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DAVID BYRNE, ironia, toda joia, attivismo

– Spettacolare concerto dell’ex Talking Heads a Milano con il  quale incenerisce il sogno americano. Sberleffi a Trump, ma anche ottimismo per un futuro migliore
– Due ore di musica, danza, teatro e arti visive in un flusso continuo. Il geniale artista si conferma uno degli ultimi veri architetti della performance dal vivo

Vestiti dalla testa ai piedi in blu, David Byrne e la sua band di 12 elementi sono alieni che guardano il pianeta Terra e non intravedono la catastrofe, ma l’Heaven, il brano con cui apre sul palco del Teatro degli Arcimboldi, la prima delle due tappe milanesi (tornerà in estate: il 23 giugno a Bari, il 25 giugno a Lucca, il 26 a Marostica) di un tour accolto all’estero come uno degli spettacoli più inventivi e travolgenti degli ultimi anni.

Il modello rimane il leggendario tour Stop Making Sense del 1984 – attraverso American Utopia – dove lo spettacolo è costruito a tappe. Si inizia lentamente con Heaven, dall’album Fear of Music dei Talking Heads del 1979, un brano che non ha perso nulla della sua potenza esistenziale.

Se il cantante settantatreenne è agnostico riguardo all’aldilà, nutre una profonda passione per il qui e ora. Il primo sfondo visivo che vediamo è la Terra, «l’unico pianeta che abbiamo». Nel corso di due ore di un concerto carico di energia e sprizzante genialità, i fan vedono il mondo bruciare.

Attorno a lui musicisti e ballerini in costante movimento: una marching band contemporanea che trasforma il palco in uno spazio fluido, immaginifico, quasi cinematografico. Dietro di loro, gli schermi video li proiettano in una varietà di impostazioni. Su (Nothing But) Flowers, sono in un grande magazzino vuoto, poi in un campo di grano; sul funk frenetico di Slippery People, vengono gettati nell’oceano.

David Byrne tornerà in estate in Italia: il 23 giugno a Bari, il 25 giugno a Lucca, il 26 a Marostica

Su My Apartment Is My Friend (Il cuore dello show è il nuovo album Who Is the Sky?), gli schermi video offrono un grande tour di New York City, un posto che ha visto il meglio e il peggio di lui. In T-Shirt ci sono gli sberleffi a Trump e il sostegno alla comunità LGBTQIA+ nella scritta che appare sugli schermi e che recita “Make America Gay Again”, ma anche la trasmutazione di Life During Wartime ai nostri giorni, con i video a supporto che mostrano le violenze degli agenti dell’ICE in America. Non si è solo qui per ballare e cantare, ma anche per imparare la resistenza moderna sottolineata nelle immagini dei balconi italiani in coro per il 25 aprile durante la pandemia («il giorno in cui avete cacciato i fascisti», dirà Byrne) o nello slogan lanciato dal musicista: «Amore e gentilezza sono forme di resistenza».

Quando arrivano i classici, la sala esplode: This Must Be the PlaceLife During WartimeOnce in a Lifetime sono accolte come inni generazionali, eseguite senza nostalgia ma con vitalità rinnovata, nello spirito dello storico film concerto Stop Making Sense evocato più volte nella costruzione scenica.

Tra i momenti più sorprendenti, la cover di Hard Times dei Paramore, gruppo punk-pop adorato dalla Gen-Z, trasformata in un funk sghembo e personale, un omaggio anche alla loro frontwoman Hayley Williams presente nel disco. Byrne scherza, racconta, riflette sul bisogno umano di stare assieme. Perché per un artista come lui la felicità è reale solo se condivisa. Le sue armi non sono la provocazione, né la disperazione, ma una vulnerabilità disarmante che rende ogni parola e ogni movimento credibili e autentici.

Mentre Byrne suona, c’è un po’ di tempo per ballare. E quando Burning Down the House si spegne, il pubblico esplode. È uno spettacolo spettacolare. Ma lo spettacolo non è altro che l’incenerimento del sogno americano.

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