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Il Premio Luttazzi al siciliano GIUSEPPE BLANCO

– Il trentenne pianista di Scicli, dal 2014 di base a Milano, si è imposto nel contest intitolato al grande musicista e showman triestino. Sono così quattro i premi musicali vinti quest’anno da artisti isolani. «Una manna dal cielo, proprio ora che ho pubblicato due album»
– «Da piccolo io volevo studiare fisica e matematica». «Sono sinestetico, ho una sorta di orecchio assoluto: quando sento un brano, vedo un colore. La copertina di “Underside” mi rappresenta». «Ho scoperto questa musica attraverso un video di Keith Emerson»

Non c’è due senza tre e il quarto vien da sé. Così, dopo la Targa Tenco alla catanese Anna Castiglia, l’“Andrea Parodi” alla messinese Luisa Briguglio, e il “De André” al rosolinese Claudio Covato, ecco arrivare in Sicilia anche il Premio Lelio Luttazzi: a vincerlo è lo sciclitano Giuseppe Blanco.

«Giuseppe ci ha conquistato per il suo senso dello swing e il suo groove irresistibile. Lo abbiamo votato all’unanimità», si legge nella motivazione della giuria del Premio Lelio Luttazzi, composta da Mario Rusca (pianista e decano del jazz italiano), Claudio Angeleri (pianista e compositore) e Luca Nobis (direttore didattico del CPM). 

Giuseppe Blanco premiato da Rossana Luttazzi, moglie del compianto Lelio (foto Roberto Priolo)

L’artista siciliano si è imposto nel contest riservato ai pianisti presentando una composizione originale (Scilla e Cariddi) e interpretando un classico del repertorio del grande musicista e showman triestino (Ritorno a Trieste): si è così aggiudicato una borsa di studio del valore di mille euro. Inoltre, il suo inedito sarà registrato a cura della Fondazione Lelio Luttazzi e verrà distribuito sulle piattaforme digitali dall’etichetta Blue Serge di Sergio Cossu. Giuseppe Blanco avrà anche la possibilità di esibirsi insieme alla Jazz Company di Gabriele Comeglio, direttore artistico del Premio Lelio Luttazzi, il prossimo febbraio sul palco del Blue Note di Milano. 

«Questo premio è arrivato come una manna dal cielo!», esclama Giuseppe Blanco. «Proprio quest’anno ho pubblicato due album e spero che questo riconoscimento contribuisca a darmi più visibilità». 

Nato a Scicli trent’anni fa, nel 2014 si è trasferito a Milano. All’ombra del Duomo ha completato gli studi al Conservatorio, dove adesso tiene corsi serali, oltre a insegnare in tre scuole dell’hinterland. «Ho conosciuto più musicisti siciliani qui al Nord che nell’Isola», commenta, evidenziando la questione dell'”emigrazione artistica” . «Qui ci sono maggiori opportunità di suonare, ci sono maggiori stimoli».

  • Ma tu conoscevi Lelio Luttazzi? Quando il musicista triestino è morto era il 2010 e tu avevi 15 anni.

«Neanche suonavo a quel tempo. L’ho conosciuto quando sono salito a Milano, perché era uno di quei nomi che riecheggiava nelle aule: erano quelli di Luttazzi e Giorgio Gaslini, che era morto proprio l’anno in cui arrivai a Milano. Avevo studiato qualcosa per togliermi il cruccio, ma è stato grazie al concorso che ho scoperto Luttazzi: molto divertente, molto interessante, molto profondo, come ogni persona ironica, aveva un velo di malinconia. Infatti, Ritorno a Trieste, la canzone della quale ho presentato la cover, mi è piaciuta da morire, perché rispecchia quello che succede a noi siciliani quando torniamo a casa, ci si commuove».

  • La passione per il jazz come e quando è nata?

«È nata grazie a un musicista che non è un jazzista: Keith Emerson. È stato mio padre a farmelo ascoltare quando ero piccolo… Avevo visto su internet un video di Keith Emerson che suona con Oscar Peterson di fronte. Io idolatravo Emerson, avevo i capelli lunghi come i suoi, però ho visto questo qui davanti a lui e mi sono chiesto: “Ma chi è? Non è possibile, mi sembra immenso”. Allora mio padre mi disse: “Se ti piace il jazz, ascolta Michel Petrucciani”. Quindi, ho cominciato con questi due, poi è arrivato Keith Jarrett. Era il 2010, però, ti confesso, io non volevo fare neanche il pianista, volevo studiare fisica e matematica. Poi l’incontro con un insegnante è stato molto importante per me, non per l’aspetto didattico ma motivazionale: il maestro Giovanni Cultrera, un pianista classico di Catania molto rinomato. Lui mi disse: “Secondo me, sei talentuosissimo, uno come te ne nasce una volta ogni tanto. Però sei ignorante, si vede che non hai studiato. O ti metti la testa a posto o rimarrai un mediocre”. Sono passati tre anni per convincermi che dovevo studiare. Ti giuro, non me ne fregava nulla, era un divertimento. Poi a 19 anni è successo che ho vinto il concorso internazionale Ibla Grand Prize, che mi ha portato a suonare alla Carnegie Hall. E poi sono devotissimo a Milano, perché qui ho avuto le opportunità per continuare a migliorarmi».

Il video di Keith Emerson con Oscar Peterson citato da Giuseppe Blanco
  • Uno dei due album pubblicati – Nubi sul mare – è per piano solo ed è una sorta di Ritorno a Trieste, ci sono i ricordi di Donnalucata, della tua terra, mentre l’altro Underside è in trio, un disco molto frizzante, che combina il jazz di matrice afroamericana con le sonorità eleganti e contemplative di derivazione europea. Qual è il vero Giuseppe Blanco?

«Hai presente la copertina di Underside? È variopinta, un po’ astratta. Siccome io sono sinestetico, ovvero ho una sorta di orecchio assoluto: quando sento un brano, vedo un colore. Quindi, ogni colore della copertina è una traccia dell’album. In realtà, io credo di avere una personalità caleidoscopica. Ci sono momenti in cui sono molto vulcanico, altri in cui sono più introspettivo. Come capita un po’ a tutti gli artisti. Il primo album l’ho fatto perché è una radiografia di quello che sono riuscito a tirare fuori in passato e a proporre una parte di me un po’ più intima, fragile. Invece, in Underside, ho fatto coesistere le due nature, quella più esplosiva e l’altra più malinconica».

  •  Come nel caso della stupenda Lininedda

«È uno dei brani che piacciono di più nei concerti. L’ha scritto mio nonno. Che non era un compositore. È stato per me un grandissimo artista: pittore, maestro di scacchi, esperto di carambola, poeta, ha scritto un poema in siciliano. Era un innamorato del bello. E poi “suonicchiava” e aveva scritto una musica per una sorta di componimento poetico che è diventato uno spettacolo. Questo brano mi fa tantissimo pensare a lui. Confesso che ogni brano di Underside nasce da un bisogno: Oscar’s Legacy, ad esempio, è dedicato a Oscar Peterson che è stato il pianista che mi ha portato a suonare jazz; About War è riferita alla situazione attuale; Humpty Dumpty perché ho fatto la tesi di biennio su Chick Corea, che rimane ancora adesso uno dei miei eroi per eccellenza; e anche What is this thing called love nasce dalla necessità di chiarire cos’è l’amore: in alcuni casi, secondo me, l’amicizia è più amore dell’amore stesso. Sono molto grato ai miei genitori che mi hanno insegnato a dire le due parole più difficili di tutte, che sono quelle bisillabiche: scusa e grazie. Underside è anche un album di ringraziamento ad alcune persone che, indirettamente o direttamente, mi hanno fatto arrivare dove sono adesso».

Da sinistra: Yuri Goloubev (contrabbasso), Matteo Rebulla (batteria) e Giuseppe Blanco (piano)

Organizzato dalla Fondazione Lelio Luttazzi sotto l’alto patrocinio del Parlamento europeo e con i patrocini di Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero della Cultura, SIAE, AGIS, Comune di Milano, Comune di Roma (Assessorato alla Crescita culturale), Comune di Trieste e Nuovo Imaie, il Premio Lelio Luttazzi ha l’obiettivo di scoprire i nuovi talenti della musica italiana. «Il Premio è un omaggio a Lelio e nasce, in particolare, per lanciare i giovani autori pianisti jazz», sottolinea Rossana Luttazzi, moglie del Maestro e alla guida della Fondazione (istituita nel 2010). «In questi anni molti musicisti hanno partecipato al nostro concorso e i vincitori delle scorse edizioni, cioè Manuel Magrini, Danilo Tarso, Seby Burgio, Thomas Umbaca e Vittorio Esposito, sono oggi tra i protagonisti emergenti del panorama jazz nazionale. Ci auguriamo che lo stesso accada anche per Giuseppe Blanco».

Il trio di Giuseppe Blanco riunisce tre musicisti di generazioni e Paesi diversi: il trentenne siciliano al piano, il moscovita Yuri Goloubev (53 anni) al contrabbasso e il quarantenne Matteo Rebulla alla batteria. Con una visione comune del sound, è uno degli ensemble più brillanti nella scena jazz attuale. Sulla scia del Premio Luttazzi si appresta ad affrontare una serie di impegni “live”, con la speranza di poter tornare in Sicilia sulle note di Underside.

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