– Elio e le Storie Tese pubblicano su Instagram la foto del performer Luca Mangoni in un loro concerto di tredici anni fa “tale e quale” alla maschera del cantante siracusano. Dalla satira del mito alla sagra del mito
Tony Pitony non è Elvis Presley. Non è nemmeno la sua caricatura. È piuttosto il risultato finale di una lunga digestione nazionale, quando il mito, passato di bocca in bocca, esce dall’altra parte sotto forma di volgarità rumorosa, ammiccamento triviale e demenza esibita come valore culturale.
Il suo Elvis è esplicito, sessualmente sguaiato, ridotto a una sequenza di doppi sensi, grugniti, occhi sbarrati e bacino usato come clacson. Una pornografia dell’allusione, senza erotismo e senza ironia. Qui non siamo più nel campo del kitsch, che almeno richiede una certa innocenza. Siamo nel territorio del demenziale consapevole, di chi sa di essere grossolano e lo rivendica come cifra stilistica. La volgarità non è un effetto collaterale: è il messaggio.

Elio e le Storie Tese, che di parodia se ne intendono come pochi altri in questo Paese distratto, hanno giustamente fatto notare che la caricatura di Elvis esisteva ben prima di Tony Pitony. Gli Elii hanno tirato fuori dal loro archivio delle foto che ritraggono il performer Luca Mangoni durante un concerto del gruppo con una maschera alla Elvis proprio come quella indossata dal cantante siracusano. Nella didascalia scrivono: «Mangony Pitony?», taggando proprio Tony Pitony. La band sottolinea poi come le foto risalissero al 2013. Ma c’è una differenza fondamentale: quella caricatura era una satira del mito, questa è una sagra del mito. Lì c’era un’intelligenza che smontava, qui c’è un compiacimento che sbatte tutto sul tavolo, rutto incluso.
Il personaggio di Pitony vive di un’idea molto italiana: che l’eccesso basti a giustificare tutto. Più sei esplicito, più sei autentico. Più sei demenziale, più sei “libero”. In realtà è una libertà finta, una licenza a non pensare. Il pubblico ride non perché sia colpito, ma perché riconosce il codice: la battuta sporca, il gesto osceno, l’urlo scomposto. È il linguaggio minimo comune garantito.

E allora Elvis diventa una scusa. Una parrucca. Un pretesto per fare ciò che si farebbe comunque: urlare, ammiccare, esagerare, come se l’eccesso fosse di per sé una forma di ribellione. Ma non c’è nessuna ribellione nel ripetere ciò che il pubblico si aspetta. C’è solo un mercato che funziona.
Tony Pitony non scandalizza nessuno, perché la sua volgarità è confortante. Tant’è che sta per debuttare sul palco nazional-popolare dell’Ariston nella serata delle cover del Festival in coppia con Ditonellapiaga per strapazzare il povero Frank Sinatra di Lady is a Tramp. Perché Tony Pitony non mette in discussione nulla, non fa mai male. È la versione soft della trasgressione: sporca ma innocua, esplicita ma vuota, demenziale ma perfettamente integrata nel circo mediatico.
Non è Pitony a essere eccessivo, è il contesto a essere povero. Quando un Paese scambia la sguaiatezza per sincerità e la demenza per genialità, non ha più bisogno di censura: si autocondanna al rumore.

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