– È quel raro evento atmosferico che riempie di nostalgia e passione i genovesi al quale s’ispira l’album che l’artista milanese presenterà venerdì 13 febbraio ai Candelai di Palermo e sabato 14 al Mono di Catania
– «Il lavoro si muove per immagini. Al centro c’è la melodia che ritorna, spesso in loop. Questa circolarità mi dà tranquillità come una ripetizione mantrica, capace di accompagnare verso uno stato quasi ipnotico»
– Pop, canzone d’autore ed elettronica, ma soprattutto stati d’animo. «Una parte profondissima della mia intimità è entrata nel disco e, come scelta consapevole, ho deciso di portare questa dimensione allo scoperto»
Gaia Banfi è una cantautrice, musicista e produttrice italiana, ma queste parole bastano solo fino a un certo punto per descriverla. In che senso? Basta cercare il suo profilo Instagram per comprendere che nonostante la sua giovane età, è già un’artista completa. Si muove nel suo mondo fatto di tastiere, campionamenti e chitarra con grande disinvoltura. Il suo percorso artistico non procede per affermazioni, bensì per ascolti: un lavoro di scavo lento, in cui la forma della canzone si apre e si lascia attraversare.
La cantautrice arriva in Sicilia per due date: sarà venerdì 13 febbraio a Palermo ai Candelai e sabato 14 febbraio a Catania al MONO per poi proseguire il tour nel resto del Paese e in Europa.
Classe 1998, milanese di nascita ma bolognese di adozione, si forma nel canto jazz diplomandosi con il massimo dei voti, e cresce tra chitarra classica e violino. La sua è una musicalità appresa e poi lasciata sedimentare, dimenticata quanto basta per diventare gesto naturale. Scrive, produce e arrangia le proprie canzoni come se stesse costruendo spazi: luoghi sonori in cui la voce non domina, ma abita. Figlia di Baffo Banfi, tastierista della storica band progressive Biglietto per l’Inferno, eredita una memoria musicale che è più un’attitudine all’esplorazione e alla ricerca sperimentale.
«Mio padre mi ha ispirato soprattutto nei primi anni di avvicinamento alla musica, spingendomi a intraprendere questo percorso fin da quando avevo sei anni», racconta. «Mi ha sempre colpita la passione con cui mi raccontava le esperienze e le cose che ha fatto. Durante l’adolescenza, come spesso accade, c’è stata una fase di ribellione nei confronti della figura genitoriale, ma per La Maccaia mi sono fatta aiutare molto da lui: ci siamo confrontati a lungo ed è una costante fonte di ispirazione».

La musica di Gaia Banfi si muove tra pop, canzone d’autore ed elettronica, ma soprattutto tra stati d’animo. I timbri sono ariosi, talvolta fragili, sempre sospesi; i suoni elettronici non rivestono, ma filtrano, come nebbia o luce riflessa. Lotus (2020) rappresenta il primo affiorare di questo linguaggio: un disco ancora legato alla forma-canzone, ma già attraversato da tensioni atmosferiche e desideri di sottrazione, preludio a un universo sonoro più ampio.
«Lotus era influenzato dal mondo accademico sia da un punto di vista vocale, declinato al jazz, che di scrittura ancora acerba», spiega Gaia Banfi. «Da lì è partito un percorso di consapevolezza: ho iniziato a indagare per capire quale potesse essere la giusta direzione per il racconto».
Con La Maccaia (2025) questo percorso trova una piena maturazione. Il titolo rimanda al fenomeno atmosferico ligure che addensa l’aria, abbassa il cielo e sfuma i contorni, e l’album ne assume la qualità sensoriale: un clima più che una narrazione, una condizione emotiva che avvolge l’ascolto.
«Avevo bisogno di un’immagine che attraversasse questa storia e senza volerlo l’album ha preso corpo seguendo un fil rouge testuale e musicale. E mi sono ritrovata a raccontare le suggestioni di Genova, a cui è legata la mia infanzia. I genovesi sentono nostalgia quando arriva la maccaia ed è un evento raro per loro. Così anche l’album si muove per immagini, e, al centro, c’è la melodia che ritorna, spesso in loop. Questa circolarità mi dà tranquillità come una ripetizione mantrica, capace di accompagnare verso uno stato quasi ipnotico».
Le canzoni, infatti, si fanno più essenziali, talvolta spoglie fino al limite della dissolvenza; le strutture si allentano, lasciando spazio a silenzi, ripetizioni minime, variazioni impercettibili. La musica non accompagna il testo, né lo illustra: lo attraversa, lo sospende. La scrittura rinuncia alla centralità del racconto per privilegiare l’esperienza. I brani non chiedono di essere seguiti, ma abitati; non conducono, ma restano. È un disco che lavora per sottrazione e profondità, capace di costruire un’intimità non confidenziale, ma condivisibile, e proprio per questo accolto dal pubblico e dagli addetti ai lavori come uno degli album più significativi del 2025 e nell’ultima edizione di Ypsigrock ha vinto il contest “Avanti il prossimo” dedicato agli artisti emergenti.
«In questo disco ho usato la parola in senso metaforico, come mezzo per raccontare emozioni e pensieri. A volte la musica è arrivata per prima, ma più spesso è stata la parola a prendere vita. Produrre la mia musica è stato fondamentale: sentivo il bisogno di essere libera sotto ogni punto di vista ed ero pronta, sia musicalmente sia dal punto di vista compositivo. Volevo sentirmi completa. Questo disco ha segnato l’inizio di una presa di coscienza e la scelta consapevole di fare qualcosa da sola».
La voce di Gaia Banfi si muove lungo una soglia: non quella della fine, ma della trasformazione. Nei suoi brani ciò che si perde non scompare, si riorganizza. Il canto trattiene l’istante in cui il passato smette di tornare e diventa visione, materia sonora. È in questa relazione con l’assenza che la sua voce trova la propria forza: i brani si vestono di continuo di nuovi significati anche in ascolti successivi, rendendo la perdita un luogo di ascolto e l’ascolto un’esperienza che dura. La maccaia è intrisa di una malinconia gentile, di quelle che fa bene attraversare. Un invito a restare in ascolto, raccolti dentro di sé, tra i propri pensieri e i mondi interiori.
Proprio da questo universo nascono Al suo riposo e In luce, i due nuovi brani usciti lo scorso 6 febbraio in digitale e vinile per Trovarobato. Due movimenti consecutivi, due respiri che si intrecciano e si dissolvono l’uno nell’altro, come luce filtrata attraverso la foschia, tracciando l’epilogo di La Maccaia e aprendo al tempo stesso nuove prospettive sonore.
Cosa accade dopo che quel mondo, racchiuso in un disco o nell’esperienza di un concerto, diventa di tutte e tutti? Qual è l’orizzonte che ho guardato io, e quale quello che ha visto il pubblico? “La Maccaia” ha vissuto, e anche ciò che ero io in quel tempo ha vissuto. Quando tutto assomiglia a un teatro vuoto, quando tutti se ne vanno e resto sola, cosa rimane? Adesso sono pronta a esplorare e sperimentare ancora
gaia banfi
«Una parte profondissima della mia intimità è entrata in La Maccaia e, come scelta consapevole, ho deciso di portare questa dimensione allo scoperto», dice l’artista milanese. «Ma cosa accade dopo che quel mondo, racchiuso in un disco o nell’esperienza di un concerto, diventa di tutte e tutti? Qual è l’orizzonte che ho guardato io, e quale quello che ha visto il pubblico? La Maccaia ha vissuto, e anche ciò che ero io in quel tempo ha vissuto. Quando tutto assomiglia a un teatro vuoto, quando tutti se ne vanno e resto sola, cosa rimane? Adesso sono pronta a esplorare e sperimentare ancora».

Il lato “A”, Al suo riposo, è un lento manifestarsi dell’amarezza, la coscienza che qualcosa ha esaurito il proprio corso. La ballad si dilata nel tempo, ogni parola e ogni nota sospesa, come onde leggere che accarezzano lo spazio. Non guida, ma accompagna, lasciando affiorare la consapevolezza della fine. Su questa soglia prende forma In luce, lato “B”, dove la voce si mescola al suono ruvido di un organo vintage, unico residuo della vita musicale del padre. Qui la musica diventa meditazione sonora: la morte è paesaggio emotivo, visione interiore, viaggio e riposo. La coda strumentale libera i pensieri, trasformando il silenzio in luce e offrendo all’ascoltatore una sospensione contemplativa. La morte diventa non fine di qualcosa ma trasformazione. Da questa tensione iniziale nasce una quiete sospesa, una prospettiva in cui tutto si ferma e appare al proprio posto.
«Comprendo allora che non esiste uno scopo preciso, né uno schema», conclude Banfi. «Immagino solo una luce che si espande quando ogni cosa è compiuta. Ogni cosa vive e anche se giunge al termine ha lasciato qualcosa».
La chiusura è affidata a REHHLL, artista italo-argentina già presente in La Maccaia, le cui parole suggellano la fine di un ciclo. Quel mondo, nato in un tempo preciso, ora si chiude, lasciando spazio a un nuovo percorso: diverso, trasformato, mai più lo stesso. E così lo si lascia morire e riposare, perché ogni cosa ha trovato il proprio posto. Al suo riposo. In luce.
«REHHLL è armoniosa. Mi piace l’idea di qualcuno che racconti, che parli di un tema senza intonarlo. È una frequenza precisa, sottile, che ti attraversa e ti restituisce energia, come un mantra che vibra dentro».
