss
– Al centro della storia l’album acustico del 1982 e i tormenti dell’autore di “Born to Run”.  «Per me è motivo di orgoglio averlo raccontato spogliandolo dell’icona per renderlo più umano»
– «Un album molto attuale, è come se lo avesse scritto oggi perché parla di un certo malessere che c’è in America, ma anche della mancanza spirituale e dell’ambiguità morale»
– Il dietro le quinte di un trionfo accidentale che torna nei negozi in versione espansa, tra inediti e registrazioni alternative o “live” che lo raccontano nella sua essenza

Come A Complete Unknown, in cui Timothée Chalamet ha interpretato Dylan dal 1961 fino al suo passaggio all’elettrico nel 1965, Springsteen – Liberami dal nulla (“Springsteen: Deliver Me From Nowhere”), il film biografico autorizzato da Springsteen e basato sul libro Liberami dal nulla. Bruce Springsteen e Nebraska di Warren Zanes, cerca di trovare un difficile equilibrio tra l’offrire le solite chicche e il sovvertire le aspettative, tra la narrazione del genio e la resistenza all’agiografia. Un compito forse impossibile, dato che la magia e i cliché della musica popolare spesso vanno di pari passo. Liberami dal nullafortunatamente evita di mitizzare eccessivamente il Boss: lo vediamo sul palco solo una manciata di volte, a sprazzi; cammina triste per il New Jersey per lo più non riconosciuto e indifferente. 

“Nebraska”, un trionfo accidentale

Al centro della storia c’è l’album Nebraska, uno dei più grandi trionfi accidentali del rock, uno degli album più importanti che Bruce Springsteen abbia mai pubblicato – aveva appena compiuto 33 anni – eppure originariamente realizzato senza pensare minimamente che sarebbe stato un disco. È un capolavoro di ascolto inquieto: bozze grezze nella turbolenta registrazione sul campo di una svolta concisa e viscerale nella scrittura di Springsteen, intrisa di sangue, dolore e del gergo schietto e confessionale del carcere e delle code dei disoccupati all’ufficio di collocamento. “Dieci persone innocenti” muoiono solo nella prima strofa di Nebraska, rivisitazione della storia del serial killer Charles Starkweather. Deliver Me From Nowhere (“Liberami dal nulla”), il film biografico racconta la creazione di questo album. Sarà nelle sale dal 23 ottobre e l’indomani la Sony pubblicherà Nebraska ’82: expanded edition, cofanetto disponibile in diverse versioni, ricco di materiale inedito e che include la prima esecuzione dal vivo dell’album. 

Jeremy Allen White, il protagonista della serie tv The Bear, veste i panni del Boss. E li indossa anche a Roma durante la conferenza stampa via Zoom per la presentazione del film: camicia celeste a righe bianche aperta sulla canottiera e stivaloni da cow boy. «Interpreto Bruce Springsteen a un bivio della vita, in cui stava facendo i conti con traumi del passato (i rapporti difficili con il padre, ndr) e le scelte che hanno reso possibile la vita che ha condotto negli ultimi quarant’anni», racconta l’attore americano. «Quando me l’hanno proposto, la sceneggiatura era già stata concordata da Scott Cooper e Bruce. Ma ho voluto prendermi del tempo per pensarci perché c’era molta pressione, lui è una figura così iconica e non volevo deludere i fan. Poi Scott mi ha detto. “Bruce vuole che tu lo faccia”. E così ho accettato».

Nebraska per mesi è rimasto su una cassetta nella tasca anteriore della giacca di jeans di Bruce Springsteen, dove la tenne– senza custodia – all’inizio del 1982: conteneva più di una dozzina di nuove canzoni in demo spoglie e soliste, alcune in più versioni e mix, registrate quell’inverno su un registratore portatile a 4 tracce nella sua casa del New Jersey. Ma il nastro pesava un sacco nella testa del cantante – in parte talismano, in parte coscienza – mentre iniziava a lavorare con la E Street Band a un nuovo album, il previsto seguito dell’epico doppio disco di Springsteen, The River del 1980.

Springsteen portava in giro la cassetta in tasca mentre cercava di capire cosa fare con la nuova collezione di canzoni. L’ipotesi iniziale era che i suoi compagni d’avventura della E Street avrebbero cercato di dare vita ai pezzi, così come era accaduto tante altre volte con canzoni che il Boss aveva scritto da solo. Ma quei brani resistevano alla potenza del gruppo al completo: la violenza ricorrente nei paesaggi devastati di Atlantic CityJohnny 99 e Highway Patrolman; gli amari cicli di Mansion On The Hill e Reason To Believe, ritornelli scheletrici spinti da chitarre lontane e solitarie; la gamma bassa e ferita del canto mantra di Springsteen all’interno di un riverbero di nebbia oceanica.

Cinque mesi dopo, il 30 settembre 1982, Springsteen pubblicò dieci canzoni da quel nastro – invariate, con l’oscurità intatta dopo molti tentativi ed errori nella masterizzazione – come sesto album, intitolandolo all’ambientazione desolata e al gelo straziante della ballata di apertura: Nebraska.

«Un album ancora molto attuale»

Jeremy Allen White nel ruolo di Bruce Springsteen (foto di Macall Polay. © 2025 20th Century Studios)

«È la prima volta in cinquant’anni che Bruce concede di lasciare il volante a qualcun altro. Per me è motivo di orgoglio averlo raccontato spogliandolo dell’icona per renderlo più umano. E lo facciamo attraverso Nebraska, perché in quel momento si stava sgretolando e isolando mentre cercava di curarsi attraverso la musica», racconta il regista e sceneggiatore Scott Cooper. Quello al centro del film è un album «molto attuale, è come se lo avesse scritto oggi perché parla di un certo malessere che c’è in America, ma anche della mancanza spirituale e dell’ambiguità morale». Springsteen «è politico, ma dal punto di vista umano. Il suo album parla delle persone ai margini della società che lottano per raggiungere un sogno americano ma non ci riescono. Nebraska è un album pertinente al periodo che stiamo vivendo in America».

Per calarsi nei panni di Springsteen, Allen White ha imparato a cantare e a suonare la chitarra. «Non avevo mai cantato nulla, figuriamoci Bruce, è stato come un salto nel buio!», esclama il protagonista di The Bear, 34 anni. White canta tutte le canzoni, proprio come Timothée Chalamet nel ruolo di Bob Dylan in A  Complete Unknown. Musicalmente parlando, il film è stata una vera sfida per White. Si è preparato con il vocal coach Eric Vetro, lo stesso di Chalamet, con il maestro di chitarra, J.D. Simo e il music supervisor Dave Cobb. Il punto di svolta è stato quando si è ritrovato in uno studio di registrazione a Nashville e ha dovuto registrare tutte le canzoni in 48 ore. «È stato il momento in cui ho dovuto tirare fuori la fiducia in me stesso», racconta. «Mi trovo in uno studio di registrazione, è una stanza grande, sono da solo e devo cantare e ricantare le canzoni di Bruce.  Ricordo che mi sono sentito molto vicino a lui». Il risultato ha conquistato il vero Boss, come ha dichiarato in più occasioni pubbliche.

«Conoscere Bruce Springsteen, parlargli, vederlo sul palco con quella passione. E poi la gentilezza innata con cui parla e si rivolge alle persone. Sono cose che ho fatto mie a livello interpretativo». Jeremy Allen White ha poi spiegato il suo legame personale con l’album: «Quando ascolto Nebraska mi sento capito. Si avverte nel disco tanta confusione, disorientamento, ma anche speranza. Si racconta di un mondo pieno di rabbia e confusione, ma c’è anche tanta speranza». Nello stesso tempo, White evidenzia che «Bruce Springsteen aveva una certa idea d’America e ha aiutato molte persone a far capire questo Paese attraverso il suo sguardo, ma certo non puoi rappresentare tutto ciò che oggi sono gli States».

My Father’s House è il brano preferito da White: parla del desiderio di riconciliazione con un padre estraneo, un tentativo fallito di riavvicinamento dopo una vita di conflitti e separazioni. La canzone è una sorta di incubo in cui il protagonista torna in sogno a una abitazione che rappresenta la casa paterna, ma la trova occupata da estranei, 

Liberami dal nulla sono due ore intense, emotive, coinvolgenti che mettono a nudo Bruce Springsteen, mostrando l’uomo, per certi versi fragile, che si nasconde dietro una scintillante rockstar. È un film in odor di Oscar, anche se Jeremy Allen White preferisce sorvolare sulla domanda. «Lui non lo direbbe mai, ma se lo meriterebbe», interviene il regista Cooper. «Jeremy e Bruce hanno in comune l’umiltà. Bruce ha fatto qualcosa di non ortodosso, ha realizzato Nebraska nella sua camera da letto. Quello che ha fatto negli anni ‘80 è stato dirompente e radicale. Questo è il suo disco più “punk”, non in termini di suoni ma di spirito. Oggi si spinge solo un bottone, forse è un po’ triste».

Il potere di un album

Il potere dell’album Nebraska deriva dalla miscela di fiction e memorie di Springsteen: alcune canzoni sono personali e intime con dettagli tratti dalla sua vita, altre sono roba da romanzi e cinema. Nebraska racconta la storia vera del duplice omicidio compiuto da Charles Starkweather e dalla sua giovane fidanzata Caril Ann Fugate nel 1958. Il testo descrive la vicenda con un tono distaccato e freddo, ispirato a opere come “Badlands” di Terrence Malick e ai racconti di Flannery O’Connor, e si conclude con un verso che riflette la disperazione e la crudeltà del mondo.

La violenza dell’album continua con Johnny 99 che descrive un omicidio, conseguenza di una disperazione accecante; in Highway Patrolman, un poliziotto protegge suo fratello violento anche se farlo va contro tutto ciò in cui crede. Atlantic City, l’unica canzone pubblicata come singolo, è la storia di un uomo indebitato e senza lavoro che spera in un colpo criminale per risolvere i suoi problemi e fuggire con la sua ragazza. Springsteen non ha mai vissuto personalmente queste scene, ma le rende con tanta cura e dettaglio, che mette l’ascoltatore esattamente al centro di queste storie.

Al contrario, Used CarsMy Father’s House e Mansion on the Hill attingono dal passato di Springsteen, in particolare dalla sua complicata relazione con suo padre. Used Cars e Mansion on the Hill sono scritte come ricordi e My Father’s House sembra un sogno. Ma tutte sono permeati da un profondo desiderio di connessione, un desiderio che il non espresso possa essere finalmente pronunciato, e che le barriere erette nel corso di una vita possano dissolversi.

Questo è Springsteen nel suo modo più romanzesco, che cerca di entrare nelle teste di assassini e poliziotti corrotti, o diaristico, rivisitando scene dettagliate della sua infanzia. Uno scrittore ha persino trasformato le narrazioni delle canzoni in un libro di racconti. Ma il potere più duraturo del disco non deriva dalle sue parole o melodie, ma dal suo suono. Nebraska è soprattutto un’esperienza sonora, il che spiega perché non è mai riuscito a ottenere le canzoni giuste in uno studio adeguato.

Nel cofanetto che uscirà il 24 ottobre – Nebraska ’82: Expanded Edition –  presenta diverse registrazioni inedite e precedentemente sconosciute, le leggendarie sessioni “Electric Nebraska” con la E Street Band e brani registrati da solista esclusi all’epoca della pubblicazione, oltre alla performance dal vivo “Nebraska” registrata di recente. Il cofanetto comprende un saggio di Erik Flannigan.

Non avendo mai fatto un tour a sostegno dell’album, Springsteen torna sui brani di Nebraska più di quarant’anni dopo l’uscita offrendo, attraverso le sfumature della sua esibizione live, nuove prospettive pur rimanendo fedele allo spirito delle registrazioni originali.

Oltre a “Electric Nebraska” — che vede la partecipazione di Tallent, Weinberg, Danny Federici, Roy Bittan e Stevie Van Zandt — la raccolta “Nebraska Outtakes” riscopre brani rari solisti di Springsteen, inclusi altri brani delle registrazioni casalinghe originali di “Nebraska” (“Losin’ Kind”, “Child Bride”, “Downbound Train”) e tracce tratte da una sessione solista in studio del 1982 unica nel suo genere (“Gun In Every Home”, “On the Prowl”).

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