– Ogni domenica, segnalisonori dà uno sguardo approfondito a un album significativo del passato. Oggi rivisitiamo quello che è considerato il capolavoro di un cantautore che ha camminato lungo la linea sottile, quasi impercettibile, che separa il comico dal tragico
C’è una linea sottile, quasi impercettibile, che separa il comico dal tragico. Pochi, nella musica italiana, hanno saputo camminarci sopra con la leggerezza di un acrobata e la profondità di un poeta. Enzo Jannacci è stato uno di questi: un artista irripetibile, un umanista travestito da guitto, un osservatore feroce e pietoso della vita di tutti i giorni. E se volessimo trovare un disco che riassuma meglio di altri la sua poetica, quel disco è Quelli che…, uscito nel 1975, probabilmente il suo lavoro più maturo, più compiuto, più nitido.
Una galleria di personaggi
Quelli che… non è un semplice disco: è una piazza affollata, un crocevia umano, un teatro di micro-esistenze. Da un lato l’ironia surreale, dall’altro una malinconia che si posa lieve come polvere. Jannacci, con l’asciuttezza di chi conosce davvero la vita, compone una galleria di personaggi che non giudica mai: li osserva, li mima, li respira. «Mi piaceva guardare le persone come se fossero fotogrammi», racconterà più tardi. «Ognuno aveva un gesto che diceva tutto».
In quell’anno la canzone italiana è nel pieno della stagione d’autore. Eppure, Jannacci continua a essere un corpo estraneo. Non ha la compostezza di De André, né la religiosità laica di Guccini. È più vicino – spiritualmente – a Giorgio Gaber, ma anche lì l’accostamento è incompleto. Jannacci è un mondo a parte: anarchico, comico, disperato. È unico.
La title track, Quelli che…, è un piccolo miracolo. Una canzone fatta di elenchi, di frasi apparentemente casuali, che sommate rivelano una radiografia brillante e amara del Paese. È una formula che sembra divertire, e infatti diverte, ma dietro l’apparente leggerezza si nasconde uno sguardo lucidissimo.
Jannacci elenca, cataloga, mette in fila il genere umano come un antropologo stralunato. Ogni “quelli che…” è un gesto, una fisionomia, un angolo di mondo. E così facendo, il cantautore dipinge l’Italia del tempo: furba, tenera, contraddittoria. Un’Italia in cui è facile riconoscere ancora oggi noi stessi.
La rivoluzione della normalità

Se in Quelli che… trionfa la satira, il resto dell’album spalanca squarci di pura poesia. In Vincenzina e la fabbrica – brano scritto per il film Romanzo popolare di Monicelli – la condizione operaia non è mai retorica; è una storia reale, fatta di sacrifici e di sogni che si consumano al tornio. Il monumento prende spunto da una poesia di Bertolt Brecht per diventare un manifesto contro la guerra. Il Bonzo è ispirata alla morte Thích Quang Duc il monaco buddista vietnamita che si diede fuoco nel 1963 per protesta nei confronti del presidente del Vietnam del sud colpevole di opprimere la filosofia buddista. Nelle strofe successive il concetto di libertà si amplia con esempi più attinenti al nostro quotidiano.
La grandezza di questo disco sta anche nell’equilibrio. Jannacci alterna canzoni comiche a brani che ti fermano il respiro, creando una dialettica continua tra sorriso e commozione. La sua è una rivoluzione silenziosa: raccontare la normalità come se fosse straordinaria.
C’è poi la voce: quella voce che è sempre sul punto di scoppiare in una risata o in un singhiozzo, e non si capisce mai quale dei due arriverà per primo. È una voce che non è mai neutra, mai perfetta, ma autentica come poche. Ascoltare Quelli che… significa ascoltare un uomo che non interpreta personaggi: li incarna.
Un disco che continua a dire la verità

Riascoltato oggi, Quelli che… conserva una freschezza impressionante. Non perché sia un disco perfetto – Jannacci non ha mai cercato la perfezione – ma perché è vivo, pulsante, umano. È un album che ci ricorda che la musica, quando è grande, non ha bisogno di enormi apparati. Basta uno sguardo sincero sulla realtà, anche quando è buffa, scomoda, dolorosa.
Enzo Jannacci, con questo lavoro, ci ha lasciato un’eredità preziosa: il diritto di essere fragili, strambi, imperfetti. E il dovere di guardare gli altri – “quelli che…” – con quella stessa compassione ironica che lui ha messo nelle sue canzoni.
Molti critici considerano Quelli che… il suo disco più importante. Perché raccoglie in un’unica opera tutto ciò che Jannacci è stato: il comico e il poeta, il medico e il musicista, il funambolo e il ragazzo di quartiere. In una parola, un uomo. Uno che non ha mai avuto paura di guardare la realtà negli occhi, anche quando faceva ridere. O, come disse una volta: «La vita è una cosa seria. Talmente seria che, se non la guardi con un po’ di ironia, ti cade addosso».
