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IRENE MANCA sospesa fra rock e poesia

– La cantautrice e chitarrista genovese debutta con l’album “Everything in its Place”, otto brani cantati in inglese per «andare all’origine delle proprie ombre per trasformarle in luce»
 – La voce funge da ponte tra mondi sonori differenti: fra la prima Elisa, il cantautorato americano, l’alt-rock, il prog rock, ma senza tagliare il cordone ombelicale con la tradizione italiana

C’è qualcosa di profondamente rivelatore nella storia delle donne rock in Italia. Una storia fatta di lampi improvvisi, di voci che emergono come fenditure nella superficie liscia del nostro immaginario musicale. Perché se è vero che il rock, da noi, è sempre stato un territorio complicato, attraversato da entusiasmi giovanili e resistenze culturali, lo è stato ancora di più per le donne. Non per mancanza di talento, ma per quella sottile ostinazione che la scena italiana ha spesso riservato alla femminilità: un recinto invisibile entro cui la voce delle artiste viene etichettata, definita, limitata.

Eppure, proprio per questo, quando una donna è riuscita a imporsi nel rock italiano, lo ha fatto con una forza dirompente. Come se ogni nota racchiudesse la storia di un’uscita dal margine. È il caso di Irene Manca, cantautrice e chitarrista con propensione rock proveniente da Genova, culla della canzone d’autore italiana. Ma già tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila, il confine tra rock, pop e cantautorato si era fatto sempre più poroso. In questa fluidità sono emerse figure come Elisa, che pur non essendo rock in senso ortodosso, porta nel mainstream italiano un’idea di intensità sonora e di libertà artistica profondamente affine allo spirito rock.

E Irene Manca, nel suo album di debutto Everything in its Place, sembra richiamare gli inizi “inglesi” della triestina. Otto brani tutti cantati in inglese, nei quali l’artista ligure si muove fra il cantautorato femminile americano, il folk, l’alt-rock, il prog rock/metal sulla scia dei Porcupine Tree e degli Evanescence, ma senza tagliare il cordone ombelicale con la tradizione dei poeti genovesi.

C’è qualcosa di straniante e insieme familiare nella voce di Irene Manca. È come se provenisse da un luogo sospeso tra il pop internazionale e la poesia italiana, tra l’urgenza emotiva e la precisione formale. La voce funge da ponte tra mondi sonori differenti. Non è solo una scelta stilistica, ma una dichiarazione d’intenti: la musica non conosce confini, e l’autenticità non è mai limitata dalla nazionalità.

Le sue canzoni respirano; ogni respiro, ogni silenzio, ogni armonia vocale è parte di un tessuto sonoro che va oltre la melodia immediata. In un panorama spesso dominato dalla rapidità e dalla produzione industriale, Irene privilegia l’artigianato della musica: arrangiamenti sofisticati, incursioni elettriche equilibrate, testi che parlano con durezza e senza sconti.

«Everything in its Place raccoglie brani figli di una ricerca interiore che mi ha condotto, lungo cinque anni di grandi cambiamenti, a fare ordine dentro di me», racconta Irene Manca. «Filo conduttore dell’intero lavoro è l’andare all’origine delle proprie ombre per trasformarle in luce; i brani dell’album riportano dubbi e tormenti, per poi “risolvere” sul finale con risposte e chiarimenti. La scrittura musicale, come specchio dell’interiorità, è per me parte integrante del processo terapeutico ormai dal 2020, a sostegno delle sedute svolte con la psicologa: a monte di Everything in its Place c’è un atto introspettivo». 

C’è un’artista piena di insicurezze, che si sente mancare la terra sotto i piedi. Che si sente fuori luogo, fuori posto, fuori tempo: “La vita corre selvaggia / Sono così tante le cose che i miei occhi non vedono / Tutti mi lasciano indietro / Mentre io sto ancora cercando di uscire / Il treno sta per chiudere le sue porte / E io non sono nemmeno vicina al binario /Come posso fuggire dalla mia stessa mente?”, canta in 30. O, ancora, in Everything in its Place: “Sotto di me / Il pavimento ora si è crepato sotto il peso / Sono caduta in un buco / Come faccio a uscire da qui? /Per favore, vieni a prendermi”.

Un senso di claustrofobia, distopia, tristezza, disorientamento accompagnano le trame serrate dell’album, espressione dei tormenti interiori. «Sono stanca di camminare su questo sentiero senza sapere dove ci condurrà, dove mi porterà», canta in Paralysed. 

Non mancano parentesi sonore più intimiste, come il brano Compromise, arrangiato per sole chitarre acustiche, e la ballad A Place Somewhere in Time, minimale nel costrutto piano-voce ma di grande impatto emotivo.

Irene Manca presenterà il suo album d’esordio sabato 29 novembre, giorno di uscita di Everything in its Place su tutte le maggiori piattaforme digitali, con un concerto a La Claque, spazio culturale e teatrale del Teatro della Tosse, presso i Giardini Luzzati a Genova (Via di San Donato 9, angolo Vico Biscotti). Ad accompagnarla una band formata da Giada Bassani (violino e cori) e Lorenzo Maresca (chitarra), che accompagnano normalmente la cantautrice nella formazione in trio, ai quali si aggiungono Alessio Serra (chitarra), Marco Fuliano (batteria) e il produttore genovese Simone Carbone (basso e altri strumenti). 

Oggi le donne rock italiane come Irene Manca non sono più figure isolate. Sono tante, diverse, spesso non catalogabili, e forse proprio per questo più fedeli allo spirito originario del rock: quello di sfuggire alle definizioni. La loro storia continua a evolversi, a generare nuove traiettorie e nuove possibilità. E, a ben guardare, è forse la parte più interessante della musica italiana contemporanea: quella in cui la voce femminile non è più un’eccezione, ma una delle strade principali lungo cui passa il futuro dei nostri suoni.

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