Interviste

ILARIA GRAZIANO: ispirata dal “rumore” della natura

– Esce “Rive”, album di debutto dell’artista napoletana che è stata la voce dei manga giapponesi ed ha duettato con Marianne Faithfull. Un lavoro realizzato ascoltando il vento, passeggiando nel bosco. «Come le sponde di un fiume che raccoglie storie e memorie, ogni brano nasce da un flusso che unisce paesaggi reali e interiori»
– «Mi sono allontanata dalla musica quando stava per diventare routine. Andando in tour con Gnut sono ritornata a scrivere». «In questo lavoro volevo sperimentare, contaminare la mia parte più folk e cantautoriale con altre sonorità». «Il mio obiettivo è un cammino più libero possibile dai condizionamenti»

Canzoni suggerite dal soffio soffice del vento o dagli spiritelli che popolano un faggeto, oppure guardando lo scorrere di un fiume. «Il silenzio della natura non esiste, perché la natura è rumorosa. È un rumore che ti porta all’ascolto, ti porta a guardare dentro di te, a differenza della metropoli che ti distrae, ti confonde. La natura ti cambia la percezione. È una influenza acustica», sostiene Ilaria Graziano.

Rive s’intitola l’album di debutto della cantautrice napoletana. «Non è solo un punto d’approdo, ma un confine mobile tra ciò che siamo stati e ciò che potremmo diventare», sottolinea. «Come le rive del fiume che prendono forma attraverso le esperienze, quello che trasporta l’acqua. Metaforicamente sono le esperienze della vita, quello che tu vivi e poi si deposita e che formano la tua vita, il tuo carattere, i tuoi pensieri. Come le sponde di un fiume che raccoglie storie e memorie, ogni brano nasce da un flusso che unisce paesaggi reali e interiori». 

Ilaria Graziano (foto di Sara Di Pancrazio)
  • Chi è stata allora Ilaria Graziano?

«Prima mi nascondevo un po’ di più, avevo più timore di rivelarmi anche a me stessa. Adesso mi sento in uno stato di grande serenità che mi permette di mostrarmi senza cercare sempre un appoggio, un velo dietro al quale nascondermi».

  • Ha iniziato da giovanissima e dopo ‘E Zezi, Daniele Sepe, dj Miele, Paolo Polcari, Speaker Cenzou, è diventata l’eroina degli “anime“, le versioni animate dei manga giapponesi.

«L’anno scorso sono stata ospite a Yokohama per un grande concerto che celebrava le colonne sonore dei manga. Ho fatto più di trenta colonne sonore, sono una ventina di anni che ho questa collaborazione. Anche se oggi la produzione si è ridotta».

  • È stata nella band residence di “Gazebo”, il primo programma tv di Diego Bianchi, che lo scorso venerdì l’ha voluta come ospite a “Propaganda Live”. Ha cantato nella colonna sonora del film Gatta Cenerentola. Ha duettato con l’immortale Marianne Faithfull per le musiche del film “fantasma” The girl from Nagasaki.

«È stato un grande sogno realizzato. Mi ricordo di averla vista una volta all’Auditorium di Roma: quando è apparsa sul palco mostrava un enorme carisma, e già allora era abbastanza anziana. “Speriamo che diventi così”, mi dissi. Poi ho avuto questa occasione di duettare con lei per la colonna sonora di un film che non è stato mai distribuito. Ho cercato di recuperare i brani che ho cantato con lei, uno era scritto da Nick Cave, e facemmo anche un’Ave Maria. Per una questione di diritti però non sono riuscita ad averli».

  • Per sei anni la parentesi blues con Francesco Forni.

«Con lui ho fatto tre dischi. Una collaborazione che ha rappresentato una grossa parentesi all’estero, Francia, Canada. Abbiamo suonato anche in Italia, ma stavamo molto all’estero».

(foto di Andrea Boccalini)
  • Poi c’è stata una lunga pausa che l’ha allontanata dalla composizione e durante la quale si è dedicata alla pittura.

«Il motivo principale è che questo mio amore per la musica mi porta ad avere il bisogno di lasciarla andare, perché quando diventa una routine, quando sento che la musica –  che per me è elemento di libertà, di esplorazione – ti mette in una ruota del criceto, quando tu cominci a inseguire delle cose con degli automatismi, io avverto di tradire una parte di me. In quel momento ho la necessità di allontanarmi per creare un vuoto e per nutrire me stessa di altre cose. Io però non ho deciso di fermarmi e poi di tornare. Ho deciso di fermarmi senza sapere quando sarei tornata. È stato comunque un lungo periodo, durante il quale sono andata anche alla ricerca del silenzio, dell‘ascolto, che mi hanno stimolato di cambiare vita, di stare in contatto con la natura che ti mette in una condizione d’ascolto completamente diversa. Senza un elemento creativo io però non ci so stare: nella pittura – anche perché dipingevo prima di essere assorbita completamente dalla musica –  ho ritrovato questa modalità che in quel momento era molto affine a come mi sentivo, cioè creare nel silenzio, usando altri sensi. Un modo anche di elaborare questo passaggio, questo cambiamento di vita, di esperienze, di pausa da quello che avevo vissuto prima».

  • Quando è arrivata Primo, la canzone che le ha fatto riprendere il viaggio di ritorno alla musica e che fa parte dell’album?

«È arrivata con il richiamo delle parole, con l’espressione attraverso il linguaggio verbale. È stata una piccola scintilla che mi ha fatto alzare dalla tavola dove dipingevo e mi ha fatto entrare in studio: ho acceso il computer ed ho iniziato a giocare con i suoni. È stato molto naturale. E da lì non mi sono più fermata».

  • La pausa dalla scrittura, dalla composizione, dai propri progetti, è durata tre anni, ma il cordone ombelicale con la musica non è stato mai tranciato di netto. 

«In questo periodo di pausa è stato stimolante suonare in tour con Claudio Domestico (in arte Gnut, ndr) e vivermi l’elemento musicale attraverso la sua purezza, la sua onestà di artista. Ci conosciamo da tanti anni, ci sono tante affinità, anche emotive, artistiche. Mi sono vissuta la musica con un impegno diverso e sicuramente entrare nel suo linguaggio mi ha riaperto i canali».

  • Nell’album acustica ed elettronica s’incrociano.

«Volevo sperimentare, contaminare la mia parte più folk e cantautoriale con altre sonorità. In tal senso è stato importante il contributo di Simone De Filippis nel creare il sound del disco, mentre con Gnut abbiamo lavorato sull’aspetto armonico, della struttura, della scrittura».

  • E si alternano anche italiano e napoletano.

«Stando in tour con Gnut mi sono ritrovata a vivere di più la mia città. Napoli è tornata anche per il richiamo ancestrale della natura. Spirito do viento è nata durante una passeggiata nel bosco, ero in uno stato d’ascolto, ancestrale, mi è venuto naturale raccontare quel momento con una lingua che fa parte della mia parte ancestrale, radicale. E anche Fuje racconta di un personaggio che subisce le pressioni della società e racconta delle cose di Napoli che io probabilmente ho vissuto».

  • Fuje parla di fuga. Lei è fuggita da Napoli.

«Parla piuttosto dell’inganno della fuga. Sì, è vero, all’inizio ero fuggita da Napoli. Sono stata cinque anni a Londra. Nel tempo mi sono riappacificata con la mia città. Nella canzone parlo dell’inganno della fuga: se tu non elabori i motivi dentro di te, puoi andare dove vuoi, li troverai in forma diversa».

  • Dopo Napoli, Londra, Tokyo, New York e ora la campagna del viterbese, lei un altrove l’ha trovato o lo sta cercando ancora?

«Penso che non è qualcosa che si possa trovare. Puoi assaporarne degli aspetti, ci sono dei momenti in cui puoi provare più equilibrio… Però ho notato che nella vita, in generale, tutto ritorna. E poi tu lo vivi in modo diverso, se riesci a maturare certe cose. In certi momenti può darsi che io abbia sentito il sapore di questo altrove, ma non è stato perenne, neanche vorrei che lo fosse, perché io non credo nell’illuminazione, di arrivare a chissà dove. Credo che più importante sia fare un cammino senza rinunciare a ciò che tu senti di voler fare, un cammino più libero possibile dai condizionamenti».

  • Questo è un disco completamente libero da qualsiasi condizionamento. È una sfida nell’era in cui la soglia di attenzione va sempre più abbassandosi.

«Se fosse una sfida, partirei male, perché perderei sicuramente. È un atto d’amore più che una sfida. Un atto d’amore nei confronti di quello che mi piace fare e penso che condividerlo anche con poche persone (ma spero che siano così poche), vuol dire creare una connessione con una umanità che cerca certe cose. Sarei contenta anche così. Non voglio crearmi aspettative, ma neanche dire che non ci sono strade, perché siamo anche noi che creiamo queste strade e non possiamo permettere al mondo di definire quello che sarà il nostro percorso. Il mio è anche un invito ad attraversare, ascoltare, lasciarsi attraversare».

  • Abbiamo descritto per grandi linee chi è stata e chi è Ilaria Graziano. Resta da stabilire chi potrebbe diventare.

«Una vecchietta saggia, me lo auguro», scoppia a ridere.

L’album

Rive è un album sospeso nel tempo, onirico, intimo. Un invito all’ascolto attento, a sentire i battiti del nostro cuore, come nell’omonima canzone, una sorta di canto corale salentino, in cui un tamburo a cornice irlandese imita il battito del muscolo cardiaco. Un invito alla danza, lenta, che segue il ritmo delle emozioni. È un approccio istintivo, ancestrale, che collega la voce al corpo, e la musica alla materia viva da cui nasce. È un lamento blues, un gospel, con una voce che raggiunge altezze vertiginose in Domani. È un leggero soffio di vento, una preghiera laica in Spirito do viento. È il volo di una lucciola che va Oltre le favole, un viaggio mistico e visionario, in equilibrio tra sogno e realtà.

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