– In “Secret Love”, il loro terzo album, la band britannica continua a denunciare con sottigliezza l’apocalisse quotidiana. Descrivono un mondo che non ascolta
– Raccontano la fragilità contemporanea senza spettacolarizzarla. Ti mettono davanti allo specchio e se ne vanno, lasciandoti solo con quello che hai visto
Se vi aspettate che una band inglese del nuovo millennio vi parli d’amore, cuori spezzati e notti insonni, siete nel posto sbagliato ed è meglio che rimaniate in Italia. I Dry Cleaning non cantano: annotano. Non seducono: registrano. Non cercano di salvarvi: vi leggono il verbale di come stanno andando le cose, mentre voi eravate distratti a scorrere lo schermo.
I tedeschi hanno un’espressione, “sprechgesang”, traducibile in “canto parlato”, uno stile particolare di canto affermatosi con le composizioni di Arnold Schönberg, a loro volta maturate all’interno dell’espressionismo tedesco. Nel rock, il re di questo stile era Mark E. Smith, frontman dei The Fall, che eseguiva la maggior parte delle sue canzoni come se stesse preparando un discorso per arringare le masse. Oggi, la sua influenza declamatoria è presente in nuove band britanniche come Yard Act, Squid, Shame, Sleaford Mods e, soprattutto, Dry Cleaning. Florence Shaw interpreta i suoi testi come se fosse in un film, raccontando i suoi pensieri a un amico. Nel frattempo, il chitarrista Tom Dowse, l’altro protagonista principale del gruppo, il percussionista Nick Buxton e il bassista Lewis Maynard forniscono il contrappunto musicale che distingue il quartetto.
Nati a Londra, che è ormai più uno stato mentale che una città, i Dry Cleaning sembrano il risultato di un esperimento sociologico finito dentro un amplificatore. Quattro musicisti che suonano post-punk come se fosse una riunione di condominio andata male, e una frontwoman, Florence Shaw, che non interpreta: enumera. Frasi dette come si leggono le etichette degli shampoo o i cartelli in metropolitana, con quella calma britannica che spesso precede il disastro.
Non è spoken word, non è canto, non è poesia nel senso rassicurante del termine. È una forma di cronaca. Shaw recita testi che sembrano appunti presi al volo: brandelli di conversazioni, slogan pubblicitari, paranoie quotidiane, osservazioni minime che, messe una dopo l’altra, diventano una radiografia inquietante del nostro tempo. Il tutto mentre la band costruisce sotto di lei un paesaggio sonoro nervoso, circolare, apparentemente monotono ma in realtà pieno di crepe.
Il loro album d’esordio, New Long Leg, è arrivato come arrivano certe notizie importanti: senza clamore, ma con effetti collaterali duraturi. Ascoltandolo si ha la sensazione che qualcuno stia leggendo ad alta voce il contenuto della nostra testa, però con un accento migliore. Non c’è empatia, non c’è giudizio, non c’è consolazione. Solo il fatto nudo e crudo che il mondo è diventato un posto strano, iperconnesso, iperverboso, eppure disperatamente solo.
I Dry Cleaning non cercano il ritornello che ti resta in testa. Cercano la frase che ti resta addosso, come quando qualcuno ti dice una cosa apparentemente insignificante e ore dopo ti accorgi che ti ha colpito più di quanto pensassi. È musica per chi ha imparato a diffidare delle emozioni confezionate e preferisce il disagio onesto.
Nel secondo album, Stumpwork, la band affina l’arma. I testi diventano ancora più stranianti, la musica più sicura di sé. È come se i Dry Cleaning avessero accettato il loro ruolo: non quello di intrattenitori, ma di testimoni. Testimoni di un’epoca in cui tutto viene detto, ma quasi nulla viene ascoltato davvero.
Florence Shaw non urla mai. Non ne ha bisogno. La sua voce piatta è più inquietante di qualsiasi grido. È la voce dei messaggi vocali lasciati a metà, delle riunioni inutili, delle relazioni che finiscono per logoramento burocratico. È la voce di una modernità che ha perso il senso del dramma, ma non quello dell’assurdo.
Eppure, in mezzo a questa apparente freddezza, c’è qualcosa di profondamente umano. I Dry Cleaning raccontano la fragilità contemporanea senza spettacolarizzarla. Non chiedono applausi, non cercano identificazione. Ti mettono davanti allo specchio e se ne vanno, lasciandoti solo con quello che hai visto.
In Secret Love, il loro terzo album, Florence Shaw continua a cantare come se nulla fosse cambiato, e i suoi compagni di band continuano a evocare l’apocalisse quotidiana in cui ci troviamo. Le chitarre di Dowse evocano i maestri del post-punk originale, rappresentati da Gang of Four e PiL, due band che, non a caso, sono emerse durante un periodo socialmente e politicamente turbolento in Inghilterra. Ora che questi sconvolgimenti stanno diventando sempre più intensi e globali, ciò che Shaw recita sembra un buon modo per elaborare l’assurdità e la violenza che ci circondano. Per osservare la realtà circostante e raccontarla come una storia. Raccontarlo come un monologo interiore, traendo ispirazione dai commenti sui social media, dai discorsi degli influencer e dalla disinformazione. Raccontarlo accompagnato da una musica che enfatizza ciò che la voce non accenna mai.
Nel video che accompagna il brano Blood, un ballerino della compagnia Bullyache danza in un cortile con una bandiera palestinese appesa alla recinzione. Il brano parla del sangue che ci accompagna ogni giorno e a cui ci abituiamo, che ci indigni o meno: “Sangue a colazione (e anche nei miei sogni)”. In Cruise Ship Designer, un progettista di navi da crociera di lusso cerca di convincersi del valore del suo lavoro. In Evil Evil Idiot, un buongustaio insiste sul fatto che è meglio bruciare il cibo che cucinarlo.
Dopo due album prodotti da John Parish, i Dry Cleaning hanno scelto Cate Le Bon come produttrice. Ha agito come una collaboratrice, guidandoli nell’incorporazione di sonorità meno aggressive – in Let Me Grow And You’ll See The Fruit, ad esempio – senza compromettere la loro identità di base. Questa collaborazione ha dato vita a un paesaggio sonoro distinto ma coerente in ogni canzone. Nel complesso, Secret Love denuncia sottilmente il mondo assurdo e terrificante che abbiamo costruito. Un mondo che è più sopportabile quando ci si lascia trasportare da queste canzoni.
I Dry Cleaning non sono la colonna sonora della vostra vita. Sono il rumore di fondo mentre cercate di capirla. E non è detto che vi piaccia. Ma è molto probabile che sia vero.
