– Artista poliedrico, scrittore e poeta, filosofo, umorista, performer, cantautore, il pugliese porta il suo nuovo spettacolo “L’affine del mondo” il 12 dicembre a Catania e il 13 a Palermo
– «È un dialogo in quattro atti. Sullo sfondo ci sarà la musica, perché è la parte che adesso ha più forza, con tutta la band e le canzoni del nuovo album “L’eleganza del mango”»
«Occupo poco spazio, ma spazio tanto». E poi «più appassionato di pittura che di poesia, più di danza che di canto» e, ancora, «vivo in montagna, ma omaggio il mare». Difficile inquadrare Gio Evan, personaggio quantomeno bizzarro. Gio Evan («che non è un nome d’arte, ma il nome con il quale sono stato ribattezzato in Argentina e che fa riferimento a Giovanni Evangelista, per me che sono innamorato di Gesù dopo aver trovato un Vangelo in terra in India») ha avuto un’impennata di popolarità nel 2021 quando lo trovammo a sorpresa tra i “big” del Festival di Sanremo: si classificò al posto 23 su 26.
Presentò Arnica, un brano metaforico Arnica, una sequenza di contraddizioni, di chiaroscuri, di tutto e il contrario di tutto. Contrapposizioni che nel suo mondo di artista spirituale, tra riti sciamanici e citazioni di passi del Vangelo, tra esperienze extrasensoriali (ha provato anche il peyote) e un rapporto molto fisico con la natura, una vita in viaggio dall’India al Sudamerica, trovano un senso e una direzione affatto scontata, «perché ho una moltitudine dentro».
IL DISCO. Sulle sue pagine social scrive: «Dicono sia scrittore e poeta, cantautore, umorista, performer. Ma Lui non lo sa e vola lo stesso». Dove il “Lui” è Gio Evan stesso. Ora è la volta di rimettere i panni del cantautore (che ovviamente vanno di pari passo con quelli del poeta): lo scorso settembre ha pubblicato il nuovo album L’eleganza del mango. Un disco, ma anche un romanzo musicale, un viaggio sonoro e narrativo che intreccia poesia e canzone in un unico flusso. Con tracce che alternano ballate intime e momenti più ritmici, componendo un percorso che restituisce immagini vivide ed emozioni.
Il titolo rimanda alla sua filosofia di vita: «Ogni cosa insegna. Sono partito da questo concetto, avevo bisogno di spiegare a chi ho accanto in questo percorso che tutto fa parte di una grande maestria, di un grande insegnamento», spiega il cantautore di Molfetta. «Ho preso il mango come archetipo, ma l’attenzione potrebbe essere rivolta a qualsiasi altra forma di vita o anche oggetto».
Elementi naturali e spirituali sono un po’ la bussola con la quale orientarsi nei vari brani. «Pratico e conservo quotidianamente lo sciamanesimo. Non posso essere allontanato dalla natura, urlerebbero le pietre», sostiene, aggiungendo che ciò che vive è alla base del suo racconto. «Qualsiasi cosa faccia è autobiografica. Tutto parla di me se sfocia da me. Non si può allontanare la cascata dalla sorgente, per quanto il loro verso d’acqua è differente la fonte è sempre la stessa. Diciamo che in questo momento Raccogliere i fiori è la canzone più fedele alla mia statura, al mio carisma».
IL TOUR. Dal 28 ottobre Gio Evan è impegnato nel suo nuovo tour teatrale, scritto e diretto da lui stesso e dal titolo L’affine del mondo. Lo spettacolo fa tappa venerdì 12 al Teatro Metropolitan di Catania e l’indomani, sabato 13 dicembre al Golden di Palermo. «Nei teatri mi piace prendermi del tempo per i monologhi, fare un po’ di stand-up comedy, facevo cabaret prima di fare musica», racconta. «È un dialogo in quattro atti. Sullo sfondo naturalmente ci sarà la musica, perché è la parte che adesso ha più forza, con tutta la band e le canzoni nuove».
Lo spettacolo racconta la storia di un mondo costruito dall’affinità e dalla connessione tra esseri umani, mescolando poesia, fisica quantistica, musica e comicità per riflettere sull’importanza dell’ascolto e dell’armonia, proponendo un nuovo modo di concepire la vita e le relazioni. «Essere affini significa poter accedere all’empatia. L’affinità è il primo segnale buono che abbiamo verso il prossimo. Sta dicendo che stiamo vibrando nella stessa presenza e lì possiamo approfondire l’incontro, la conoscenza e l’unione», dice ancora, convinto che «la poesia non può influenzare il mondo, però può accompagnarci sicuramente alla via della consapevolezza. Perché i suoi versi possono derivare solo da un ascolto interiore l’ascolto interiore conduce sempre alla via della luce».

IL LIBRO. Lo scorso aprile, per non farsi mancare nulla, Gio Evan è uscito in libreria con un romanzo poetico e salvifico, dal titolo Le chiamava persone medicina. «Chi sono? Sono le persone messe sul tuo percorso per ammorbidire la tua via, spiega. «Per attutire gli spigoli, per farti fare quei cento metri in più. Ci sono persone che va di moda chiamare “vampiri energetici”, che sono un riflesso di noi, e poi ci sono le “persone medicina”, le riconosciamo immediatamente. Quando le incontri dici: “Questa persona a me fa bene, mi crea una fluidità dentro”. Il libro è la storia di un nipote che ha un cognome al posto del nome, si chiama Marelargo, e una contraddizione geopolitica lo porta a fare le vacanze in montagna».
C’è un po’ di autobiografico nel romanzo, ammette l’artista, perché anche lui da piccolo, essendo ipersensibile, veniva mandato dai nonni in mezzo alla natura lontano dai troppi stimoli della città. «Nel 1996 mi venne detto di questa ipersensibilità che stava cominciando a prendere il sopravvento», rivela. «E come nel libro, i genitori dicono al protagonista: “Ti mandiamo in montagna dalla nonna”».
Un inno ai nonni, figure molto importanti per l’artista. «Come tutti i contadini sono i nostri sciamani, i nostri “curanderi”. I nostri uomini di potere che non sanno parlare ma riescono a comunicare con la natura. Questa nonna insegna al nipote l’invisibile, la riconoscenza, l’importanza del riconoscere anche nel senso di conoscere di nuovo. Mi piaceva ricordarlo, io quando parlo tengo la memoria di tutti i nonni che ho avuto. Ne ho avuto tanti, parecchi me li hanno prestati i miei migliori amici».
