– Il 15 e 16 gennaio parte con il piede sbagliato l’avventura di Capitale italiana dell’arte contemporanea 2026. Scelte musicali discutibili e lontane dal tema del programma
Se il titolo è “Portami il Futuro”, l’avventura di Gibellina come Capitale italiana dell’arte contemporanea 2026 non sembra cominciare bene dal punto di vista musicale. Nel programma delle due giornate iniziali del 15 e 16 gennaio, infatti, non c’è alcuna traccia di futuro. Tutt’altro.
C’è la memoria, evocata dai luoghi emblematici della città; c’è il rapporto tra tradizione e contemporaneità espresso attraverso discutibili scelte musicali che spaziano dal repertorio sinfonico a quello popolare. Ma il futuro dov’è? Forse nelle installazioni o nelle collettive d’arte, non nella musica.

Comprensibile, davanti alla discesa da Roma del ministro della Cultura Alessandro Giuli, l’apertura istituzionale con l’Inno di Mameli (un po’ meno l’ouverture da La Forza del destino di Giuseppe Verdi) ad opera della Orchestra Filarmonica del Sud (Fides) di Sciacca.
Fa riferimento alle radici popolari, alla vocazione mediterranea di Gibellina come crocevia di culture, il concerto della poco nota Banda del Sud, che scopriamo essere un progetto speciale del ministero della Cultura ideato da artisti partenopei, che riunisce dieci talenti del Sud in un’orchestra di musica popolare diretta da Gigi Di Luca e Mario Crispi: un ensemble formato da artisti provenienti da Campania, Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia e Sardegna, insieme ad altri provenienti da Spagna e Palestina, annuncia il comunicato. Anche se la presenza di questi ultimi non risulta dalle cronache dei concerti della Banda del Sud.
Scelta incomprensibile, quando ci sono così tante formazioni più rappresentative che hanno in organico musicisti di tutto il Mediterraneo e che portano avanti un progetto di contaminazione fra le radici ancestrali e sonorità moderne. Hanno solo un difetto: non hanno la sponsorizzazione del ministero della cultura.

Ma si rimane disorientati davanti alla scelta di chiudere la due giorni inaugurale con il concerto in piazza XV Gennaio 1968 di Max Gazzè & Calabria Orchestra con Musicae Loci. Una festa di piazza fra canzone d’autore e tarantella. Non c’è alcun riferimento al futuro, altrimenti avrebbero potuto pensare alla sarda Daniela Pes o alla campana La Niña, alle pugliesi Faraualla o al calabrese Davide Ambrogio, oppure al progetto di Alfio Antico e Go Dugong: artisti che stanno portando il futuro nelle tradizioni. Ma, soprattutto, non c’è alcun legame con l’identità profonda di una regione e di una città e non c’è alcuna originalità.
Non solo. Se la finalità è quella di valorizzare e far conoscere un territorio che ancora mostra le ferite del terremoto del 1968, allora questo programma non ha alcun appeal. Non esercita alcuna attrazione al di fuori dei confini comunali. Se si vuole “portare il futuro”, bisogna essere consapevoli delle scelte e avere idee originali. Non improvvisare o arrangiarsi.
Non vorremmo che Gibellina – Capitale italiana dell’arte contemporanea 2026 si trasformasse in una Agrigento – Capitale della cultura 2025. Ovvero in un ennesimo flop.
