– Dagli anni Settanta rappresenta il “miracolo” siciliano del jazz: dalla periferia dell’impero, Canicattini Bagni, ai palcoscenici nazionali con un suono originale che ha fatto la storia. Precursori del crossover e anticipatori dell’acid jazz
– «Ci siamo formati nella banda del paese, una palestra importante per tutti». La formazione classica e la svolta jazz. «La spinta ce l’ha data la voglia di emergere dalla provincia profonda: studiavamo tantissimo. Lo facciamo ancora»
– La consacrazione nel dicembre del 1988 con la vittoria a un importante contest a Milano. La tragica perdita del fratello Sergio, batterista talentuoso, e l’intervento “magico” di Loris, il più piccolo della famiglia, a riformare il trio
Se cercate Canicattini Bagni sulla carta geografica, rischiate di passarci sopra con un dito distratto. Sud-est della Sicilia, provincia di Siracusa, un nome che sembra più una prescrizione termale che una destinazione musicale. E invece no. Perché Canicattini Bagni è uno di quei posti che smentiscono la geografia, la statistica e il buon senso. Un paese che ha deciso, senza chiedere permesso a nessuno, di diventare la New Orleans di Sicilia. E lo ha fatto a colpi di jazz.
Ora, il jazz, si sa, non nasce dove dovrebbe. Nasce dove qualcosa si è rotto, dove le regole hanno smesso di funzionare e qualcuno ha provato a rimettere insieme i pezzi con un suono nuovo. A New Orleans c’erano il Mississippi, la schiavitù, il meticciato. A Canicattini Bagni c’erano la pietra, il vento, l’emigrazione, la sensazione diffusa di essere lontani da tutto. Cambiano i contesti, ma il bisogno è lo stesso: trovare una voce che dica “siamo ancora vivi”.
Qui il jazz non è arrivato come una moda importata, ma come una lingua adottata. Negli anni, Canicattini Bagni ha costruito un’identità musicale che non è folklore e non è cartolina. Festival, jam session improvvisate, musicisti che arrivano da fuori e finiscono per restare più del previsto. Perché c’è qualcosa, in questo paese, che somiglia pericolosamente a un’idea di comunità. Una parola che altrove è diventata sospetta, ma che qui funziona ancora.
La comunità

La comunità è la famiglia. Se l’America può vantare i Jonas Bros, i fratelli Marsalis e i fratelli Jackson, a Canicattini le dinastie musicali sono ben due, quella degli Amato e quella dei Cirinnà. La musica come mestiere tramandato, come si faceva con i falegnami o i panettieri. Qui la famiglia non è un marchio, è un contesto: prove fatte in cantina o in salotto, discussioni infinite, rivalità che durano quanto i pranzi di Natale. Non sempre finiscono sulle copertine, ma tengono in piedi quella cosa fragile e meravigliosa che chiamiamo scena musicale.
I fratelli Amato sono la famiglia più longeva. Elio, classe 1961, è il più anziano. Suona il trombone, la tromba e il piano e compone. Alberto, 1964, anche lui ha cominciato con il trombone per poi passare al contrabbasso. Sergio, 1967, batterista, e Loris, il più piccolo essendo nato nel 1972, «falso magro, falso batterista e falso mago», come si definisce, ma con un ruolo importante, come vedremo.
La comunità è anche la banda municipale, una istituzione che si sta perdendo come molte tradizioni, ma che a Canicattini è molto radicata. «Esiste da subito dopo l’unità d’Italia», sottolinea Alberto Amato. «È dove tutti i ragazzi si sono formati, anche noi ci siamo formati nella banda. Poi ognuno ha preso delle strade diverse, però la banda è stata una palestra importante per tutti».
Sin da bambini si cresce ascoltando un padre suonare la tromba, pensando che un sax sia una cosa normale, come una bicicletta o un pallone. «A casa mia sentivo suonare sempre e i miei giocattoli sono stati gli strumenti, la batteria è stato il primo», ricorda Loris Amato. «A 13 anni avevo il mio primo gruppo di musica leggera». Ed è forse questo il miracolo: a Canicattini Bagni il jazz non è un evento, è un’abitudine.
Al jazz i fratelli Amato ci sono arrivati dopo aver frequentato la banda e attraverso una formazione classica di studi al conservatorio, dove si sono diplomati.
Elio: «La cosa curiosa è che Alberto è diplomato come me in trombone, però ha avuto sempre una passione istintiva per il contrabbasso».
Alberto: «Un giorno il nostro maestro, che era Nino Cirinnà, portò noi ragazzini a sentire l’orchestra sinfonica siciliana a Siracusa, al Teatro greco. Io non avevo mai sentito un’orchestra sinfonica dal vivo. In programma c’era la sinfonia in si minore di Schubert, dove l’introduzione è fatta dai contrabbassi. Mi sono immediatamente innamorato di questo strumento. Sentendo quel suono ho esclamato: “Maestro io voglio suonare quello”. L’ho studiato da autodidatta. Poi ho scoperto il jazz, perché Elio ascoltava Radio3 e lì ho scoperto il ruolo del contrabbasso nel jazz».
Il trio
L’Amato Jazz Trio nasce verso la fine degli anni Settanta. È stato Elio a condurre i fratelli sulla strada del jazz. «È stata la folgorazione per Chet Baker, attraverso i dischi che mi fece ascoltare mio padre», racconta. «Ancor prima per Milt Jackson: lui vibrafonista, io strumentista a fiato. Come era possibile? C’è un motivo di fondo: il vibrafono era così chiaro e nitido nelle note che io, o con le musicassette o col disco, mi copiavo tutti gli assoli di Jackson e poi li suonavo al trombone. Non c’erano scuole allora, né internet. Dio mi ha dato questo orecchio che non è assoluto (come sostengono alcuni, ndr), ma relativo, per cui sento e scrivo. Tant’è vero che nei primi anni ‘80 io, Alberto e Sergio proponevamo gli assoli di Milt Jackson ai concerti, era una sorta di proposta filologica».
Alberto: «Non c’era improvvisazione. Era una “copiatura”, però trasportata su strumenti diversi. Anch’io mi scrivevo le linee di basso copiate dal disco, perché ancora non conoscevamo il linguaggio: era l’unico modo per capire».
Loris: «Io ho dovuto apprendere per memoria visiva. Stavo dietro ai palcoscenici alle feste patronali quando veniva il cantante famoso e guardavo fisso il batterista. Poi andavo a casa e cercavo di imitarlo: memorizzavo i movimenti, poi crescendo mi sono perfezionato con l’ascolto di dischi».

A Canicattini Bagni il jazz ha smesso presto di essere “musica americana” per diventare “musica necessaria”. Necessaria per restare, per tornare, per dare un motivo a chi potrebbe andarsene. In un’isola che da sempre esporta persone e importa nostalgia, il paese degli Iblei ha fatto una scelta controcorrente: ha deciso di investire su qualcosa che non si consuma, che non si imbottiglia, che non si vende facilmente. Il suono.
E, come a New Orleans, anche qui il jazz è democratico. Non chiede curriculum, non chiede permessi. Basta saper ascoltare. Basta lasciarsi attraversare. Il jazz a Canicattini Bagni non ha l’aria di chi vuole stupire, ma di chi vuole resistere. Resistere all’idea che i piccoli centri siano condannati al silenzio. Resistere all’idea che la cultura sia un lusso. Resistere, soprattutto, alla rassegnazione.
Elio: «Spesso accade che dalla provincia più profonda vengano fuori personaggi incredibili. Proprio per il fatto di essere così isolati, tu lo vedi come qualcosa che devi conquistare. Questa è una spinta notevole che può venire solo dalle isole culturali».
Alberto: «Io l’ho vissuta in maniera diversa. Eravamo così immersi nella musica, infilati nel dammuso, che esisteva solo quella cosa lì. Poi sono venuti i successi, però per me non è cambiato nulla. Io già lì dentro ero soddisfatto di quello che facevamo».
Elio: «L’ambizione però c’era. Studiavamo tantissimo. E lo facciamo ancora».
Il suono
Giornate trascorse a provare nel dammuso di casa, che presto divenne un piccolo jazz club. «Veniva tutto il paese a sentirci provare e così abbiamo aperto le porte». L’Otama (Amato al contrario) Jazz Club. È in quel dammuso che si forma il suono dell’Amato Jazz Trio: è una sorta di crossover fra la musica classica e quella afroamericana, filtrato da quella cosa tutta italiana che è il rispetto per il mestiere.

«Più che altro è una musica fatta di suggestioni», spiega Elio. «È uno stile che si è formato quasi subito, senza che ce ne rendessimo conto. Per esempio, uno dei miei trombonisti preferiti è stato sempre Albert Mangelsdorff. Non l’ho mai copiato, avrei potuto farlo ma non avrebbe avuto senso: le suggestioni però mi sono rimaste e quando facevamo le prime cose con Alberto in trio, il suono era quello, per cui senza saperlo scimmiottavamo una certa cosa, ma non veniva fuori quella cosa lì, perché la reinterpretavamo, la rileggevamo. Alcune influenze sono venute anche dalla musica leggera italiana di quegli anni. Perché mio padre negli anni Sessanta suonava la tromba nei gruppi, e le musiche che faceva le proponeva a me: mi comprò un organo Meazzi, io avrò avuto 13 anni, e facevamo musica leggera anni ‘60, io all’organo e mi inventavo gli accordi. Mio padre suonava la tromba e Alberto la batteria».
I fratelli Amato suonano come artigiani che sanno esattamente dove mettere le mani, e non sentono il bisogno di sporcarle per dimostrare che stanno lavorando. “Dilettanti di lusso”, li definì Franco Fayenz, uno dei più grandi critici e studiosi della musica jazz scomparso quattro anni fa. Musicisti per passione, non mestieranti e nemmeno professionisti per racimolare un cachet. «Abbiamo avuto la scuola per guadagnare», sorride Elio, citando una frase di Tullio De Piscopo: «Suonare il jazz è un lusso». «Con il jazz si muore di fame», è l’amaro commento. «Se non ci fosse stata la scuola, avremmo dovuto fare piano bar».
La consacrazione

Il dicembre del 1988 è una data importante per l’Amato Jazz Trio. «Eh sì, la storia comincia da lì, dal Teatro delle Erbe di Milano», dice Elio. «Anche se quello lì è uno degli exploit, quello che poi ci ha consacrato a livello nazionale. Prima, però, ce n’è un altro che tendono tutti a sottovalutare. C’era una rivista che si chiamava “Fare musica” e il concorso era “Indipendenti 87” indetto dalla Rai: miglior gruppo acustico, vinciamo noi. Stavamo scoprendo un mondo. Poi c’è stato il contest di Milano. È stato Sergio a proporlo: “Dobbiamo tentare questa cosa, c’è un concorso da fare a Milano”. Va bene, proviamo, ma senza grandi speranze. Sergio invia una cassetta che viene selezionata. “Elio dobbiamo partire perché siamo stati scelti per questo concorso che si terrà al Teatro delle Erbe di Milano”. C’erano più di cento gruppi a partecipare. Andiamo lì e abbiamo vinto».
Alberto: «Non ci aspettavamo di vincere. Ogni serata c’era il passaggio del turno, pensavamo di tornare subito a casa…».
Loris: «Qui non capivamo perché non tornassero più. A quel tempo non c’erano i telefonini e noi non avevamo il telefono a casa. Chiamavano la nonna che poi ci portava le notizie».
Elio: «Da lì comincia l’avventura per noi».

Alberto: «Anche perché il premio era l’incisione di un album, pubblicato dalla Dire di Vito Fontana, disco che ha avuto una grande diffusione su tutto il territorio nazionale. Abbiamo allacciato amicizie davvero belle, con Marco Tamburini, che purtroppo ci ha lasciati. È stata la consacrazione del gruppo, sono arrivati i primi festival: Milano, Siena… Gli anni Novanta sono stati incredibili, suonavamo con Michel Petrucciani, Modern Jazz Quartet, Paul Bley, John Scofield».
Essere un trio di famiglia è una benedizione e una condanna. La benedizione è l’intesa: gli sguardi che sostituiscono le prove, le pause capite al volo, gli errori trasformati in svolte narrative. La condanna è l’impossibilità di mentire. Se una serata va male, non puoi rifugiarti nell’alibi della “chimica che non ha funzionato”. La chimica, qui, è quella del DNA. Funziona sempre. O non funziona mai.
Elio: «Crediamo di esserci sempre comportati in modo intellettualmente onesto. Suoniamo anche per poche persone».
Alberto: «A Pisa abbiamo suonato davanti a tre spettatori, ma io lo ricordo come uno dei più bei concerti che abbiamo fatto. Abbiamo suonato un’ora divertendoci».
La tragedia

C’è un’altra data importante nella storia dei fratelli Amato. È di quelle che non si vorrebbero ricordare mai. È il 2003: in un incidente stradale muore Sergio, il batterista con il quale era cominciata l’avventura. Ancora oggi ne parlano sempre al presente, come se non fosse andato mai via. «È stata una batosta», si oscura nel volto Elio. «Alberto non riusciva più a prendere il contrabbasso. Un blocco». Alberto: «Fisicamente il contrabbasso era messo nell’angolo, non riuscivo neanche ad avvicinarmi».
Alla fine, chiamarla “New Orleans di Sicilia” non è una trovata giornalistica. È una constatazione emotiva. Perché come New Orleans, Canicattini Bagni ha capito che la musica non serve a decorare la vita, ma a tenerla insieme quando tutto il resto traballa. Ed è ancora la famiglia a tenere insieme l’Amato Jazz Trio.
Alberto: «È stato grazie a Loris. Dopo un po’ ci ha detto: “Ragazzi, vediamoci per strimpellare qualcosa”. Ci ha rimessi su».

Loris: «Io lo facevo per mamma e papà: “Stiamo più vicini, riuniamoci”. A quel tempo non suonavo più la batteria, nemmeno con i gruppi di musica leggera. Facevo soltanto magie e clownerie. Ho rimontato la batteria e li ho fatti venire nel mio locale a Floridia, dove vivevo. Abbiamo iniziato senza impegno, poi ad agosto 2004 mi dicono: “Andiamo a fare il festival jazz a Noto”. “Ma dove andiamo?”, risposi. Avevo paura. Il primo concerto l’ho vissuto malissimo. Perché sono qua? Mi chiedevo. È stata una eredità pesante. Pensavo che si finisse con Tristano, il doppio cd pubblicato nel 2004, non credevo che l’esperienza potesse continuare a lungo. La meraviglia fu la recensione di Fayenz che scrisse: “Non è cambiato nulla, la musica degli Amato rimane quella degli Amato”. Fu una meraviglia, perché comunque le mie sonorità erano più rock. Ma l’interplay era pazzesco».
Elio: «Sergio è assolutamente inimitabile, e lo sottolineano anche i colleghi: ha una dote personalissima che è il suo modo di intendere lo swing, il suono dei suoi tamburi che non ha nessuno. Loris ha portato un modo nuovo di intendere lo swing, nel quale ha messo dentro ritmi come il rock che per me sarebbe stato inconcepibile».
Loris: «Ma veramente nel primo disco c’è in Helias Theme, c’è una ritmica rock: è il brano con il quale avete vinto il contest!».
Alberto: «È stata una anticipazione di quello che sarebbe stato poi definito acid jazz».
Se il jazz è, come si dice, una forma di democrazia sonora – ognuno parla, tutti ascoltano – l’Amato Jazz Trio è una piccola repubblica domestica. Con le sue regole non scritte, le sue ironie private, le sue discussioni risolte a tempo di swing. Non cambieranno la storia del jazz, forse. Ma ricordano a chi ascolta una cosa essenziale: che la musica migliore nasce spesso lì dove c’è abbastanza fiducia da permettersi il silenzio.
Uno e trino

Uno e trino è stato definito l’Amato Jazz Trio. Se in altre famiglie musicali le ambizioni hanno portato a carriere soliste, in questo caso l’idea non è mai balenata. «Qualche collaborazione con altri musicisti c’è stata, non mi sono mai chiuso del tutto, però fondamentalmente restiamo Amato Jazz Trio», sottolinea Elio. Gli fa eco Alberto: «Sono esperienze che arricchiscono e che poi riportiamo nel trio. Come bassista mi sono capitate occasioni importanti con Peter Erskine, Stanley Jordan, Tullio De Piscopo. Però il trio ha questa caratteristica, che non è il gruppo e il solista, è un tutt’uno».
E neanche le tentazioni della grande scena, dello show-business, hanno messo a rischio la solidità del trio. «Tempo fa mi proposero di fare il musicista professionista, quindi fare di tutto: sale di registrazione, televisione», rivela Alberto. «Però non mi interessava fare l’orchestrale. Anche perché avevamo alle spalle qualcosa che già ci copriva, la scuola, che ci ha permesso di fare quello che sentivamo di fare».
Elio: «Noi ci siamo conquistati un ruolo un po’ casualmente e un po’ perché si sono accorti di noi. Non ci siamo mai detti: “Cambiamo aria, capace che si accorgono di noi”. Lo abbiamo fatto da qui». E lo ripete: «Da qui».

E così, in questo angolo di Sicilia dove non te lo aspetti, il jazz continua a fare il suo lavoro sporco e meraviglioso: mettere in contatto le persone, raccontare storie senza bisogno di traduzione, ricordarci che anche lontano dai grandi fiumi e dai grandi palcoscenici può nascere qualcosa che suona come libertà. Storie, come quella dei fratelli Amato, che potrebbero avere presto degli eredi. «Io non ho figli, Alberto ha una figlia e anche Loris», dice Elio. «E poi c’è Santi, il figlio di Sergio: è un talento naturale, anche lui si è diplomato in batteria, è bravissimo».
Alberto: «Mia figlia si diletta a cantare e a suonare il pianoforte, ha una musicalità incredibile, con una intonazione perfetta».
Insomma, la dinastia può continuare.
Nel frattempo, l’Amato Jazz Trio prepara un nuovo album: «Nel prossimo mi sto spingendo avanti come pianista», annuncia Elio. «Se prima cercavo di scimmiottare le scuole bop, tipo Bud Powell, ora sto pescando nel mondo della musica colta contemporanea per pianisti». Il 5 febbraio il trio sarà ospite della rassegna jazz che si svolge nella Sala Laudamo di Messina.
