– Il pianista e compositore francese ospite di Catania Jazz mercoledì 22 ottobre sarà di scena al Teatro Jolly di Palermo e l’indomani, giovedì 23, al Metropolitan etneo
– Nel suo progetto “Time is color”, l’allievo di Herbie Hancock mescola spiritualità e fisica quantistica, tempo e colori, jazz, hip-hop, funk, soul, elettronica e classica
– «Tessitura, sorpresa, groove: questi sono gli ingredienti che amo inserire nella mia musica». In concerto con il suo trio con l’aggiunta della voce rap della poetessa Nunny
Sulle note di copertina dell’album Time is color vol2 – A luminous world, Cédric Hanriot scrive «Noi siamo energia. La musica è energia e la vita è magia». Il pianista francese, premio Grammy nel 2015 per l’album Beautiful Life, e il suo core trio con Bertrand Beruard (basso) e Antonin Violet (batteria) – al quale si aggiunge la poetessa Nunny (voce, rap, voce recitante, piccole percussioni) – riflettono questa convinzione. «Questo progetto è un percorso non solo verso la sua spiritualità, ma anche verso la fisica quantistica. In qualche modo la fisica e la spiritualità creativa si uniscono e danzano insieme», spiega il compositore che mercoledì 22 ottobre sarà di scena al Teatro Jolly di Palermo e l’indomani, giovedì 23, al Metropolitan etneo per l’associazione Catania Jazz.
«Spiritualità e fisica quantistica sono due facce della stessa medaglia», chiarisce. «Volevo con questo album consegnare alcuni messaggi importanti come la connessione universale tra tutti noi, anche il fatto che una situazione può essere vista in molti modi diversi ecc. Volevo anche fare un disco il cui obiettivo sarebbe stata la voce: parole pronunciate, rap e melodie vocali. Come pianista/strumentista ho fatto album con altri strumentisti e a volte con alcune voci, ma la voce non è mai stata al centro della musica. Volevo avere diversi cantanti/rapper/poeti/cantanti e volevo anche che le canzoni fossero brevi, più simili al formato delle canzoni pop. Quindi prima ho scritto la musica con quei parametri in mente e poi ho dato il messaggio che volevo esprimere per ogni melodia al cantante in modo che potesse scrivere qualcosa di conseguenza».
Cédric Hanriot è diventato una presenza vitale nel mondo della musica, sia come pianista che come compositore e sound designer. La sua carriera è stata costellata da collaborazioni su progetti vincitori di Grammy, con le leggende Herbie Hancock, Robert Glasper e Terri Lyne Carrington, e continua ad aprire nuovi orizzonti. Time is Color Vol.2 è il suo ultimo progetto: è il secondo capitolo di una trilogia sulla percezione del tempo. Cédric Hanriot esplora i percorsi del tempo che sono stati uniti da un senso di colore nelle sue composizioni. Da lì nasce questo tempo/colori, questo “Time is Color”. Un’opera singolare, un potente mix di jazz, hip-hop, funk, soul e musica urbana. Tra strumenti acustici e trame elettroniche, la musica ha una dimensione quasi cinematografica di paesaggi sonori contemporanei.

«La mia percezione del tempo è strettamente legata al colore», illustra. «Il tempo può essere visto come una cosa oggettiva. È qualcosa che tutti noi conosciamo: abbiamo orologi e calendari, ma c’è anche un lato soggettivo, perché ogni essere umano percepisce il tempo in modo diverso, a seconda di certe situazioni e momenti della vita. Possiamo percepire un momento lungo o breve, per esempio; mentre il tempo “oggettivo” non è così astratto. Quel pensiero mi ha davvero fatto provare a scrivere melodie che traducessero questi pensieri e sentimenti in musica».
Nella musica di Cédric Hanriot si possono individuare rimandi agli anni Ottanta e Novanta, all’acid jazz, affiora la sua passione per l’hip hop miscelato con gli stilemi del jazz europeo. Ci sono Maurice Ravel, Flying Lotus, Herbie Hancock, Fréderic Chopin, e anche Nirvana e Massive Attack citati nel sapiente medley Come as You Are / Teardrop fra jazz e rock anni ‘90.
«Tessitura, sorpresa, groove: questi sono gli ingredienti che amo inserire nella mia musica», sottolinea il pianista allievo di Hancock. «Non penso al pubblico quando scrivo un brano. Quando compongo voglio trasmettere un messaggio e questo è il punto principale. Potrei accorciare una canzone o semplificare le armonie a un certo punto, ma per il bene della musica credo che l’artista debba essere autentico ed è così che avrà il massimo impatto sui fan. Quello che spero è che gli spettatori si siedano e ascoltino la musica, vibrino e ballino insieme, e forse raccolgano alcuni messaggi dai testi: non c’è niente di intellettuale nella musica dei miei lavori».
