– La ricorda e la racconta Pietruccio Montalbetti, fondatore e storico chitarrista della band di “Sognando California”, “L’isola di Wight” e “Senza luce”, in un libro edito da Minerva
– «Lucio era molto timido, molto cocciuto, molto innamorato della musica. Non era fatto per essere una rockstar. Lui mi diceva: “Petrù, io voglio una casa, una famiglia e un giardino”»
– «Un’epoca difficilmente ripetibile. E non perché i Dik Dik furono tra i protagonisti, ma perché c’era voglia di realizzare qualcosa di nuovo, c’era curiosità, c’erano idee, voglia di ribellarsi»

Dopo aver girato il mondo inseguendo le orme di viaggiatori e scrittori come Chatwin o von Humboldt, esplorando mondi lontani e ancora selvaggi, ma, soprattutto, andando alla ricerca di sé stesso, Pietruccio Montalbetti scava nei ricordi, nel suo passato, che è quello di una generazione cresciuta negli anni Sessanta. Così dopo aver pubblicato i suoi diari di viaggio in sei libri – il primo, nel 2010, I ragazzi di via Stendhal – ritratto di una generazione, poi Sognando la California scalando il Kilimangiaro nel 2011, Io e Lucio Battisti nel 2013, Settanta a Settemila. Una sfida senza limiti d’età (2014), Amazzonia. Io mi fermo qui. Viaggio in solitaria tra i popoli invisibili (2018) Enigmatica bicicletta(2020), Il mistero della bicicletta abbandonata (2021) – adesso fa uscire Storia di due amici e dei Dik Dik, edito da Minerva (con una prefazione di Marco Buticchi), che è al tempo stesso un’autobiografia, un omaggio all’amico Lucio Battisti, e un percorso musicale e umano attraverso i decenni più travolgenti della musica italiana.
Con uno stile diretto e sincero, Pietruccio – fondatore e storico chitarrista dei Dik Dik, tra i primi esploratori dei nuovi suoni che provenivano da oltre Manica o dall’America, scoprendo e portando in Italia canzoni dei Mamas and Papas, Beatles, Dylan, Procol Harum (la leggendaria Senza luce, cover di A whiter shade of pale) – comincia il suo racconto dagli ultimi anni della Seconda guerra mondiale, in un’Italia tra due fuochi: quelli degli Alleati e quelli dei tedeschi. Un Paese senza cibo, povero, devastato. «Io vivevo in via Stendhal, che allora era in periferia, oggi è invece al centro di Milano», racconta Montalbetti. «Attraverso la musica, io, Pepe e Lallo, che eravamo amici sin da piccoli, abbiamo cercato di trovare un modo per affrancarci dalla povertà. La nostra generazione è partita da zero. Al contrario, le nuove generazioni sono messe male…».

Nel libro si ritrovano le aspirazioni, i fermenti, i sogni di una generazione che diede anima ai cosiddetti “favolosi” anni Sessanta. Dalla scoperta della “nuova musica” attraverso Radio Luxemburg, alla collaborazione spontanea e istintiva con Lucio Battisti. Non il mito, non il personaggio riservato che poi tutti avrebbero conosciuto, ma “l’uomo”, l’amico. «Quando sento la parola “amicizia”, mi viene in mente solo un nome: Lucio», scrive l’autore. L’incontro con Battisti, avvenuto quasi per caso in uno studio di registrazione, dà il via a un rapporto profondo e duraturo, fatto di stima reciproca e condivisione. Un rapporto che precede la fama, e che proprio per questo è autentico, schietto, commovente.
«Lucio era molto timido, molto cocciuto, molto innamorato della musica. Nella prima giornata passata insieme mi raccontò di suo nonno, che gli aveva costruito il primo flauto con le sue mani. Poi si addormentò, come fanno i bambini piccoli. Era un’anima bella. Non potevi non volergli bene», ricorda Pietruccio Montalbetti. «Scriveva delle canzoni veramente brutte e ogni volta mi chiedeva: “A Pie’ che te pare?”. Io cercavo sempre di eludere la risposta, ma un bel giorno non ce l’ho fatta e gli dissi che non erano per niente belle. Lui ci rimase male, ma non si arrese. Intanto era diventato chitarrista del gruppo I Campioni e si esibiva nei locali di Milano. In quel tempo abitava in una pensione non da una stella, da mezza!».
- Come si spiega, allora, il suo successo?
«L’incontro con Mogol ha cambiato la vita di Lucio e la musica italiana. Come ti ho detto, Battisti non aveva scritto capolavori, ma Mogol capì che c’era del buono. Intuì, insomma, che all’interno di quel ragazzo c’era un tesoro, ma bisognava trovare la chiave giusta per aprire la cassaforte. Mogol possedeva quella chiave. Noi Dik Dik e Lucio finimmo così sotto contratto con la Ricordi. Mogol divenne nostro produttore e ci fece seguire da Lucio».
- A un certo punto Battisti scompare dalle scene…
«Lucio era spaventato dal fanatismo della gente. Mi ricordo quando ci fece da autista a noi Dik Dik a un Cantagiro. Io mi trovavo a mio agio nel ruolo della rockstar, lui no. E lo stesso vale per la tv. Per esempio, l’esibizione con Mina: finché si trattava di cantare tutto bene, ma farlo parlare in televisione era veramente un problema. Il suo ritiro dalle scene è figlio del suo carattere. Lui viveva benissimo appartato nella sua villa in Brianza; andavo a trovarlo spesso e non si parlava mai di musica, ma delle nostre famiglie, dei figli, di cose normali. Io sognavo una barca a vela e un viaggio fino alle isole Fiji. Lucio mi disse: “Petrù, io voglio una casa, una famiglia e un giardino”. Non era fatto per essere una rockstar. Quando sei famoso, non appartieni più solo a te stesso, ma al pubblico».

Se rimani con me fu il primo brano a portare ufficialmente la firma di Lucio Battisti e ad essere suonato dai Dik Dik, gli altri protagonisti del libro. Dagli inizi sotto il nome I Dreamers, alle prime audizioni alla Ricordi, dalle prove con l’amplificatore nel pianerottolo fino ai successi in classifica, il libro attraversa la parabola di un gruppo che ha segnato la colonna sonora di una generazione. Sognando la California, Il vento, L’isola di Wight: canzoni diventate inni, specchi fedeli di un’epoca fatta di ribellione, ideali, amori e viaggi interiori. Dalle carovane del Cantagiro ai Festival di Sanremo, sino alle prime tournée in giro per l’Italia e il mondo.
«Un’epoca difficilmente ripetibile. E non perché i Dik Dik furono tra i protagonisti, ma perché c’era voglia di realizzare qualcosa di nuovo, c’era curiosità, c’erano idee, voglia di ribellarsi, entusiasmo. Oggi altri Dik Dik non potrebbero nascere, perché ora conta l’apparire non l’essere».
Montalbetti racconta tutto con lucidità e ironia: i provini andati male, i produttori improbabili, le notti senza un soldo e la voglia incrollabile di «fare un disco». Le pagine scorrono tra aneddoti gustosi, incontri fortuiti, piccoli grandi miracoli della vita. Come la madre di Pietruccio, che per sostenere il figlio durante le prove diventa una presenza costante nella sala parrocchiale. O come don Angelo, il viceparroco che firma una lettera di raccomandazione alla Ricordi pur di aiutarli a ottenere un provino. Una Milano popolare, viva, solidale, fa da sfondo a queste storie: una città in cui tutto sembrava possibile.
Storia di due amici e dei Dik Dik è un libro per nostalgici, una dichiarazione d’amore alla musica, all’amicizia, alla giovinezza vissuta intensamente. E anche un promemoria che, dietro ogni grande canzone, ogni mito, ci sono incontri fortuiti, passioni feroci, prove ed errori, e soprattutto persone.
