– La musicista cilena realizza un suo sogno pubblicando un album di ballad influenzate da una tradizione romantica cubana. Un progetto ideato con Gonzalo Rubalcaba. In marzo sarà in tour in Italia con tappe a Bergamo, Catania e Palermo
– «Questo genere musicale ha elevato i testi a un livello di maggiore introspezione, poesia, naturalezza, offrendo la scena a strumentisti e cantanti di grande virtuosismo, creatività ed eleganza. Sembravano le ballad del Great American Songbook che adoro»
In un’epoca in cui tutto corre, anche la musica sembra avere il fiato corto. Assoli da trenta secondi, playlist da tre minuti, carriere costruite sull’algoritmo. Poi arriva Melissa Aldana con il suo sax tenore e ricorda che il jazz, quello vero, non è una gara di velocità ma una questione di resistenza morale. Di respiro. Di silenzio.
Nata a Santiago del Cile, cresciuta in una famiglia dove il sax era pane quotidiano, Aldana ha fatto il percorso inverso rispetto ai migranti della musica leggera: non è andata negli Stati Uniti per cercare il successo, ma per misurarsi con la storia. A 24 anni vince la Thelonious Monk International Jazz Saxophone Competition — prima donna e primo sudamericano a riuscirci — e da quel momento la sua traiettoria non è più una promessa esotica, ma una realtà centrale del jazz contemporaneo.
La sua non è la storia romantica della “ragazza venuta dal Sud del mondo a conquistare Manhattan”. È qualcosa di più scomodo. È la dimostrazione che il jazz, nato come linguaggio degli esclusi, continua a rinnovarsi grazie a chi attraversa confini geografici e culturali senza chiedere permesso.
Un disco di ballad

Chi ascolta Aldana per la prima volta resta colpito da un dettaglio che oggi sembra quasi rivoluzionario: non c’è fretta. Il suo suono è pieno, rotondo, ma non indulgente. È un tenore che dialoga con la tradizione — da Sonny Rollins a Mark Turner — senza mai scadere nell’imitazione.
Nei dischi pubblicati per la Blue Note, Aldana costruisce architetture sonore che hanno qualcosa di letterario. Non sono raccolte di brani, ma capitoli. Ogni composizione è un racconto che si sviluppa con disciplina e libertà insieme. Il jazz, nella sua visione, non è nostalgia né virtuosismo sterile: è indagine.
È il caso del suo terzo album Blue Note, Filin, un sorprendente album di ballad ispirate alla tradizione dell’omonimo genere musicale cubano, alla testa di uno straordinario quartetto di cui fanno parte il grande pianista Gonzalo Rubalcaba, il contrabbassista Peter Washington e il batterista Kush Abadey, oltre alla cantante ospite speciale, in due brani, Cécile McLorin Salvant.
La sassofonista cilena ha sempre voluto realizzare un disco di ballad, avendo come stella polare il classico del 1963 Ballads firmato da John Coltrane: un modo di coronare un sogno lavorando sul proprio sound. «Sono solita trascrivere gli assoli di Sonny Rollins, Wayne Shorter, John Coltrane, Joe Henderson, Lester Young, Charlie Parker e Don Byas, tra i tanti. Per loro il suono stesso è uno strumento per esprimere un’emozione», spiega. «Ogni singola nota è un intero mondo. Quindi c’è un lato tecnico nel suonare, ma poi c’è questo lato mistico del suono che… non so ancora esattamente cosa sia».
Alla scoperta del “Filin”
Un disco di ballad, così pensava, l’avrebbe aiutata a scavare più a fondo nell’essenza del suo suono personale. Per cominciare, si è rivolta a Rubalcaba, un pianista venerato e uno dei suoi «più grandi eroi» con cui da tempo desiderava lavorare ad un progetto completo. Il suggerimento del pianista si rivelò una rivelazione: Aldana avrebbe dovuto interpretare la musica “Filin” di Cuba (Paese natìo di Rubalcaba), una tradizione splendida – ma ancora poco celebrata – di canzoni romantiche e riccamente arrangiate che prosperò tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Sessanta.
“Filin” — la parola deriva chiaramente dall’inglese “feeling” — «ha creato un dialogo tra la trova tradizionale cubana, il bolero e il jazz, ridefinendo l’identità musicale cubana», spiega Rubalcaba. «Il Filin elevò i testi a un livello di maggiore introspezione, poesia, naturalezza, e offrì la scena a strumentisti e cantanti di grande virtuosismo, creatività ed eleganza».
Per Aldana, le canzoni in stile “Filin” rappresentavano un ideale di notevole pregnanza: le ricordavano gli standard a soggetto sentimentale che aveva interiorizzato come sassofonista jazz, ma questa volta con testi nella sua lingua madre. «Sembravano le ballad del Great American Songbook che adoro!», esclama. «Ma visto i testi in spagnolo, sono riuscita a sintonizzarmi con queste canzoni in un modo che non avrei mai pensato».
Gonzalo Rubalcaba come Virgilio
Con Rubalcaba come guida, ha cominciato ad esplorare la storia della musica Filin e a lavorare con lui per adattare ed arrangiare le canzoni che più la coinvolgevano. Il progetto prendeva forma: Rubalcaba avrebbe realizzato gli arrangiamenti e suonato il pianoforte insieme al tandem ritmico di Washington e Abadey. La grande amica di Aldana, McLorin Salvant, viene “arruolata” per cantare in due brani, mentre Don Was, presidente di Blue Note Records, si è occupato della produzione, offrendo la sua ormai celebre supervisione perspicace, empatica e aperta al dialogo.

Il “prodotto finale” è, in una parola, stupefacente. È anche diverso da tutto ciò che ha caratterizzato finora nella carriera della sassofonista — o anche, in generale, nel jazz del XXI secolo. Lungo gli otto brani, l’ensemble mette in scena una sorta di minimalismo emozionante e coinvolgente, un’intensità a basso volume, che attribuisce un’importanza fondamentale alla luminosa interpretazione della melodia da parte di Aldana. È una musica che si muove lentamente, avanzando con grande determinazione ma come in punta di piedi, cosa tanto più impressionante quando si consideri l’assoluto virtuosismo di cui questi musicisti sono capaci.
Forse la cosa più notevole, tuttavia, è il fatto che questo progetto risulti tanto più coinvolgente in quanto sussurrato. Come il grande cinema, avvince il pubblico senza far clamore e senza trucchi. Quando Aldana prende un assolo, lo fa in un modo che contrasta con le complesse esplorazioni dell’armonia che le sono solite. La sua improvvisazione qui è melodiosa e si muove con leggerezza, con una cura particolare nel mettere al centro la melodia. «Non stavo cercando di suonare il perfetto assolo jazz», sottolinea. «Cercavo solo di suonare nel contesto del gruppo, di lasciare spazio e allo stesso tempo essere il più presente possibile, lasciare che le canzoni respirassero. Anch’io sono cresciuta, quindi forse sento meno l’urgenza di aver qualcosa da dimostrare. Sentivo anche che in sostanza volevo fare un disco di ballad, che avevo qualcosa da dire».
Melissa Aldana in marzo sarà in tour in Europa con il suo quartetto. Tre le tappe italiane: il 19 marzo al Teatro Sociale di Bergamo; il 24 al Teatro Metropolitan di Catania e l’indomani, 25 marzo, al Teatro Golden – Palermo.
