Storia

Il punk sadomaso della dominatrix COBRAH

Dai sex club di Stoccolma a una platea internazionale: nella sua tuta di lattice, la giovane cantante svedese dispiega un pop feroce che seduce un pubblico sempre più ampio
 «Adoro incarnare personaggi, inventare cose ed essere estrema». «Uso la mia musica per inghiottirvi nel mio universo! È un linguaggio per stabilire il mio dominio» 

Oggi lo show business assomiglia sempre più a un organismo famelico, un mostro che per sopravvivere ha bisogno di essere nutrito ogni giorno con linfa nuova. Nuovi volti, nuove storie, nuove emozioni da spremere fino all’ultima goccia. Non importa quanto siano fragili o acerbi: ciò che conta è che siano freschi, pronti per essere esposti, consumati e poi rapidamente sostituiti.

È la politica dell’usa e getta che ricorda quella delle saponette negli alberghi: si usano per poco, finché sono nuove e profumate, poi vengono lasciate lì, consumate, rimpiazzate da un’altra identica. Non perché siano inutili, ma perché il sistema non ha tempo di aspettare che maturino. La crescita lenta, lo studio, il fallimento, la ricerca di una voce personale sono incompatibili con i ritmi dello spettacolo contemporaneo.

Lo show business, così strutturato, non crea carriere: crea picchi momentanei. Non investe sulle persone, ma sui format. I protagonisti sono intercambiabili perché ciò che conta non è chi sei, ma quanto funzioni dentro il racconto del momento. Se non fai più audience, se non generi clic, se non sei più “trend”, vieni scartato senza troppi rimpianti.

Clara Christensen,, 29 anni svedese, si presenta con il nome d’arte di Cobrah

In questo contesto, anche il pubblico ha una responsabilità. Siamo diventati consumatori di volti e storie, affamati di novità continue, incapaci di seguire percorsi lunghi e complessi. Chiediamo sempre il prossimo talento, la prossima rivelazione, senza domandarci che fine facciano quelli di ieri. Il risultato è un cimitero silenzioso di promesse mancate, di artisti che scompaiono non perché non valessero, ma perché il sistema non prevedeva per loro un “dopo”.

In questa spasmodica ricerca di nuove storie, nuove emozioni, ecco spuntare la giovane cantante Clara Christensen, che si presenta con il nome d’arte di Cobrah. Svedese, 29 anni, sino a qualche anno fa si esibiva in tutti i sex club di Stoccolma. Tuta in lattice, estetica futuristica, ritmi trascinanti e voce ammaliante, ha visto le sue canzoni in playlist nelle campagne per Jean Paul Gaultier e Mugler, durante le sfilate, o ancora nel trailer del film di Yorgos Lanthimos, Kinds of Kindness (2024). Interprete di successi come Brand New Bitch(2022) o Good Puss (2021), seduce ogni mese una folla di fan sempre più numerosi.

Ha aperto il nuovo anno svelando un assaggio del suo nuovo lavoro con il brano Hush, con il quale prolunga il suo universo pop estroverso e ultra-sexy, cercando di tradurre la sensazione di «un incontro con qualcuno in un club».

La creatura pop tanto strana quanto ammaliante si è confidata in un comunicato stampa sulle intenzioni del suo nuovo album, Torn, atteso per il prossimo 6 marzo. Questo progetto rifletterà il suo gusto per la performance e il suo bisogno di vicinanza al pubblico: «Sono molto più “me stessa” come persona, le canzoni si ispirano alla mia vita reale», scrive. «È un po’ spaventoso. Adoro incarnare personaggi, inventare cose ed essere estrema e continuo a farlo in questo album, ma mi svelo anche completamente e presento il mio vero io come un personaggio».

Uno stile in lattice punk e gotico

«La mia primissima esibizione è stata in un sex club a Stoccolma, che un’amica mi aveva consigliato. Ovunque intorno al palco, c’era una gabbia, una grande croce, un’altalena sessuale…», ricorda. «Avevo appena 20 anni e questo spettacolo ha avuto un impatto reale sulla mia musica. Avevo comprato una tuta in lattice per l’occasione, e ricordo di aver camminato tra la folla e di aver sentito le mie braccia sfregare contro quelle delle persone presenti, anch’esse vestite di lattice. Produceva una sorta di cigolio che mi è rimasto in testa e che uso in molte delle mie canzoni, ancora oggi».

«Ho sperimentato molto i primi anni», prosegue. «E poi, un giorno, sono andata da una fotografa per un servizio fotografico e lei aveva un’intera stanza piena di vestiti in lattice che fabbricava da sola. Mi ha proposto di provare un completo e mi sono ritrovato nuda a casa sua dopo dieci minuti, mentre mi metteva del lubrificante per indossare la tuta. Una volta vestita, sono stata invasa da un incredibile senso di fiducia in me stessa: avevo finalmente trovato il mio stile».

Cobrah è cresciuta ascoltando gotich rock e punk. Era una fan della cantante tedesca Nina Hagen e comprò di nascosto un paio di grossi stivali con le zeppe, che indossava all’uscita di casa «perché i miei genitori li odiavano».

Nell’EP Succubus, pubblicato nell’ottobre 2023, s’ispira all’omonimo film di RJ Daniel Hanna, nel quale una donna attira gli uomini nei boschi per andare a letto con loro e poi divorarli. «Ero molto ispirata da questo demone femminile spaventoso e allo stesso tempo molto cool che, molto tempo fa, aveva un’immagine terribilmente brutta. Questa figura si è trasformata con la cultura pop in un mostro potente e seducente», racconta. «Uso la mia musica contro di voi, per inghiottirvi nel mio universo! È un linguaggio per stabilire il mio dominio. È quello che faccio quando canto canzoni come Suck o Feminine Energy. Si tratta della sensazione di avere potere su se stessi e sul proprio corpo e di sfruttarne al massimo».

Ma dietro la Cobrah personaggio sadomaso, nato nella perversione del lattice, creatura di un altro mondo, si cela una ragazza che dava lezioni di musica a studenti dai 6 ai 12 anni. «Sono diventata insegnante perché bisognava pagare bene le bollette! Non potevo ancora vivere della mia musica. Era un periodo abbastanza difficile perché lavoravo tutta la settimana e passavo le mie serate a cantare nei sex club e i miei fine settimana in studio. Ho fermato tutto dopo aver finito di scrivere il mio EP Cobrah. Ho sentito che stavo iniziando un nuovo capitolo della mia vita».

Non sappiamo quanto durerà il successo di Clara Christensen-Cobrah. Noi le auguriamo che possa diventare una nuova star del pop, ma forse sarebbe il momento di chiederci se inflazionare il mercato con nuovi volti sia davvero sostenibile, non solo economicamente ma umanamente. Se abbia senso continuare a produrre sogni a scadenza, sapendo che per ogni vincitore ci sono decine di sconfitti invisibili. Perché uno spettacolo che si regge sul consumo rapido delle persone, alla lunga, rischia di restare senza anima. E senza memoria.

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