– Esce l’album “The Mountain” influenzato dal viaggio in India dove Jamie Hewlett e Damon Albarn erano andati per elaborare il dolore per la perdita di entrambi i padri
– «Se sei un artista e vai in India e non ti lascia a bocca aperta, allora devi essere cieco, capisci? Tutto è folle, ricco, colorato, folle, tragico e bello». E così è l’album: technicolor
– È un’odissea sonora e visiva di ampio respiro che porta la band di cartoni animati ad affrontare la vita, la morte e la transizione, ma anche a parlare delle sofferenze del mondo
«C’è un motivo per cui siamo qui?», chiedeva l’anno scorso il co-fondatore dei Gorillaz, Jamie Hewlett a Damon Albarn, mentre in India elaboravano il dolore per la perdita di entrambi i padri e della suocera di Hewlett. «Visivamente, se sei un artista e vai in India e non ti lascia a bocca aperta, allora devi essere cieco, capisci? Tutto è folle, ricco, colorato, folle, tragico e bello».
Così nasce The Mountain, il nuovo album dei Gorillaz contenente 15 tracce. È un’odissea sonora e visiva di ampio respiro che porta la band di cartoni animati ad affrontare la vita, la morte e la transizione in un Paese «gloriosamente technicolor». Il conforto che Hewlett e Albarn trovavano negli atteggiamenti positivi verso la morte nell’induismo, nel buddismo e nel sikhismo si manifesta in un ottimismo celebrativo che si percepisce in tutto l’album e nella sua luminosa copertina.

L’impetuosa traccia strumentale che dà il titolo all’album stabilisce un tono contemplativo e introduce la tradizionale strumentazione indiana che si snoda attraverso le quindici tracce. La pluripremiata sitarista Anoushka Shankar, nipote del virtuoso del sitar Ravi Shankar, è una delle tante musiciste indiane con cui Albarn ha collaborato ed è presente in tutto l’album. Una sorta di momento di chiusura del cerchio per il musicista, che ammette di aver ascoltato Shankar prima dei Beatles, essendo stato uno dei preferiti del suo defunto padre. Mentre il brano si dissolve, echi di The Mountain, dal cameo del 2005 del compianto Dennis Hopper nei Gorillaz, guidano gli ascoltatori verso la loro meta.
La voce di Hopper indica l’importanza che i Gorillaz intendono dare a una prospettiva multigenerazionale per il loro nono album. Con artisti del calibro di Paul Simonon, Johnny Marr e Jalen Ngonda, fino ad Ajay Prasanna, Gruff Rhys e Omar Souleyman, era anche «importante includere tutte le persone che abbiamo conosciuto e che sono scomparse», spiega Albarn. Per questo motivo, le voci di collaboratori scomparsi dalle sessioni precedenti sono state intrecciate alla narrazione, tra cui Bobby Womack, David Jolicoeur e Tony Allen. «Volevo coinvolgerli nella conversazione in modo che il disco contenesse tutti e l’intera storia della band», continua. È quasi come se stessero «parlando dall’altra parte», aggiunge Hewlett.
Ma l’album non parla solo di morte, ma anche di ciò che sta accadendo nel mondo. Il singolo principale The Happy Dictator – con il duo art-pop Sparks – è un esempio di questo, come ha spiegato Albarn. È un esempio lampante dell’abilità di Albarn nel bilanciare gioia e satira con temi più cupa e, più in generale, della capacità dei Gorillaz di rendere il discorso più appetibile a un pubblico più vasto.
L’entusiasmo sembra disperdersi nella sdolcinata Orange County con Bizarrap e Kara Jackson. Pur coniugando con successo temi emotivi intensi con leggerezza, il brano assume l’energia di un ex fidanzato ubriaco che lascia biglietti vocali a mezzanotte. «La cosa più difficile è dire addio a qualcuno che ami», canta Albarn, punteggiato dal fischio vivace di un postino di paese. Il brano è seguito con entusiasmo dal cinismo appetitoso di The God of Lying. Carico di dubbi ed esistenzialismo, il caratteristico accento strascicato di Joe Talbot degli IDLES chiede “Chi sono?” mentre inizia un beat accattivante. Questo tono prosegue in Delirium, con l’intervento sardonico del visionario Mark E. Smith, che emerge nel crescendo con una risata sinistra.

Fedele alla sua forma, Albarn ha collaborato con diversi rapper per il suo nono album, tra cui Black Thought, MC dei The Roots, che porta una gradita energia a The Empty Dream Machine, mentre un altro gioiello dell’album è rappresentato dal brano di 7 minuti The Manifesto, con il rapper argentino Trueno. Una rivelazione cinematografica di un potente verso della leggenda del rap dei D12, Proof – probabilmente tratto dalla loro sessione di registrazione del 2001 di 911 – è un delizioso omaggio agli esordi della band e un perfetto esempio della capacità di Albarn di riunire senza sforzo artisti di decenni, generi e background diversi, attraverso una connessione e una collaborazione emotive e intime.
L’ultima traccia, The Sad God, come suggerisce il titolo, è un lamento struggente sulla mortalità, il dolore e lo stato del mondo: “Ti ho dato atomi / tu hai costruito una bomba”, canta Albarn. Non è il finale travolgente e indulgente che ci si aspetterebbe da un album di quindici tracce, ma forse la potenza risiede nella silenziosa stanchezza che deriva dal suo lungo e meditativo viaggio, che si snoda con i malinconici contributi strumentali di Shankar e Prasanna.
Pur essendo a tratti tortuoso, The Mountain è un paesaggio contemplativo e riccamente strutturato, con momenti di grandezza. Forse non sarà il sound dei vecchi album dei Gorillaz, ma rappresenta un trionfo nella loro ricerca condivisa, quasi patologica, di andare avanti con idee nuove e, in definitiva, creare un album che «renda la morte cool».
