Storia

GIOVANNI ALLEVI: ho visto la luce nel buio

– Il pianista presenta alla Festa del cinema di Roma il docufilm “Back to Life”, un viaggio tra musica, arte, ospedale: la storia della sua malattia che si fonde con la sua vita artistica. «Il “Concerto per violoncello e orchestra MM22” è l’ossatura del film»
«Ho scritto quest’opera durante il ricovero nel nosocomio. Ci sono tutte le emozioni che ho vissuto durante la degenza: angoscia, paura, dolore, nostalgia, speranza, gioia, guarigione, anche se nel mio caso non si può parlare di guarigione»
– L’appello alle nuove generazioni: «Bisogna scappare dalla banalità, dalla bellezza a buon mercato. La semplicità non è una soluzione, bisogna riscoprire la complessità. È ora di capire che l’essere umano è un organismo molto più complesso di quello che si pensi»

La scorsa estate è tornato in pubblico per dirigere Concerto per violoncello e orchestra MM22», un’opera composta in ospedale. Oggi Giovanni Allevi racconta la genesi di quel lavoro sul grande schermo. Allevi – Back to Life è il titolo del docufilm diretto da Simone Valentini, presentato alla Festa del Cinema di Roma. Un viaggio tra musica, arte, ospedale: la storia della sua malattia che si fonde con la sua vita artistica.

«Da tempo c’era l’idea di realizzare un documentario sulla mia esperienza artistica, ma non ero convinto perché negli ultimi anni mi sento come fossi un gatto sotto la credenza», racconta il pianista. «Non volevo e non voglio espormi e neppure spiegare la mia figura artistica che tante volte è stata divisiva. Però poi la malattia mi ha catapultato in un’altra dimensione e ho capito che questo film possiede una forte valenza sociale. Allora vale la pena uscire da sotto la credenza. Vorrei che il film restituisse le mie intenzioni filosofiche: vedere la luce nel buio, raccogliere un senso nelle sofferenze della malattia, del dolore fisico. Credo che questo concetto sia immortalato nella pellicola».

L’idea di un concerto che sublimasse il suo vissuto trasformandolo in musica, ha tenuto in vita Allevi durante il percorso della sua malattia. Ed è il punto di partenza del film. «Il concerto è stato composto in ospedale. La malattia mi ha catapultato in una dimensione dove c’è poesia, che è legata al fare. Nel mio letto, con il pc sulle gambe, senza capelli per via della chemioterapia, in bilico tra la vita e la morte, fra la paura e il dolore fisico, ho cominciato a scrivere il Concerto per violoncello e orchestra MM22, trasferendo in note le sette lettere della parola “mieloma”. Da queste sette lettere sono venute le sette note che formano una melodia romantica, piena di malinconia, in do e la bemolle che apre il concerto. Perché per violoncello? Perché mi tremavano talmente le mani che ho pensato che non sarei mai più stato in grado di suonare il pianoforte. In quest’opera ci sono tutte le emozioni che ho vissuto durante la degenza: angoscia, paura, dolore, nostalgia, speranza, gioia, guarigione, anche se nel mio caso non si può parlare di guarigione, perché è una malattia cronica».

A causa della malattia – mieloma multiplo, un tumore che colpisce un tipo particolare di cellule del midollo osseo, le plasmacellule – Giovanni Allevi è costretto a indossare una sorta di busto. «La fascia lombare limita la respirazione diaframmatica e le spalline, molto strette, creano problemi di circolazione alle braccia, amplificando il formicolio alle dita. Ma è la mia armatura e quando in camerino lo indosso prima del concerto, ho la sensazione di affrontare con orgoglio il rito della vestizione del guerriero!», ha scritto l’artista ascolano su Instagram.

«Appena uscito dall’ospedale ho chiesto un solista e un’orchestra per vedere come suonava la mia composizione», continua il racconto del cinquantaseienne pianista di Ascoli Piceno. «E mi sono ritrovato anche le telecamere. Il concerto è l’ossatura del film documentario».

Nel film, in cui compaiono le testimonianze di amici, musicisti e collaboratori, il tema della “battaglia” è forte. Allevi viene descritto come un «eroe gentile», come uno stoico che ha affrontato la malattia ma che al tempo stesso è riuscito a mantenere il sorriso. «Io sono orgoglioso di questa definizione, spero che il mio dolore e la mia paura, ancora presenti nel mio corpo, non vadano ad inficiare questo mio sorriso, voglio mantenerlo vivo». 

  • Nel suo caso la musica ha avuto un valore terapeutico?

«Intanto, mi preme sottolineare che se non ci fosse stata la ricerca scientifica, farmacologica, io non sarei qui. Quindi, un grazie da parte mia e dei pazienti a tutte quelle persone che, lontano dai riflettori, davanti a un microscopio, cercano di risolvere i misteri della chimica e dell’interazione tra il farmaco e le cellule per ottenere così la guarigione del corpo. Allora mi viene in mente il primo grande pensatore che ha affrontato questi problemi. È stato Platone che ci ha parlato di una differenza tra la malattia del corpo e la malattia dell’anima, ma anche ha parlato della guarigione del corpo e della guarigione dell’anima. La ricerca scientifica si prende a cuore la guarigione del corpo, poi però c’è la guarigione dell’anima e chi lo sa che magari l’anima possa predisporre il corpo alla guarigione. Chi lo sa- E questo è anche un altro degli intenti del film documentario, ovvero riuscire a liberare la nostra anima da tante sovrastrutture, da tanti pensieri inutili, da poter ritrovare una energia interiore, una gioia di vivere, nonostante il dolore; ritrovare un entusiasmo, nonostante la paura. E questa guarigione dell’anima, almeno per quanto riguarda la mia esperienza, che non è estendibile a tutti, sono convinto che porterà a una guarigione del corpo parallelamente alla preziosa ricerca scientifica».

  • Nel documentario ci sono filmati del pianista prima e dopo la malattia.

 «Perché con la malattia ho ritrovato l’entusiasmo del Giovanni ventenne. Bisogna scappare dalla banalità, dalla bellezza a buon mercato, nella quale stavo cadendo anche io. Per capire questo concetto voglio fare riferimento alla metafora dello scalatore: quanta fatica deve fare per raggiungere una vetta, ma, una volta raggiunta la vetta, davanti ai suoi occhi si spalanca un panorama mozzafiato, bellissimo. Quindi, la bellezza costa fatica. Non sto parlando della bellezza immediata, da tutti subito riconoscibile, la semplicità come complessità risolta. Questo mio discorso vuole essere un elogio alla complessità, perché sempre in questi ultimi anni, soprattutto nell’ambito artistico, si sta inseguendo l’idea per cui devo raggiungere più pubblico possibile. Come si fa a raggiungere più pubblico possibile? Basta abbassare il messaggio, basta rendere tutto un po’ più immediato. Ma non è questo l’insegnamento che mi viene dai grandi del passato. Rachmaninov, Prokof’ev, Mozart, Beethoven, Chopin hanno scritto una musica che richiede comunque uno sforzo. Bisogna mettersi nella condizione di capire, di fare silenzio e allora che torni un po’ di complessità, che si superi questa idea della semplicità che ha fatto un po’ il suo tempo. È ora di capire che l’essere umano è un organismo molto più complesso di quello che si pensi».

  • Lei ha avuto un rapporto molto controverso con la critica. Adesso sembra aver superato quest’ansia.

«Per trent’anni sono stato il bersaglio della critica, soprattutto quella proveniente dall’ambiente accademico. So benissimo per quale motivo: la mia è stata spesso interpretata come una figura divisiva, che ha creato fazioni contrapposte. E va bene. Ma una critica noi non riusciamo a superarla con la ragione, non basta neanche dirci vabbè facciamoci scivolare tutto addosso. No. Mi è stato utile Jung, perché mi fa capire che qualunque critica che noi riceviamo in realtà è una proiezione da parte della persona che ci sta criticando, che non accetta di noi ciò che non riesce ad accettare di se stesso. Questo è interessantissimo e questa è stata una scoperta incredibile per me. Questo ragionamento è arrivato durante la malattia che mi ha fatto vedere in faccia la morte. Ho percepito la possibilità concreta della mia fine. Cosa mai possono valere le parole di una critica che abbiamo ricevuto quando la malattia mi ha trascinato in una nuova bolla esistenziale dove conta quello che voglio fare io, quello che sento io nel mio cuore? Se poi quello che ho fatto non viene compreso, non viene elogiato, non c’è l’applauso, beh, pazienza. Non ha lo stesso senso liberatorio che avverto quando il mio cuore si scioglie. Vorrei davvero coinvolgere tutti quegli spettatori del film in questa nuova e diversa bolla esistenziale, dove finalmente ricominciamo a respirare».

  • Il film è dedicato alla sorella Stella, scomparsa qualche giorno dopo la diagnosi della malattia.

«La mia riconoscenza verso di lei è infinita. È stata un gigante nella mia vita, perché lei, poco più grande di me, aveva due lauree e un diploma in pianoforte e mi ha introdotto alla musica, alla poesia, alla filosofia. Mi è stata vicina nei momenti difficili».

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