– Il 10 gennaio del 2016 milioni di persone persero non solo un geniale artista, ma un faro, una luce, un amico. Anticipò tutto: l’identità fluida, la contaminazione dei linguaggi, la fine dei generi, un mondo frammentato, iperconnesso, dove l’io è molteplice e spesso contraddittorio
– Aveva capito che l’identità non è una prigione ma un viaggio. Aprì la mente alla possibilità che fosse accettabile essere diversi, essere fuori dagli schemi. Era sempre un passo avanti, ma senza ostentazione: l’avanguardia, per lui, non era un gesto ideologico, ma una necessità vitale
Quando David Bowie morì il 10 gennaio 2016, milioni di persone sentirono quella scomparsa come la perdita di un caro amico, pur non conoscendolo personalmente. Fu l’ennesimo enigma che circondava una figura molto misteriosa che, secondo il suo biografo, David Buckley, cambiò più vite di qualsiasi altro personaggio pubblico: ci aprì la mente alla possibilità che fosse accettabile essere diversi, essere fuori dagli schemi.
A un decennio dalla sua morte, la stella di Bowie continua a brillare e la sua influenza si estende in mille direzioni: dalle pubblicazioni di Alexander Larman, Lazarus: The Second Coming of David Bowie, e di Paul Morley, David Bowie. Oltre lo spazio e il tempo, al documentario David Bowie: The Last Act in uscita il 9 gennaio. Inoltre, canzoni immortali come Space Oddity, The Man Who Sold the World, Changes, Starman, Ziggy Stardust e Heroes rimangono nella storia, così come i suoi album, le cui copertine sono ritratti del suo volto: mod, alieno, celebrità di Hollywood, rockstar, modella, ibrido uomo-cane, cantante soul, fascista, popstar e altro ancora. E la sua impronta culturale e sociale resta indelebile.
David Bowie non è stato solo un artista: è stato un metodo. Un modo di stare nel mondo attraverso la musica, usando la canzone come maschera e la maschera come verità. Riascoltando oggi la sua opera, con la distanza che solo il tempo concede, appare chiaro come il “Duca bianco del rock” abbia anticipato tutto: l’identità fluida, la contaminazione dei linguaggi, la fine dei generi come recinti rassicuranti. Era già postmoderno quando il termine non era ancora diventato una categoria di comodo, era già oltre mentre gli altri stavano ancora cercando di capire dove fossero.
Prima di altri, Bowie ha parlato di paesaggi post-apocalittici, di isolamento, del viaggio tecnologico verso il non-umano – ponendo la grande domanda del nostro tempo: il pianeta sopravviverà? – infrangendo i confini del pensiero binario e facendo spazio a diverse nozioni di identità, creando così un legame profondo e caloroso con i suoi ascoltatori. Perché al di là del pessimismo, le sue canzoni rivelano due cose, come scrive il filosofo Simon Critchley in Bowie: una è la straordinaria speranza di non essere soli, e l’altra, che sia possibile fuggire da questo luogo, anche solo per un giorno.
Nelle sue vite e opere successive, Bowie ha affrontato la fragilità dell’essere e i frammenti che lo definiscono, rappresentando l’adolescente, il folle, il fantasma, l’asceta degenerato, l’androide, il tossicodipendente, il padre, l’amico, il fratello, l’essere umano. Ha aperto innumerevoli porte. «Ci ha dato tutto. Ci ha dato idee, idee che vanno oltre la nostra condizione. Tutte le idee, e una in particolare. Sulla vita. L’idea stellare che possiamo creare noi stessi, chiunque siamo», ha scritto la giornalista britannica Suzanne Moore sul Guardian.
Ha forgiato un legame personale e, allo stesso tempo, comunitario con innumerevoli persone, soprattutto tra i giovani di quartieri di cui nessuno si cura, tra coloro che si considerano diversi, incompresi, rifiutati. «Bowie colma il divario tra il segreto e il mainstream. È una persona che lavora con le parole e produce effetti. È stato anche il primo a dire: “Sono strano, e allora?”», riflette lo scrittore uruguaiano Ramiro Sanchiz, autore di David Bowie, Sonic Posthumanism.

Le sue maschere successive rivelano che l’“autentico”, in verità, non esiste, e tutto è influenza, copia e simulazione. Bowie aveva capito che l’identità non è una prigione ma un viaggio. Ziggy Stardust, Aladdin Sane, il Duca Bianco non erano travestimenti, ma capitoli di un’autobiografia immaginaria, forse più sincera di qualunque confessione diretta. Bowie non diceva “io sono così”, ma “potrei essere questo”, lasciando a chi ascoltava lo spazio per fare lo stesso. «Bowie dà per scontato che il sé sia una finzione e che ogni biografia non sia altro che un romanzo polifonico», sottolinea Sanchiz. Bowie spezza le catene e ci libera. Come il suo amato Little Richard prima di lui – un ragazzo povero, zoppo, nero e gay che decise di rivelare la sua verità negli anni ’50 in America, un’epoca incredibilmente razzista, iper-macho e ossessionata dal denaro – l’inglese ha oltrepassato i confini del “naturale”, rivelando nuove possibilità oltre le norme stabilite.
«La musica non gioca un ruolo significativo nella mia vita», dichiarò Bowie in un’intervista a Playboy del 1976, riferendosi alla sua fase da Duca Bianco, segnata da quella che descrisse come una dipendenza “astronomica” dalla cocaina. All’epoca sosteneva che registrare canzoni fosse semplicemente un modo per guadagnarsi da vivere e che la sua vera passione risiedesse nella conoscenza e nella «sopravvivenza dell’anima».
Forse non sapremo mai fino a che punto ciò fosse vero o fosse solo una posa, ma ciò che è certo è che Bowie era un lettore vorace: una volta si descrisse come «una sorta di bibliotecario nato con un enorme desiderio sessuale». Studiò il Buddismo, lesse Carl Jung, Nietzsche, Albert Camus e probabilmente anche alcune figure dell’Illuminismo britannico, che sollevarono la possibilità che la coscienza fosse un costrutto.
Bowie, come la Beat Generation – ammirava Kerouac, Burroughs e Neal Cassady – forse credeva anche che lo spirito critico dell’Illuminismo potesse essere ricondotto alle teorie di Hegel e Marx. «Rimproverava i positivisti di aver ucciso il vero spirito dell’Illuminismo soffocandone la dimensione fondamentalmente negativa», secondo Bernhard-Jackson, che vede in Bowie anche possibili tracce (consce o inconsce) di Herbert Marcuse, il quale credeva che la lotta contro l’alienazione potesse sorgere solo tra coloro che erano emarginati dal sistema.

Il decennale della sua scomparsa arriva in un’epoca che sembra fatta apposta per comprendere davvero Bowie. Un mondo frammentato, iperconnesso, dove l’io è molteplice e spesso contraddittorio. C’è qualcosa di profondamente elegante nel modo in cui Bowie ha saputo attraversare il successo senza rimanerne intrappolato. Ogni volta che sembrava aver trovato la formula perfetta, la abbandonava. Quando il glam rischiava di diventare una caricatura, lui era già a Berlino a registrare dischi spigolosi, freddi, visionari. Quando l’elettronica diventava moda, Bowie la usava come strumento espressivo, non come etichetta. Era sempre un passo avanti, ma senza ostentazione: l’avanguardia, per lui, non era un gesto ideologico, ma una necessità vitale.
Riascoltare oggi Low, Heroes o Blackstar significa confrontarsi con un’idea di musica che non chiede consolazione, ma attenzione. Bowie non ha mai blandito il pubblico, e forse è per questo che il pubblico lo ha seguito così a lungo. Anche nei momenti più oscuri, anche quando sembrava sottrarsi, c’era sempre una promessa di senso, una luce obliqua che filtrava tra le crepe. La sua voce, mai tecnicamente perfetta, era però capace di incarnare mille emozioni diverse: fragile, ironica, distante, improvvisamente intima.
La sua morte, annunciata da Blackstar come un ultimo atto di consapevolezza artistica, ha cambiato il modo stesso di pensare l’addio. A Bowie era stato diagnosticato un cancro al fegato nell’estate del 2014. L’inverno successivo, sapeva che era terminale ed era nelle fasi finali del lavoro sul suo canto del cigno, Blackstar. «David era un artista in ogni senso del termine, sapeva anche esattamente con chi voleva lavorare e come voleva lavorare con loro», ricorda nel documentario The Last Act il produttore e ingegnere newyorkese Erin Tonkon, che ha lavorato con Bowie e Tony Visconti su Blackstar. «Penso che volesse fare il miglior album della sua vita», aggiunge Visconti, riflettendo sul momento emozionante quando Bowie gli confessò che stava morendo.
Bowie non è semplicemente scomparso: ha chiuso il cerchio. Ha trasformato la fine in un’opera, lasciando dietro di sé non un vuoto, ma una traccia luminosa. In un’epoca che teme la fine e rifugge il silenzio, Bowie ha avuto il coraggio di guardare in faccia l’ignoto e di cantarlo.
Dieci anni dopo, la sua influenza è meno imitata e più interiorizzata. Non si tratta più di copiare il suono o l’estetica, ma di accettare l’idea che l’arte possa e debba cambiare pelle. Bowie ci ha insegnato che la coerenza non sta nel ripetersi, ma nel restare fedeli alla propria inquietudine. È una lezione difficile, soprattutto oggi, quando tutto tende alla replica e alla nostalgia.
Forse il vero lascito di David Bowie sta proprio qui: nell’aver reso la musica pop un luogo di possibilità, uno spazio in cui sentirsi stranieri e a casa nello stesso momento. Nel 2026, a dieci anni dalla sua morte, Bowie non è un ricordo da celebrare, ma una presenza con cui continuare a dialogare. Come le stelle più lontane, la sua luce ci raggiunge ancora adesso, e continuerà a farlo, perché alcune voci non appartengono al loro tempo, ma al tempo di chi le ascolta.

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