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Gli ZU: la musica non deve essere comoda

– Il trio in concerto a Catania sabato 24 gennaio per presentare il nuovo albumFerrum Sidereum”, un mix notevole di noise, prog metal, industrial e musica contemporanea
– «Facendo pezzi strumentali siamo nell’incomunicabile, ma alla fine i titoli indicano un orizzonte condiviso. Vengono da qualcosa che dà una drammaturgia ai brani»

Gli Zu non fanno dischi. Gli Zu costruiscono mondi. Ferrum Sidereum è uno di quei mondi che non si spiegano: si attraversano. È un album che non chiede attenzione, la pretende. E una volta dentro non lascia molto spazio alle distrazioni. «Volevamo qualcosa che avesse peso», dicono. «Non solo volume. Peso».

Ferrum Sidereum suona come il titolo promette: ferro caduto dal cielo, materia primitiva, urto. Possenti, feroci, cupi, viscerali, gli undici strumentali di Ferrum Sidereum raggiungono i sei, sette, otto minuti di durata e sono un mix notevole di noise, prog metal, industrial e musica contemporanea. Prodotto da Marc Urselli, l’album prende il titolo dal materiale ferroso delle meteoriti e conferma la statura internazionale del trio formato da Paolo Mongardi (batteria, percussioni), Luca T Mai (sax baritono, synth, tastiere) e Massimo Pupillo (basso elettrico, chitarra acustica a 12 corde).

Da Roma al resto del mondo, la traiettoria dei Zu è sempre stata chiara e impossibile da classificare. Troppo duri per essere solo rock, troppo istintivi per stare nel jazz, troppo disciplinati per essere rumore puro. Un corpo a sé. «Le etichette servono ai negozi», spiegano. «Non alla musica».

«Ricordo che in un’intervista Robert Fripp disse che i King Crimson si rifacevano alla cultura musicale occidentale e non solo al retroterra afroamericano, che sta alla base del rock, tramite la stagione del rock-blues anni ’60», dice il sassofonista e tastierista Luca T Mai. «C’era in altre parole l’intento di scoprire la cultura musicale europea. Anche noi ne abbiamo tenuto conto, ci sono elementi nel disco che magari non si sentono ma rimandano al barocco, ad esempio in Fuoco Saturnio, il cui titolo di lavorazione era Purcell. Ci sono anche riferimenti al progressive italiano, il Balletto di Bronzo, il Rovescio della Medaglia, i Trip, gli Osanna. Anzi, per non farlo troppo italiano mi sono e mi hanno limitato, altrimenti avrei messo dappertutto l’Hammond».

Il basso di Massimo Pupillo è una forza gravitazionale costante, non accompagna, guida. La batteria è ossessione, ripetizione, rito. Non c’è mai abbandono, non c’è mai casualità. Ogni colpo sembra messo lì per ricordare che il caos, se funziona, è sempre organizzato. «La violenza è una forma di controllo», dicono. E nel suono degli Zu questa frase prende corpo.

Quando gli Zu hanno presentato il nuovo album a Bologna a inizio tour l’hanno fatto precedere dalla rappresentazione del Terzo Reich di Romeo Castellucci, regista teatrale e scenografo. Potrebbero ripeterlo sabato 24 gennaio (ore 21) a Catania, quando saliranno sul palco dello Zō Centro Culture Contemporanee. 

«Facendo musica strumentale siamo nell’incomunicabile, sì, ma alla fine i titoli che diamo ai pezzi indicano un orizzonte condiviso, non sono citazioni di belle parole o di frasi trovate in un libro. Vengono da qualcosa che vedi realmente e che dà una drammaturgia ai brani».

Non è musica nostalgica. Non guarda indietro. Non cerca redenzioni. Ferrum Sidereum è un disco che guarda avanti, o meglio guarda fuori, verso qualcosa di più grande, di meno umano. Le tracce si susseguono come frammenti di un unico paesaggio scuro, dove il silenzio pesa quanto il rumore. «Il silenzio è parte del suono», ricordano. «Se non fa paura, non serve. La musica non deve essere comoda. Deve restare».

Gli Zu restano una delle poche band italiane davvero fuori asse. Non per posa, ma per necessità. Ferrum Sidereum non è solo un disco nuovo: è una conferma. Che esiste ancora una musica che non consola, non intrattiene, non semplifica. Una musica che colpisce. E lascia il segno.

Come il ferro. Venuto dalle stelle.

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