– Fra “Sinners”, “Frankenstein” e “Weapons” l’horror conquista otto Oscar complessivi: una piccola rivoluzione per un genere che la Mecca del cinema ha sempre trattato come un parente imbarazzante
Alla fine è successo davvero: l’horror, il genere che Hollywood ha sempre trattato come un parente imbarazzante da far sedere al tavolo dei bambini, si è presentato agli Oscar con il suo mantello nero e ha portato via otto statuette. Non in silenzio, non di nascosto: con un trionfo quasi teatrale. 98th Academy Awards, notte in cui i mostri sono entrati dalla porta principale del Dolby Theatre.
Per decenni l’horror è stato il genere delle sale periferiche, delle serate adolescenziali, dei critici che sospirano e scrivono “divertente ma minore”. Poi arriva Sinners, un film che ha raccolto sedici nomination — record storico — e che alla fine porta a casa quattro Oscar, compreso quello per il miglior attore a Michael B. Jordan e la sceneggiatura originale a Ryan Coogler. Quattro statuette: attore protagonista, sceneggiatura, colonna sonora, fotografia. Non male per un genere che per anni era stato confinato alle categorie tecniche o ignorato con elegante disprezzo.
Poi c’è Frankenstein, la versione barocca e romantica del mostro più famoso della letteratura, che porta a casa tre Oscar: scenografie, costumi, trucco e parrucco.
E infine Weapons, che conquista una statuetta con la straordinaria attrice non protagonista Amy Madigan, premiata a 75 anni dopo una carriera lunghissima e quarant’anni dopo la sua prima candidatura. Otto Oscar complessivi: una piccola rivoluzione.
L’horror non fa più paura (ai critici)

La cosa divertente è che l’horror non è cambiato così tanto: sono cambiati gli Oscar. Per anni l’Academy ha avuto un rapporto nervoso con la paura, come una signora elegante che attraversa la strada per non incontrare un gruppo di ragazzi rumorosi.
Certo, qualche eccezione c’è sempre stata — da Il silenzio degli innocenti a Il sesto senso— ma era l’eccezione che conferma la regola: i mostri restavano fuori dalla festa. Adesso invece arrivano con sceneggiature sofisticate, fotografia d’autore, allegorie politiche e soprattutto con registi che hanno capito una cosa semplice: la paura è una delle forme più intelligenti di racconto del presente.
In fondo l’Academy non è mai completamente autonoma: annusa l’aria. E nell’aria degli ultimi anni c’è una strana miscela di inquietudine, ironia e catastrofe imminente — perfetta per il linguaggio dell’horror. Così i film che una volta erano considerati “di genere” diventano improvvisamente cinema adulto. Il mostro non è più solo un mostro: è il capitalismo, la tecnologia, la solitudine, la memoria.
La notte in cui Hollywood ha smesso di fingere

Naturalmente il film più premiato della serata è stato un altro, One Battle After Another, con sei Oscar e il premio per il miglior film. Ma la vera storia della notte non è quella dei vincitori ufficiali. È questa: per una volta, l’Academy ha guardato in faccia i propri incubi — e li ha premiati.
E forse è anche un segno dei tempi: quando il mondo diventa abbastanza spaventoso, l’horror smette di essere evasione. Diventa realismo.
