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GHEMON: deluso dalla musica, faccio il comico

– La svolta del rapper e cantautore avellinese. «Ero diventato prigioniero di una sorta di catena di montaggio. Io volevo fare quello che più mi piaceva»
– Il diario di questa svolta raccontato nel libro “Nessuno è una cosa sola”. «Hanno trasformato Sanremo nel Festivalbar. Non dipende solo dall’industria, ma anche dagli artisti»
– «Per molti fare un concerto davanti a 50 persone è da sfigati, mentre suonare in uno stadio è la cosa giusta. Il successo non è riempire uno stadio, è far uscire la propria idea»

«La musica che mi aveva ispirato era intrisa di contenuti, di valori. Ma nell’industria attuale quei valori non li riconosco più. Così sono diventato un comico. Spero che la situazione cambi e che possa tornare alla musica». È l’augurio di Ghemon – ovvero Giovanni Luca Picariello, 42 anni da Avellino – già rapper, poi cantautore, adesso stand- up comedian e autore del libro Nessuno è una cosa sola, presentato nel corso di un incontro letterario al Medimex25, dove ha anche partecipato a un dibattito sul tema. “La musica salverà il mondo?”.

Il libro è una sorta di diario del cambiamento, interiore, innanzitutto, e poi di lavoro. Ghemon spiega come è arrivato a capire che fare ciò che voleva era più soddisfacente – anche se inizialmente più difficile – del fare ciò che gli altri si aspettavano da lui. 

La copertina del libro

«L’ultimo concerto del tour del 2021, ne avevo abbastanza di tutto: stavo su un palco e non vedevo in faccia il pubblico, non lo riconoscevo; cantavo e non capivo il senso delle mie parole, mi pareva di aver già detto tutto e che la mia condanna sarebbe stato quella di ripetermi all’infinito, finché non sarei diventato troppo vecchio. Stessi locali, stesse dinamiche, stesse canzoni. Più la delusione di Sanremo. Una crisi», racconta. «Ho deciso allora di togliere la mia musica dal giogo dell’industria discografica. Ero diventato prigioniero di una sorta di catena di montaggio, uscire con una canzone identica all’altra. Io volevo fare quello che più mi piaceva».

  • Ovvero il comico, il commediante. Cos’ha il teatro di diverso rispetto alla musica?

«Un linguaggio più ampio, con la conseguente possibilità di poter parlare di me in altri termini. Di mettermi a nudo. Se scrivo una canzone, ho la necessità di rendere tutto più solenne, serioso, anche nella scelta degli argomenti. Invece nella comicità posso ridere di me e parlare, sostanzialmente, di tutto, comprese esperienze e passioni che hanno a che fare, non so, con lo sport. Ho usato molto l’autoironia, tra cervello e pancia. Proprio come il rap, da cui vengo, la stand-up è sia parola e sia istinto».

  • Invece, la musica l’ha delusa?

«La musica che sento in giro è artificiale, falsa. Hanno trasformato Sanremo nel Festivalbar e il concertone del Primo Maggio nel Disco per l’Estate. Non dipende soltanto dalle case discografiche, ma anche dai musicisti, che devono sapere se usare le regole del McDonald’s o quelle di un ristorante stellato. Molti artisti preferiscono restare all’interno della catena e le loro canzoni sono vuote. Per molti fare un concerto davanti a cinquanta persone è da sfigati, mentre suonare in uno stadio, magari con i biglietti regalati, è la cosa giusta. Invece, è vero proprio il contrario. Il successo non è riempire uno stadio, è far uscire la propria idea».

  • Com’è stato tornare esordiente?

«Rigenerante. Sono tornato in locali piccoli, a guardare la gente in faccia. A volte erano pieni, altre vuoti. Odio la retorica per cui deve andare tutto bene e, di nuovo, la stand-up mi è venuta in aiuto, perché lì il successo si costruisce solo sbagliando. In più, tornare alle piccole dimensioni è servito a rimettermi in contatto con i fan e a farmene di nuovi. Costruire rapporti solidi, a poca distanza, credo sia il modo migliore per restare in piedi quando poi viene giù tutto. Io l’ho vissuto, ho imparato ed ho deciso di cambiare».

  • Ha detto che la comicità, per il suo essere “di pancia”, è vicina al rap. Ma il rap, spesso violento e misogino, lo è davvero?

«Se fuori il mondo è volgare e misogino, la musica ne è lo specchio. Il rap racconta quello che c’è là fuori. Per questo, prima che la musica, è il mondo che ha bisogno di salvarsi. Il problema che noto oggi, e che vale per gran parte della musica italiana, è la mancanza di voglia di mettersi in discussione, osare, sporcarsi le mani».

  • Se la musica non potrà salvare il mondo, la comicità riuscirà nell’impresa?

«La comicità potrà salvare il mondo, prevede consiste nel ribaltamento delle cose brutte».

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