– Il tour del Grande Maestro della musica popolare italiana sbarca in Sicilia: oggi, sabato 19 luglio, a Frazzanò, il 22 a Zafferana e il 27 ad Assoro. Un album “barricadero” che oppone la “Musica del mondo” alla follia dei governi
– «Davanti alla storia dissennata che stiamo vivendo, soltanto l’arte, la comunicazione fra le persone e la musica riescono ad accomunare popoli distanti fra di loro, laddove la politica tende a creare barriere e guerre»
– «Ho sempre creduto che sonorità provenienti dalla chitarra battente che veniva dal Gargano o dal tamburo siciliano di Alfio Antico fossero estremamente più affascinanti rispetto alla musica commerciale»
Come un moderno sciamano, Eugenio Bennato chiama a raccolta streghe, briganti e tarantati, per ballare con loro attorno al grande calderone delle musiche del mondo, alla ricerca di «una canzone esplosiva di parole per cambiare il mondo da cambiare. E utilizzare questa polvere da sparo e ammazzare il dio danaro… E quello che ci vuole è un vento popolare per stracciare le bandiere di chi ancora guerra vuole fare… E quello che ci vuole è il movimento di una musica di strada, nuovo sound di nuova tammurriata».
«È il messaggio contenuto nel titolo del nuovo album: La musica del mondo che si contrappone a quella globalizzata. Ed è la musica delle varie identità di tutto il mondo», spiega l’artista che ha portato tammurriate e tarante nei luoghi più disparati del nostro pianeta. E a Nuova Delhi è nato Musica del mondo, dall’incontro con lo Yar Mohammad Group. «La sera erano stati ospiti del mio concerto e la mattina dopo eravamo in studio per registrare il brano che dà il titolo al disco. Con i nostri rispettivi strumenti – il sitar e la chitarra battente – abbiamo creato una musica che accomuna tutti i popoli del mondo. Davanti alla storia dissennata e incredibile che stiamo vivendo, soltanto l’arte, la comunicazione fra le persone e la musica riescono ad accomunare popoli distanti fra di loro, laddove la politica tende a creare barriere e guerre».
Un folkautore controcorrente
È un Bennato “barricadero”, che naviga controcorrente, quello che troviamo in questo lavoro. Alla maggioranza dominante ed al pensiero unico Eugenio Bennato oppone gli ultimi di W chi non conta niente e la Grande Minoranza, le musiche delle feste di piazza, le canzoni dei briganti, la taranta. «La prima canzone è una sorta di inno degli ultimi ed è autobiografico, perché quando fondai la Nuova Compagnia di Canto Popolare, feci una scelta da ragazzo di una musica che era lontana dai circuiti commerciali. Quella scelta non era dettata da una smania intellettuale, ma dal seguire quello che mi appariva più bello. Ho sempre creduto che quello che vibra nelle terre aride e dimenticate del Sud fosse una musica bellissima: sonorità provenienti dalla chitarra battente che veniva dal Gargano o dal tamburo di Alfio Antico, per citare un personaggio che appartiene alla tua terra, sono estremamente più affascinanti rispetto alla musica commerciale. Già da allora ci siamo rivolti a una minoranza. Quella minoranza, però, è diventata grande, e questo è il tema dell’altro brano. È diventata grande perché, sempre con piccoli passi, ha cambiato l’appartenenza dell’Italia del Sud al fenomeno della World Music che oggi vede presente i ritmi che vengono dalla Sicilia, dalla Basilicata e dalla Puglia». E poi la Tammorra song, «canzone che ho scritto su un ritmo di tammurriata subito dopo un concerto a San Francisco, sorpreso dall’irruzione nella sala, a metà performance, di una schiera di “tarantate” d’Oltreoceano, invasate e capaci di coinvolgere nel ballo tutta la platea». Le radici come arma per la rivoluzione: «Quanno la tammorra sona / Questa terra è viva ancora».
I Sud del mondo
I Sud del mondo e, in particolare, d’Italia restano centrale nella narrazione del folkautore. Un Sud che grida e che sfida con la sua musica proibita. La Sicilia fa capolino nella favola mediterranea di Limoni a Varsavia: «È la follia di questo disco, viene dall’omonimo film del mio amico Bruno Colella, che uscirà probabilmente in autunno. È la storia di due ristoratori siciliani che partono dal loro paese e aprono un ristorante a Varsavia. Un vecchio zio, un po’ alchimista, lascia loro una pianta di limoni con la capacità magica di attecchire persino a Varsavia. È la magia della Sicilia che si espande verso il Nord».
In Mongiana, invece, racconta la storia delle Reali Ferriere di Mongiana, una delle fabbriche siderurgiche più importanti del XIX secolo, la cui chiusura con l’Unità d’Italia segnò un colpo durissimo per la Calabria. Un evento che portò una “dissociazione” tra la storia e la memoria collettiva: il nome di Mongiana è stato cancellato dai libri, dai racconti e dalla coscienza comune, come se quella pagina fosse stata volontariamente rimossa. Eugenio Bennato dà voce a questa dimenticanza, cercando di riaccendere un ricordo soffocato e sfidando il silenzio che ha avvolto la vicenda: invita a riflettere su «che fine ha fatto il nome di Mongiana», tentando di recuperare una memoria storica negata e utilizzando il ritmo e le tradizioni della musica popolare calabrese come strumenti di riscatto e di consapevolezza anche grazie alla collaborazione nel brano dell’Orchestra Sinfonica Brutia del Conservatorio di Cosenza.
«Fra le tante storie che il mio Sud mi ha raccontato, quella di Mongiana è forse la più clamorosa, perché va a ribaltare un’immagine consolidata da decenni e da secoli, l’immagine di una Calabria arroccata nelle sue antiche tradizioni e incapace da sempre di interpretare e affrontare la modernità», commenta Eugenio Bennato. «Eppure, le splendide case operaie costruite a metà Ottocento sono lì e ci rimandano alla presenza di 2.800 operai e tecnici che curavano la produzione siderurgica della più grande fabbrica dell’Italia preunitaria, sfornando l’acciaio utilizzato per il ponte sul Garigliano e per le rotaie della ferrovia che da Napoli saliva a Bologna. Con l’Unità quella fabbrica fu dismessa e gli altoforni furono trasportati a Terni e a Lumezzane. A parte la dissennata dismissione, mi ha scosso la totale rimozione del nome Mongiana da tutti i libri di storia, da tutti i pensieri, da tutti i ricordi. Al punto che oggi quel racconto appare come un sogno lontanissimo dalla realtà. E allora mi viene incontro la realtà della musica popolare calabrese, per provare a infrangere con il suo ritmo quel tabù impenetrabile, quella storia incredibile».
Ed è in Calabria che dobbiamo rintracciare anche Torre Melissa. «Racconta di un evento della nostra storia recente, quando all’alba del gennaio 2019, in una notte di tempesta, un battello di migranti si arenò sulla spiaggia della cittadina calabrese e gli abitanti furono svegliati dalle grida di aiuto: senza pensarci si buttarono a mare in tanti, li salvarono. Ci sarà anche chi vuole discutere su chi debba salvare una vita, quando, come… Di fronte a qualcuno in pericolo di morte non ci sono esitazioni possibili: ci si butta, si prova a fare quanto in nostra possibilità. A Torre Melissa c’erano uomini e donne di buona volontà».
Consuntivo di un lungo viaggio

L’album Musica del mondo è il consuntivo non soltanto di un lungo tour mondiale che ha portato dal Fugazi club di San Francisco ai teatri di Lisbona e Nuova Delhi, ma di un percorso cominciato cinquant’anni fa.
«Negli anni Settanta, da ragazzo, mi inventai la Nuova Compagnia di Canto Popolare, una band musicale che partiva dai modelli degli sconosciuti cantori del sud e cominciò a girare per il mondo», ricostruisce. «Poi vennero i briganti della storia meridionale, i migranti del Mediterraneo, Taranta Power, che segnò l’ingresso della musica etnica italiana nella World Music. Da sempre una musica delle minoranze, una musica che conta poco nel business della civiltà globale. Musica del mondo è tutto questo. Sono pensieri, idee, ideali, trasformati in parole e musiche senza confini. Ci ritrovo il mio punto di partenza e il mio approdo, la convinzione di allora che la musica possa contribuire a contrapporre alla logica del profitto quella della bellezza e del contatto umano».
Le radici e la famiglia. La moglie Pietra Montecorvino, la cui voce rasposa accende la ninna nanna dedicata alla Luna e alla nipotina, e la figlia diciannovenne Eugenia, che ha chiesto di poter cantare Canzone per Beirut, «scritta nel 2007, dopo un concerto che tenni nella capitale libanese. Il brano riporta una frase che lessi su un manifesto affisso sui muri della città: “Can stop stars from shining, or Beirut from rising”. E Beirut è risorta», racconta il papà. «Mia figlia, scossa dalla guerra in Medio Oriente, dai bombardamenti, dai corpicini straziati dei bambini mi ha detto che le avrebbe fatto piacere cantarla». Una richiesta che ha reso orgoglioso papà Eugenio. «Anche perché è una storia drammaticamente attuale la storia di una città del Medio Oriente distrutta dai bombardamenti. Da Musica del mondo a Mongiana, da Torre Melissa a Beirut sono presenti elementi che fanno pensare alle drammatiche storie che sono sotto gli occhi di tutti».
Il tour, la band multietnica

Dodici brani cantati utilizzando lingue diverse. Dodici canzoni che custodiscono l’essenza della musica popolare. World Music e ritmi ancestrali che s’intrecciano con sonorità moderne e l’elettronica. E che si intrecceranno con alcuni classici del Grande Maestro della musica popolare italiana nei concerti che terrà in questa seconda metà di luglio in Sicilia: sabato 19 a Frazzanò (ME), in piazza Regina Adelasia; martedì 22 a Zafferana Etnea (CT), all’Anfiteatro Falcone Borsellino (ore 21:00), nell’ambito dell’AlkantaraFest e domenica 27 ad Assoro (EN), in piazza Marconi alle ore 21. Per fare poi ritorno il 5 settembre a Ferla (SR), per essere ospite di Lithos, la rassegna nazionale di musica popolare, acustica e contemporanea che si svolge sulla Scalinata dei Cappuccini.
In questo tour Eugenio Bennato viaggia in compagnia di una band multietnica composta da eccellenti musicisti: Ezio Lambiase alla chitarra classica ed elettrica, Mujura alla chitarra acustica, al basso e alla voce, Mohammed Ezzaime El Alaoui alla viola e alla voce, Walter Vivarelli alla batteria e alle percussioni, e Sonia Totaro, interprete e custode della Tarantella del Gargano, che non si limita al ruolo di corista, ma coinvolge il pubblico con la sua danza.
«Da sempre ho approfittato della presenza di voci extracomunitarie straordinarie, come quella di Mohammed El Alaoui», sottolinea. «Queste voci che vengono da altre sponde del Mediterraneo si fondono magicamente e in modo quasi spontaneo con le vibrazioni del nostro Sud, a sottolineare l’esistenza di un vero Mediterraneo della musica».
- Lo scorso aprile è scomparso Roberto De Simone, il deus ex machina della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Quale ruolo ha avuto nella tua formazione?
«È stata una persona straordinaria, un artista incredibile, un grande musicista. Noi, da ragazzi, quando lo incontrammo, fummo conquistati dalla sua capacità di tradurre in musica racconti della storia della città di Napoli. Ma poi esteso a tutto il Sud. Infatti, fra pochi giorni, farò un concerto a Napoli che si intitola Napoli serva, Napoli padrona e sarà dedicato al mio rapporto con De Simone, al quale devo tantissimo. Devo soprattutto la capacità di andare oltre la musica popolare, di studiare i ritmi della nostra tradizione creando un tappeto che ci permetta di scrivere cose nuove. È stato un punto di riferimento illuminante in questa mia volontà di scrivere musiche nuove (la Musicanova, ndr), da Brigante se more a Mongiana».
