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FRANCO BATTIATO ridotto a santino

– Non convince il biopic “Franco Battiato. Il lungo viaggio”, proiettato in anteprima a Milano, nelle sale cinematografiche il 2, 3 e 4 febbraio, in onda su Rai1 domenica 1 marzo

«È un film musicale ma anche su un artista che è riuscito sempre a sperimentare, lavorando sui linguaggi in maniera incredibile. Dovrebbe essere un esempio e non solo per i musicisti». Così il regista Renato De Maria presenta il biopic Franco Battiato. Il lungo viaggio, proiettato oggi in anteprima a Milano, nelle sale cinematografiche il 2, 3 e 4 febbraio da Nexo Studios, in onda su Rai1 domenica 1 marzo. 

Ma, come molte produzioni italiane, il lavoro di De Maria non è invece un esempio da imitare. Molto lungi dall’essere un biopic paragonabile a Bohemian rhapsody o A complete unknown, è piuttosto una via di mezzo fra documentario e fiction, che non aggiunge nulla di nuovo rispetto ad altri docufilm sul Maestro di Milo, se non qualche elemento romanzesco.

L’attore palermitano Dario Aita interpreta e canta Battiato

Sulla base della sinossi, il film dovrebbe offrire «uno sguardo avvincente sulla vita e sulle passioni di uno dei più grandi artisti della musica italiana», seguendo «il percorso del giovane Battiato dalla Sicilia al suo arrivo a Milano, esplorando i momenti cruciali del cammino verso il successo e seguendolo fino al ritorno nell’amata terra d’origine. Il racconto di un viaggio interiore, in cui la natura dell’artista, già incline alla spiritualità, si trasforma in una ricerca più consapevole». Il regista, invece, si concentra sul rapporto strettissimo di Battiato con la madre, la donna più importante della sua vita, interpretata in modo magistrale da Simona Malato. Forse a sopperire la mancanza di storie d’amore e di gossip nella vita privata dell’artista siciliano.

«Quello dedicato a Battiato è un film pensato e voluto per Rai1», ha spiegato la sceneggiatrice Monica Rametta. «Franco non ha avuto una vita spettacolare: non ci sono storie d’amore o incidenti spettacolari, ma scavando ho pensato fosse l’occasione per un racconto capace di toccare corde non comuni, un viaggio da fare per me e gli spettatori».

L’intento è chiaro: raccontare l’artista, il filosofo, il mistico, l’eretico pop. Il risultato, però, è un collage di immagini rarefatte, silenzi “significativi” e riflessioni sospese che danno l’impressione di essere profondissime, un po’ come quelle frasi che trovi sui muri delle palestre yoga: sembrano illuminanti finché non provi a capirle davvero.

Il problema non è la lentezza – Battiato ha sempre amato il tempo dilatato – ma la sensazione costante che il film confonda la contemplazione con l’inerzia. Ogni inquadratura pare dire allo spettatore: “Se non capisci, è colpa tua, non sei abbastanza elevato”. Un’operazione astuta, va detto: trasformare la noia in una colpa morale è un colpo da vero maestro zen.

La narrazione procede per accumulo di suggestioni, senza mai concedersi il fastidio di una struttura o di un conflitto. Non c’è un vero percorso, non c’è una tensione, non c’è nemmeno un dubbio. Battiato viene messo sotto vetro, come una reliquia intoccabile, e il film lo osserva con una devozione così assoluta da diventare paralizzante. Più che un documentario, sembra un santino in movimento.

A sinistra, Simona Malato che interpreta Grazia, la madre di Battiato; a terra Fleur (Elena Radinovich) e Franco Battiato (Dario Aita)

Vengono citati diversi aspetti biografici, alcuni poco noti. Dalla chiacchierata con Giuni Russo la sera del passaggio sanremese di Per Elisa di Alice, alla partita di calcio in cui Franco si ruppe il naso contro un palo — episodio reale, avvenuto però non da bambino sulla spiaggia, ma più tardi, in un campionato minore — fino alle partite a poker con Fleur e Roberto Calasso, giocate con libri Adelphi al posto delle fiches; dall’esibizione del 1989 davanti a papa Giovanni Paolo II, interrotta mentre cantava  E ti vengo a cercare, all’intervista clamorosa di Pippo Baudo «che lo tratta da autore emergente, mentre aveva già pubblicato quindici album. Il presentatore scomparso lo scorso agosto gli domandò perché, essendo un musicista, si muovesse in modo strano nei video. Franco si prese i suoi tempi per rispondere e poi lo gelò: «Si vede che non mi so muovere a tempo». Il Battiato vero, però non appare mai, c’è sempre un’interpolazione con il volto dell’attore. Mai, tuttavia, emerge la vena ironica e scherzosa del Maestro di Milo.

La carriera discografica di Battiato viene raccontata in modo incompleto e si conclude approssimativamente alla fine degli anni Novanta, con una scena finale — poco plausibile — dedicata alla genesi del testo de La cura.

E guai a chiedere un punto di vista critico. Qui tutto è sacro, tutto è alto, tutto è inevitabilmente “altro”. Il rischio di umanizzare Battiato, di mostrarne le contraddizioni o persino le cadute, viene accuratamente evitato. Del resto, perché complicarsi la vita, quando si può restare comodamente in orbita, citando l’Oriente e lasciando intendere che la vera comprensione appartiene solo a pochi eletti?

L’attore palermitano Dario Aita interpreta e canta Battiato, imitando la cadenza dell’artista, in stile Tale e quale show (allora avrebbero potuto chiamare Giovanni Caccamo). «La sfida più grande era scollarlo dall’icona, farlo tornare tra di noi per raccontare l’essere umano», commenta l’attore, protagonista in diversi fiction Rai. «Il primo step ha riguardato il suono. Lui disse: “Dopo la mia morte voglio lasciare un suono”. E sono partito da questo, questo suono mi ha fatto visita e ha iniziato ad abitarmi», tanto da cantare i brani più celebri, compresa la mitica La cura.

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