– L’artista neotrentenne il 27 dicembre a Messina per presentare il nuovo album“Antologia della vita e della morte”, 14 racconti in cui affronta anche temi molto delicati
– «Con gli addi, con la perdita, ho un rapporto un po’ particolare, perché ci metto moltissimo a metabolizzarli e ancora, dopo tanti anni, mi ritrovo di colpo a soffrire»
Ha impiegato tre anni Irama per pubblicare il seguito di Il giorno in cui ho smesso di pensare (2022). «Di questi tempi è un’eternità e non so nemmeno io perché sia passato tutto questo tempo, sinceramente», commenta l’artista di Carrara neotrentenne (li ha compiuti lo scorso 20 dicembre), al secolo Filippo Maria Fanti. «Volevo realizzare un disco perfetto, perché sono un insicuro. La verità è che io ho avuto paura: paura di sbagliare, e basta. Mi sono preso il tempo necessario per studiare, per pensare. Avevo paura di deludere chi mi segue e forse anche me stesso, dato che sono sempre alla ricerca di una perfezione che so essere utopica».

Insomma, Irama ha ripreso a pensare e così è riuscito a tirare fuori Antologia della vita e della morte, impegnativo titolo del lavoro pubblicato lo scorso ottobre e che verrà a presentare sabato 27 dicembre in piazza Duomo a Messina. L’album è «una raccolta di racconti, che racchiudono sfumature della vita e della morte. Un dualismo che ha sempre caratterizzato l’uomo: il bianco e il nero, lo yin e lo yang», spiega. «Ogni sfumatura rappresenta tanti momenti di me, tante cose che ho vissuto, che ho pensato, che ho incontrato sulla mia strada». Quattordici i racconti, in cui l’artista affronta anche argomenti delicati come gli attacchi di panico (“qualcosa che conosco bene fin da ragazzo”) o quello del suicidio. «Un argomento che va trattato con molta delicatezza, con i guanti. Ho cercato di calarmi nei panni di chi può avere questi pensieri di morte, con il massimo rispetto».
Al centro c’è il tema del ricordo, come stanze di una casa in cui entrare per riscoprire ciò che ci siamo lasciati alle spalle e che, proprio per questo, ci ha reso chi siamo oggi. Per Irama è un album di riscoperta intima, a tratti cupa, legata a doppio filo alla vita e alle sue incertezze, agli addii, come quelli dei quali canta in Senz’anima e Mi mancherai moltissimo, ma anche di sensazioni carnali, come in Arizona in duetto con Achille Lauro o Ex con Elodie. Oltre ai due artisti, Irama ha scelto di collaborare anche con Giorgia per il brano Buio.
«Mi è capitato spesso, purtroppo, di dire addio, penso come a tutti noi», riflette. «In generale ho un rapporto forse ancora tenebroso con la morte, ma mia sorella una volta mi ha detto una cosa molto intelligente: “Non sono credente, sono sperante, spero che ci sia qualcosa dall’altra parte”. Quindi, con gli addi, con la perdita, ho un rapporto un po’ particolare, perché ci metto moltissimo a metabolizzarli e ancora, dopo tanti anni, mi ritrovo di colpo a soffrire. Di solito è in quel momento che scrivo una canzone, che è l’unica forma davvero sincera che conosco per parlarne. Devo imparare ancora molto sui miei sentimenti, forse per l’età che ho o forse perché non sono mai stato bravo a lasciare andare le cose. Faccio molta fatica anche a lasciare andare questo disco, per me è stato un po’ un processo, ci ho messo tanto tempo. Ma stavo facendo lo stesso tour da tre anni, quindi mi sembrava giusto lasciare andare, far entrare chi mi ascolta dentro la mia casa».
L’album è un viaggio sospeso tra fragilità e forza, vita e assenza, in cui ogni dettaglio si fa narrazione intima e universale, accompagnata da una solida struttura musicale. «Ho cercato un suono più organico rispetto al passato, anche perché la musica è in continuo cambiamento. Lo sento un disco “live” e non vedo l’ora di portarlo in concerto. Ho abbandonato il concetto di bit, per andare verso la musica suonata».
Il nuovo anno per lui porterà il debutto in uno stadio, l’11 giugno si esibirà infatti al Meazza di Milano. «L’idea, che ho portato anche nel concerto all’Arena di Verona lo scorso 2 ottobre, era di ricreare un po’ l’atmosfera di casa: allo stadio sarà un po’ tipo condominio», sorride. «Scherzi a parte, manca ancora un po’, ma ci sto già pensando. Voglio che sia indimenticabile ma non celebrativo: sono ancora troppo giovane. Anche se non considero per forza lo stadio una tappa obbligata. Non esistono tappe obbligate nella musica».
