– Il “nero a metà” per eccellenza non è riuscito a vincere la sua ultima battaglia con la polmonite: aveva 80 anni. La sua voce racchiudeva «il disagio profondo di una napoletanità sotterranea, nera, underground»
– Con gli Showmen portò in Italia il soul e rhythm & blues, poi la svolta rivoluzionaria con Napoli Centrale e il supergruppo con il Lazzaro Felice. «Io mi sento un extraterrestre nella scena musicale italiana», ripeteva
– Nei suoi ultimi concerti confessava: «Sono stanco, non lo nascondo. Ma appena salgo sulla pedana gli acciacchi e la stanchezza scompaiono. Senza dischi e concerti sarei niente. Forse sarei già morto»
James Senese è andato a suonare con Pino Daniele. Il “nero a metà” per eccellenza non è riuscito a superare l’ultima battaglia alla quale la vita l’ha voluto sottoporre. Aveva 80 anni. Era stato ricoverato a fine settembre all’ospedale Cardarelli di Napoli per una grave infezione polmonare. Ad annunciare la scomparsa sui suoi profili social, Enzo Avitabile, amico di una vita: «Non bastano parole per un dolore così grande ma solo un grazie! Grazie per il tuo talento, la dedizione, la passione, la ricerca. Sei stato un esempio di musica e di vita. Un amico per fratello, un fratello per amico. Per sempre».
La voce di James Senese, come ha scritto in passato Roberto De Simone, racchiudeva «il disagio profondo di una napoletanità sotterranea, nera, underground». Per sessant’anni ha soffiato nel suo sax. Sessant’anni dal suo esordio con Gigi e i suoi Aster, poi con gli Showmen, con i quali porta in Italia le sonorità soul e rhythm & blues di Otis Redding, James Brown e Marvin Gaye. Nel 1974 arriva la svolta con la nascita dei Napoli Centrale. Tra i membri della band anche un giovane Pino Daniele, che agli esordi viene chiamato come bassista.
Proprio con Pino Daniele, Senese formerà un supergruppo che segnerà un’epoca: con Tullio De Piscopo, Rino Zurzolo, Joe Amoruso ed Ernesto Vitolo, accompagnerà il cantautore napoletano nei suoi primi successi e tornerà a suonare con lui nell’album Ricomincio da 30. Il suo suono era quello di sempre, ma anche in perenne divenire, verace eppure black, melodico eppure ritmico, neapolitan power. James soffiava nel suo strumento dando voce al suo popolo, anzi ai suoi popoli, alle sue terre, alle sue culture. Partenobeat, funkyjazz, postsoul, newpolitano, chiamatelo come volete: Gaetano Senese, per tutti James, un tempo Jamesiello, da Miano, è sempre rimasto in trincea.


«Sono nato nero e sono nato a Miano, suono il sax tenore e soprano, lo suono a metà strada tra Napoli e il Bronx, studio John Coltrane dalla mattina alla sera, sono innamorato di Miles Davis, dei Weather Report e in più ho sempre creato istintivamente, cercando di trovare un mio personale linguaggio, non copiando mai da nessuno… Il mio sax porta le cicatrici della gioia e del dolore della vita». Così James Senese si racconta nel libro Je sto ccà… di Carmine Aymone. Era il 1945, fine della Seconda guerra mondiale, le truppe tedesche e fasciste si arrendono, nasceva Gaetano, figlio di un soldato afroamericano di presunto nome James Smith e di una mamma napoletana, Anna Senese. «Sin da piccolo ho sempre cercato di contrastare quello che ritenevo ingiusto, primo fra tutti il pregiudizio», racconta il “nero a metà”. «Sicuramente il colore della mia pelle ha contribuito a sviluppare questo sentimento. Immaginatevi come poteva sentirsi nel 1960 un ragazzo di 15 anni napoletano guardandosi allo specchio, vedendosi diverso dai miei coetanei, e da quello che la società del dopoguerra imponeva. Insomma, ho avuto la mia parte di complessi da superare, cercando di sentirmi uguale agli altri che spesso non mancavano di far notare la mia “diversità”. Poi un giorno ho scoperto lo strumento che ha cambiato per sempre la mia vita, il sassofono».

Gaetano diventa James, come il papà, ma mantiene il cognome della madre, e in quello strumento condensa tutte le sue angosce, le sue paure, soffiandole via, letteralmente. «Ho capito che potevo liberarmi di tutti i problemi, che potevo scacciare i timori che attanagliavano la mia anima. Sono di famiglia modesta, per non dire povera. A Miano, a pochi chilometri da Napoli, dove sono nato succedeva e succede ancora di tutto. Non mi piaceva quello che vedevo dalla finestra: malavita, delinquenza, omertà e tanta sofferenza», ricordava Senese. «Suonando decisi che avrei voluto parlare degli ultimi, di quelli che non ce la fanno, di quella parte di popolo che vive a testa bassa per portare a casa la pagnotta; ma avrei anche voluto parlare di amore e rispetto per le persone. Non mi è mai interessato il denaro. Ho rinunciato a contratti importanti che mi avrebbero però fatto tradire quello in cui credevo, e credo ancora; la coerenza e l’onestà artistica. Credo di essere diventato un buon musicista e un buon compositore, con sentimenti forti, lasciando da parte gli egoismi e i personalismi; ringraziando invece per quello che in quasi cinquant’anni di musica ho ottenuto. Di questo devo dire grazie a Dio, alla mia famiglia, che mi hanno dato la forza e i giusti valori. Credo che soltanto il rispetto e l’accoglienza dell’“altro”, del diverso, possa contribuire alla pacificazione delle persone, e ci dia quella parte di felicità necessaria per amare il prossimo».
In questo mezzo secolo, e oltre, di carriera, James Senese ha vissuto un’epoca irripetibile: Murolo, De Simone, Nccp, Troisi, Arbore, il neapolitan power, attraversando trasversalmente la canzone leggera italiana con gli Showmen e poi il funk-jazz stridente dei Napoli Centrale. È una leggenda vivente, colui il quale ha dato uno dei primi ingaggi all’indimenticabile Pino Daniele, con cui collaborerà ed avrà amicizia vera sino al suo ultimo giorno.

«L’inizio della mia carriera risale a molto più di sessant’anni fa, al 1961 con Gigi e i suoi Aster e Vito e i 4 Conny apriamo la via italiana al rhythm and blues degli Showmen. È dal primo disco degli Showmen, uscito nel 1968, che calcoliamo questo mezzo secolo di sax, anche se avevo già iniziato a incidere dal ‘64. Con Mario Musella, il “nero a metà” che ha iniziato tutto, eravamo davvero una bella coppia: lui di madre napoletana e figlio di un soldato pellerossa, io di madre napoletana e figlio di un soldato afroamericano. Dopo Peppino Di Capri e Carosone sono stato fra i primi a sconvolgere la cultura napoletana. Poi è venuto tutto il resto. Napoli Centrale rappresentò una vera e propria rivoluzione. E lo è ancora in questa Italia dove impera la canzonetta».
Nei concerti tenuti fino a poco tempo fa anche in Sicilia non nascondeva le sue fragilità e i malanni dell’età. «Senza dischi e concerti sarei niente. Forse sarei già morto», mi confessava. «Sono stanco, non lo nascondo. Ma appena salgo sulla pedana gli acciacchi e la stanchezza scompaiono. Il pubblico è sempre così affettuoso, poi. Si entusiasma in modo tremendo, scegliendo di venire ad ascoltare una musica che per noi è normale, ma non lo è… Io mi sento un extraterrestre, nella scena musicale italiana».
