– Dopo un periodo di pausa di quasi quindici anni, l’artista starebbe preparando un nuovo album con il produttore The Alchemist e intraprende un tour mondiale per celebrare i venticinque anni del rivoluzionario disco “Mama’s Gun”: tre date in Italia in autunno
– Look da strega eccentrica, ha sempre mescolato la ricerca musicale con l’impegno politico. Quando rinnegò il suo nome da schiava. Incarna l’interconnessione degli afroamericani e il loro ancoraggio in uno spazio più ampio: il mondo degli afro-discendenti
È l’1 giugno 2019, quando Erykah Badu sbarca al festival We Love Green il pubblico è impaziente. Sono venti minuti buoni che il main stage, nel bosco di Vincennes, rimane in silenzio. Nessuna traccia di Erykah Badu. Quel giorno il sole picchiava forte, la temperatura era sui 30 gradi, e le zone d’ombra erano scarse. Come al solito, la ragazza era in ritardo… Dopo una dozzina di minuti interminabili, i musicisti finalmente sbarcano. Le prime note risuonano. La cantante entra in pista. Coloro che non la conoscevano rimangono a bocca aperta. La folla si agita e fa tremare le ringhiere di sicurezza, molti tirano fuori il loro iPhone e lo puntano in direzione della star.
Più tardi, negli scatti sfocati, riconosceranno comunque la cantante dagli immensi dreadlocks e con la bandana arancione sotto un top di forma dorata con bordi larghi, impermeabile beige oversize e catena del naso all’indiana. Erykah Badu, 48 anni a quel tempo, sfidò l’arena con lo sguardo, intonando strane onomatopee degne del rito ancestrale di un guru. Tra “bzzzzz”, “vrrrrr” e “shhhh”, ognuno ascoltava in silenzio in un misto di disagio e stupore, mentre quello strano personaggio faceva girare un bastoncino di incenso per purificare la zona. Una decina di minuti dopo, il pubblico è conquistato. Il concerto sarà più breve del previsto, ma ovviamente Erykah Badu è scusata.
La nascita del genere nu-soul
Se il pubblico le perdona così facilmente le sue buffonate, è perché è la regina intoccabile di un genere che fa impazzire i puristi: la nu-soul. Una musica ibrida nata all’inizio degli anni ’90, che attinge al jazz, al funk, al makossa camerunese e all’hip-hop, mentre il soul puro era, a quel tempo, nelle mani di Sade o di Neneh Cherry. Nuova eredità dell’etichetta Motown rivisitata tra gli altri dagli artisti Omar o Maxwell, questa versione contemporanea del soul, con accordi ricchi – chiamata anche “new soul” o “neo soul” – prende in prestito tanto dalle ballate romantiche di Curtis Mayfield quanto dallo scat di Ella Fitzgerald, un jazz vocale venato di umorismo, pieno di onomatopee, che giustifica il piccolo numero di Erykah Badu sul palco del We Love Green.
Un’altra caratteristica del nu-soul, questo groove puro indotto da musicisti che non suonano mai sul tempo, ma un po’ dopo (o un po’ prima), produzioni ultra rilassate che il cantante Bilal ha definito così in un’intervista: «Il nu-soul è una musica calda, suonata con strumenti vivi. Un vecchio violino piuttosto che un sintetizzatore, è comunque qualcos’altro».

L’inno di una diaspora
Per capire Erykah Badu, bisogna capire la nu-soul. O forse è il contrario… Proprio come il jazz e il soul prima di lei, il nu-soul si iscrive in una dimensione sociopolitica, diventando l’inno di una diaspora africana fortemente influenzata dalla spiritualità. Come una Jill Scott, un Raphael Saadiq o una Lauryn Hill, Erykah Badu non è una semplice interprete, ma incarna, con questo genere post-soul, l’interconnessione degli afroamericani e il loro ancoraggio in uno spazio più ampio: il mondo degli afro-discendenti.
Negli anni Settanta, il soul era uno dei pochi attributi culturali della gioventù nera. È soprattutto per questo che il nu-soul riprende la strumentazione organica dell’hip-hop – un genere musicale ormai sovrano che ha svolto un ruolo di punta nell’emancipazione degli afroamericani.
Un nuovo album con il produttore The Alchemist
Dopo una lunga pausa discografica – il suo ultimo lavoro risale al 2010 con 2010 New Amerykah Part Two (Return of the Ankh) -, secondo le informazioni della rivista Billboard, Erykah Badu starebbe preparando un nuovo album in collaborazione con il produttore cult The Alchemist. Ultimo disco della signora? Un mixtape sulla dipendenza telefonica – But You Caint Use My Phone (2015) – realizzato in una dozzina di giorni in cui rivisita i brani delle sue controparti.
Sono anni che The Alchemist ha incasellato un hip-hop underground ossessionato dalla memoria del vinile. Dietro le sue composizioni – tappeti di Rhodes strizzati, campioni di soul oscuri, motivi jazz soffocati – l’ex collaboratore del gruppo Mobb Deep plasma un universo cinematografico quasi spettrale. Mai dimostrativo, sempre organico, privilegia i tempi lenti, le voci filtrate, le parole assurde e vari riferimenti gastronomici: il suo amico Action Bronson racconta che i gusti del produttore in termini di cucina sono miserabili…
È innanzitutto un incontro, alla fine degli anni Novanta, che permette a questo nativo di Berverly Hills di mettere piede nell’industria musicale. Quella con DJ Muggs dei Cypress Hill. Poi The Alchemist traccia la sua strada. Al suo attivo: tre album in studio, sei mixtape, undici dischi strumentali, più di una trentina di opere collaborative e composizioni per Nas, Ghostface Killah, Lil Wayne, Freddie Gibbs, Larry June o ancora Kendrick Lamar (il titolo Fear estratto dall’opera Damn, nel 2017).

Tra i suoi recenti capolavori, ricordiamo The Elephant Man’s Bones (2022), disco di sedici brani con texture lo-fi granulose e splendido scrigno per il rapper newyorkese Roc Marciano che declama i suoi versi con una freddezza aristocratica. Un manifesto del rap minimalista.
Portavoce di una rivoluzione musicale
Erykah Badu, Badulla Oblongata, Sara Bellum, Analogue Girl in a Digital World, Fat Belly Bella, Manuela Maria Mexico… tanti alias improbabili attribuiti a Erica Wright, che da tempo ha rinnegato il suo «nome da schiava», trasformando l’ortografia del suo nome (il kah egiziano che significa “luce interiore”) e preferendo “Badu”, termine proprio ispirato agli scat del jazz. Nata a Dallas nel 1971, calpesta il suo primo palco all’età di 4 anni per ballare con sua madre, attrice. Passata attraverso i free-style di rap e i corsi di arte drammatica da adolescente, si lancia in solitaria con brio e firma, subito dopo, il suo primo contratto con la Kedar Entertainment.
Nel 1996, Erykah Badu lavora al suo primo album grazie a un certo Kedar Massenburg, grande ponte dell’etichetta Motown, che è d’altronde all’origine del termine “nu-soul”. Il suo fraseggio un po’ nasale, simile a quello di Billie Holiday, la pone come la portavoce della rivoluzione nu-soul iniziata dal suo alter ego maschile D’Angelo, di cui fa allora le prime parti. Nel 1998, la sua prima opera, Baduizm, è stata incoronata miglior album di r’n’b ai Grammy Awards. Si impone davanti a Mary J. Blige e Whitney Houston. Più tardi in serata, vincerà il trofeo della migliore cantante di r’n’b. All’epoca, un titolo è già di gran moda: On & On.
“Mama’s Gun”, un disco che conferma il talento
Due anni dopo, Erykah Badu conferma il suo status di stella nascente con il lavoro Mama’s Gun, registrato mentre la sua relazione con André 3000 (membro del duo OutKast e padre del suo primo figlio) è in crisi. Se la cantante ferita evita qualsiasi riferimento alla sua vita privata nella sua musica, il rapper evocherà la sua vecchia amata nel suo successo Ms. Jackson (2000). Con sei album al suo attivo, tutti acclamati dalla critica, la musicista fa un elegante dito medio alle insipide eroine dell’r’n’b che puntano maggiormente sui loro glutei da competizione.Dall’alto dei suoi 1,50 m, Erykah Badu adotta un look da strega eccentrica. L’artista non nasconde i suoi impegni politici. Per esempio, quando evoca, nel suo titolo A.D. 2000, l’omicidio di Amadou Diallo, immigrato guineano ucciso nel 1999 dalla polizia di New York con 19 proiettili (su 41 sparati) mentre tirava fuori il portafoglio per identificarsi. Ma anche quando lancia la Fondazione B.L.I.N.D. (Beautiful Love Incorporated Nonprofit Development), un’iniziativa solidale che propone ai giovani di Dallas di scoprire la danza, il teatro e le arti visive. Nel suo video Window Seat (2010), in una lunga sequenza di cinque minuti, si spoglia, lungo il percorso fatto da John F. Kennedy il giorno del suo assassinio a Dallas, il 22 novembre 1963, prima di crollare a terra, abbattuta da un proiettile invisibile…
Superata la soglia dei cinquant’anni, l’interprete di Orange Moon e di Gone Baby Don’t Be Long non sembra essersi arresa. Durante il lockdown, ha creato la sua piattaforma di streaming per trasmettere live di qualità a pagamento, da 1 a 3 dollari. Si agitava in compagnia dei suoi musicisti, tutti prigionieri di enormi bolle di plastica gonfiabili giustificate dal distanziamento sociale. Più tardi, si mostra accanto allo youtuber pazzo Marc Rebillet e delira per una decina di minuti, la testa avvolta in un’enorme struttura geometrica, mentre il suo accolito in mutande urla al microfono. Bilancio ad oggi: 880 000 visualizzazioni. Adesso aspettiamo il nuovo album.
Il tour celebrativo
Per celebrare il XXV anniversario del suo rivoluzionario album Mama’s Gun, la cantante torna sulle scene con The Return of Automatic Slim Tour: Erykah Badu Mama’s Gun ’25. L’attesissimo tour inizierà il 3 ottobre 2025 al noto Hollywood Bowl di Los Angeles e toccherà le principali location del Nord America e dell’Europa, tra cui la Royal Albert Hall di Londra, lo Zenith di Parigi, e tre date italiane prodotte da Bass Culture: venerdì 7 novembre (sold out), sabato 8 novembre (nuova data) all’Alcatraz di Milano e lunedì 10 novembre all’Auditorium Parco della Musica di Roma.
