– Il trio presenta “In Fatti Ostili”, album “politico”, di svolta, che racconta cinque anni di vita e di inquietudine con un’idea di contemporaneità e di impegno civile
– Milano come metafora di un mondo che cambia: «Dal Leoncavallo a tanti altri spazi sono stati tutti chiusi: sembra che ci si sia dimenticati della musica»
– «Quello che ci inquieta è l’omologazione sonora. Oggi ogni cosa viene ridotta a un numero. La differenza tra noi e quei numeri è l’umanità»
Cinque anni dopo Heimat, tornano i Delta V con In Fatti Ostili. Non una reunion, badate bene, che è «una parola davvero triste, sa di roba fatta senza un’idea che non sia afferrare più soldi possibile. Il nostro è un ritorno, è la voglia di raccontare quel che abbiamo dentro. Siamo semplicemente stati altrove per un po’», dice Carlo Bertotti che, insieme al compagno di banco del liceo Flavio Ferri ha fondato il trio che a cavallo del millennio si inventò un originale stile vintage tra synth pop e trip hop, reinterpretando in modo sofisticato ed elegante brani classici della nostra tradizione, come Se telefonando, Un’estate fa o Ritornerai.
Per raccontare il loro stato d’animo hanno scelto un’altra voce femminile: dopo Francesca Touré e Gi Kalweit, è entrata in formazione Marti (Martina Albertini). E hanno abbandonato gli schemi classici, anche dal punto di vista formale. «Abbiamo destrutturato la forma canzone», spiegano. «Ci sono pochissimi brani in scaletta con la classica scansione strofa-ritornello. È stato un esperimento naturale: togliendo certe regole, abbiamo ritrovato libertà espressiva».

Nel nuovo lavoro dei Delta V, le parole hanno assunto un ruolo centrale, anche nel processo creativo. «Una volta partivamo dalla musica per scriverci sopra dei testi, mentre ora accade il contrario: tutto nasce da ciò che vogliamo dire e da come lo diciamo. La musica diventa lo sfondo, serve a far risaltare le parole e le voci».
In Fatti Ostili racconta cinque anni di vita e di inquietudine. Il titolo suona come un manifesto, con una nota politica, anche se non militante, un’idea forte di contemporaneità e di impegno civile. «È un disco politico nel senso più nobile del termine, e non nel senso di schieramento ma di racconto della società», commentano. «Dove la politica è la vita di tutti i giorni, le relazioni, la paura, la mancanza di fiducia. È l’unico modo che abbiamo per raccontare la nostra prospettiva sul mondo».
E allora Milano diventa la metafora e il teatro di questo sguardo che finisce anche nelle nuove canzoni (Regole a Milano). «È la città in cui viviamo e che inevitabilmente raccontiamo», spiegano Bertotti e Ferri. «Milano è fisica, concreta, ma anche simbolica: rappresenta un modo di vivere, di correre, di apparire, di sentirsi inadatti e allo stesso tempo parte di qualcosa. Non potevamo escluderla, perché fa parte della nostra cronaca quotidiana».
Regole a Milano è un ritratto amaro di una città che seduce e stritola, e che scompare. Con la chiusura del Plastic, dopo quella di club storici come Rolling Stone, Odissea, Propaganda, è come se fosse sparita un’intera geografia di club, di negozi storici come Buscemi Dischi.
«Milano è cambiata come siamo cambiati noi e questo è nell’essere delle cose. Non c’è un intento passatista, polemico o di nostalgia. Le cose cambiano e probabilmente Milano è cambiata troppo velocemente in questi ultimi anni, con un’ansia di essere sempre più performante, tirata a lucido. È una città dove veramente si fatica un po’ a riconoscere i profili delle cose che ti circondano ed è una città estremamente competitiva. Chi non riesce a tenere il passo rimane indietro e sovente rimane fuori, perché poi il concetto è proprio quello, di rimanere isolato o in ogni caso fuori dalle dinamiche di un luogo che è estremamente veloce. Questa cosa ci ha fatto riflettere, ci ha fatto pensare e la canzone nasce così, nasce da quel tipo di sentimento».
- La chiusura del Leoncavallo ha scatenato un’ondata di reazioni: è solo la fine di un luogo simbolico o il segno di una città che non tollera più i suoi spazi liberi?
«Senza dubbio la seconda. Il Leoncavallo è stato un simbolo importante per Milano, come lo sono stati altri luoghi che oggi non esistono più. Lo abbiamo voluto inserire anche nel videoclip proprio per questo motivo: rappresenta un pezzo di una città che è cambiata profondamente. A Milano c’erano tantissimi spazi – e non parliamo solo di centri sociali – ma di locali, club, negozi di dischi, sale d’incisione, sale prove…luoghi che hanno fatto la storia culturale della città. Oggi, la maggior parte di questi posti non è stata riconvertita o trasformata in altri luoghi di aggregazione: sono diventati palazzine di classe A, supermercati o templi della ristorazione. Il problema è che a Milano sembra ci si sia dimenticati della musica, di quella che parte dal basso, di quella che creava opportunità di incontro. Eppure, la musica è cultura, una parte fondamentale della cultura contemporanea. Non si tratta di nostalgia: il punto è che non si è creata un’alternativa. E questa mancanza, secondo noi, è un disastro, soprattutto per le generazioni più giovani, che non hanno più spazi dove vivere e condividere la musica come esperienza reale».

- In “Nazisti dell’Illinois” cantate. “Leggi le classifiche, brucia le classifiche e spara il dj”. Una frase potente, quasi un manifesto contro l’omologazione. È solo una provocazione o il segno di un malessere reale verso un sistema musicale che misura tutto in numeri, trend e visualizzazioni? Avete attraversato gli anni ’90, l’epoca dei club, dei vinili, delle radio libere. Come vi rapportate oggi con l’algoritmo e con la musica usa e getta?
«Il problema non è solo musicale. Quello della musica e del dj è una metafora: oggi tutto viene quantificato, ogni cosa viene ridotta a un numero, a una misura. Ma la differenza tra noi e quei numeri è l’umanità. Se ci dimentichiamo di questo, il nostro dovere è quanto meno provare a ribellarci. Nel brano questa idea è portata all’estremo, ma ciò che intendiamo è una ribellione intellettuale, una forma di resistenza al bisogno costante di classificare, confrontare, attribuire un valore numerico a tutto. Non accettare questi criteri sarebbe già, di per sé, una vera rivoluzione, una presa di coscienza collettiva. Quanto alla musica pop, non è che oggi faccia più schifo di ieri. Il punto è che oggi, con tutta la disponibilità tecnica e la consapevolezza che abbiamo, ci si aspetterebbe una maggiore coscienza estetica ed etica, una forma di buon gusto evoluto in linea con i tempi. Quello che ci inquieta è che, soprattutto tra le nuove generazioni, questa consapevolezza sembri completamente assente. Soprattutto nei testi, nell’omologazione sonora dei brani, nella mancanza di coraggio di osare o di mettersi davvero in gioco. È come se la paura di rischiare avesse sostituito la voglia di esprimersi, ed è proprio questo che ci colpisce di più».
